Dev’essere stato pesante per Papa Leone alzare quella cornetta del telefono. All’altro capo c’era infatti Netanyahu. Un ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Accusato da molti di genocidio e di pulizia etnica.
E Papa Leone sapeva bene che non c’era una speranza della conversione del suo interlocutore. Netanyahu, chiaramente, non segue lo stesso doloroso, ma esaltante percorso di Saulo e dell’Innominato. E neppure di Lodovico, poi destinato ad espiare con il nome di frà Cristoforo.
Né sarà sfuggita a Papa Leone la rilevanza politica dell’accettare di parlare con il supremo responsabile di oltre 60 mila morti a Gaza, di altre migliaia in Cisgiordania, della sistematica distruzione delle abitazioni dei palestinesi, nella Striscia e nell’altre aree in cui i coloni ebraici dettano legge. Della distruzione delle loro moschee. Una pratica indegna per quella che ama definirsi, ed essere definita, l’unica democrazia del Medioriente.
La pulizia etnica è sempre stata attuata anche attraverso gli attacchi e la distruzione dei luoghi in cui una comunità ritrova pienamente se stessa in occasione della preghiera. E – come abbiamo visto in tante altre parti del mondo, anche a noi vicino quando fu il caso dell’esplosione dei conflitti etnico – religiosi nella ex Jugoslavia – oggi, a Gaza e in Cisgiordania, essa non risparmia neppure i palestinesi cristiani.
Con un giorno di ritardo, Netanyahu ha chiamato il Papa per inventarsi la scusa dei morti provocati nella chiesa della Sacra Famiglia di Gaza a causa di “proiettili vaganti”. Forse avrebbe dovuto avere avuto il coraggio di spiegare a Leone XIV che quei colpi, invece, volevano proprio uccidere nella chiesa diventata più cara al predecessore Francesco. Un messaggio chiaro, attutito da una telefonata che, alla fine, però rischia paradossalmente di essere spesa come un “successo” per Netanyahu che, così, menato il colpo, fa come i prepotenti di lingua anglosassone che salvano la faccia con un ineffabile “sorry, sorry”.
E c’è un qualcosa anche di più osceno da registrare. Perché quel “sorry”, ammesso che significhi qualcosa, sembra certamente non valere per le centinaia di migliaia tra morti e feriti che non sono né cristiani, né ebrei. Come se fosse cancellata la logica delle tre religioni monoteisti di riconoscersi nello stesso Padre.
Non sappiamo né del contenuto della telefonata né del suo tenore. Leone XIV ieri è comunque tornato a ricordare Gaza dopo alcuni Angelus nel corso dei quali aveva parlato più in generale della situazione mediorientale. Segno che ha dovuto prendere nota del messaggio, e rispondere dinanzi agli occhi dell’intero mondo. Come del resto, in precedenza, aveva fatto il Cardinale Parolin che ha esplicitamente parlato di una non casualità dei colpi esplosi contro i fedeli cattolici della parrocchia affidata a quel vero modello di moderno eroe cristiano qual è il parroco Romanelli. Il quale trovava lenimento al peso della propria sofferta testimonianza, e di quella della sua minuscola comunità di fedeli, nelle serali telefonate che, immancabilmente, riceveva da Papa Francesco.
E Papa Bergoglio ben sapeva di rappresentare una voce alternativa a quella della forza bruta. E così, spesso, levava il monito contro la barbarie della violenza perpetrata sia in Ucraina, sia nella Palestina. Un monito paragonabile all’invettiva di Giovanni Paolo II contro la mafia e i mafiosi con la loro scomunica e l’invito al pentimento. Chi ha sparato contro i cattolici di Gaza ha, in effetti, seguito lo stesso metodo della mafia che colpisce gli avversari che gli sembrano diventati più isolati.
Siamo sicuri che dopo la telefonata con Leone e l’intervento di ieri del Papa, Netanyahu capisca che così non è. E che non può essere. Perché i pochi cattolici di Gaza hanno dietro una gran parte di quella pubblica opinione che non è mai stata antisemita, né è diventata tale nel frattempo, nonostante gli eccessi di Netanyahu. Ma che sente il peso della violenza esercitata a Gaza e in Cisgiordania come ingiustificata e intollerabile. E male fanno i politici, anche nostrani, a sottovalutare questi sentimenti.
Giancarlo Infante