Un’impressione d’ordine generale domina sulle altre quando si osserva la scena internazionale dei nostri giorni.

La foga compulsiva di Trump che preda e minaccia, per un verso, e, per l’altro, di Putin che bombarda ed uccide – ma, non meno, la paziente, lenta, tenace, duratura e pervasiva tessitura di relazioni ed interessi con cui Pechino é come se volesse avvolgere il mondo ed attrarlo a sé, sembrano suggerire che le maggiori potenze avvertono l’urgenza di accaparrare risorse in vista di un domani incerto.

Petrolio, ma anche litio e bauxite, oro ed argento, uranio e diamanti, terre rare ricche di altri minerali. Quasi volessimo spremere dalle viscere di una Terra esausta e mettere in soffitta fin d’ora, oggi per domani, impedendo a qualunque altro soggetto un analogo approvvigionamento, le derrate di materie prime necessarie a sopravvivere in un mondo che, tra qualche tempo, potrebbe consentirlo solo a scapito di altri. Sperando che, nel frattempo, il Pianeta non avvizzisca sotto una insopportabile cappa di calore che desertifica vasti territori, disboscati come sono i suoi polmoni verdi. Aspettando, forse addirittura, che lo scioglimento dei ghiacci non ci precipiti in una crisi idrica spaventosa.

D’accordo, non dobbiamo cedere ad una angoscia apocalittica e paralizzante. Eppure, non dobbiamo scordare la forza profetica della forte, insistita denuncia di Papa Francesco nei confronti del disastro ambientale nel quale ci siamo infilati da soli, storditi da una concezione errata di cosa si debba intendere per progresso. Catturati dentro una spirale ascendente di consumi e di innovazioni che non consente pause o vie di ritorno a più ponderati stili di vita, costretti a crescere ed esplorare, via via, nuove frontiere imposte dalla logica inappellabile di una tecnica che, come hanno preconizzato importanti pensatori del secolo scorso, ci possiede.

I nuovi poteri che soverchiano la politica, le maggiori potenze in cui prendono forma hanno la tempra morale, la lucidità di pensiero, la visione antropologica, la capacità di analizzare il momento storico e lo sguardo lungo necessario a governare processi talmente intrecciati da apparire “non-lineari” e, dunque, tendenti al caos?

I nuovi imperialismi dei giorni nostri cosa ci dicono in proposito? Danno conto di una vitalità esuberante, di un’energia dirompente che sa come leggere ed interpretare, imbrigliare, condurre e guidare – come ci ammoniva Romano Guardini – la “potenza” di un secolo che, in un sol tempo, ci affascina e sfida il senso compiuto del nostro essere umani? Oppure siamo all’ arrembaggio ed al “si salvi chi può”?

In effetti, se si osservano le situazioni sociali interne a Stati Uniti, Cina e Russia, ci restituiscono l’immagine di un quadro critico. Il movimento MAGA – Make America Great Again non è forse la rivendicazione stentorea di una forza più apparente che non reale, la quale, in effetti, attesta, senza che lo si voglia ammettere, l’avvertenza ed il rumore di fondo di una frattura e di un disincanto che sovverte consolidate certezze ed espone la società americana ad un inedito sentimento di inquietudine?

La Cina quando e come potrà risolvere l’intrinseca contraddizione tra una crescita dei consumi interni e del benessere sociale – che sempre reca con sé una domanda di libertà – ed il fatto che ciò avvenga solo in virtù del dispotismo di un capitalismo di Stato?

Per non dire della Russia che ha letteralmente bisogno della guerra per alimentare un artificioso sentimento nazionale, senza il quale andrebbe incontro a dialettiche interne difficili da contenere e ricomporre.

Resta da dire dell’Europa finalmente chiamata – sempre che intenda sopravvivere piuttosto che dissolversi – ad essere autenticamente se stessa, declinando la memoria del suo immenso patrimonio umanistico secondo le forme di un progetto politico di ampio respiro, in grado di anticipare un precipitare di eventi che sembrano farsi da sé.

Domenico Galbiati

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