Il tema del “presidenzialismo”, storicamente caro al MSI ed alla P2, rilanciato dalla destra di Ignazio La Russa e di Giorgia Meloni, suona evidentemente una musica suadente e la fa da “pifferaio magico”. Si porta appresso, infatti, una coda di variazioni sul tema che apparentemente lo negano, senonché, di fatto, si inscrivono nella stessa logica. Propongono forme più circoscritte e contenute di riforma del nostro ordinamento democratico che pur indulgono a quel “principio di autorità” che si vorrebbe da alcuni complementare, da altri correttivo, da taluni forse addirittura sostitutivo del principio schiettamente democratico  asseverato nelle forme rappresentative e parlamentari del nostro sistema politico-istituzionale.

Si discetta di semipresidenzialismo, più o meno alla francese, di “Sindaco d’Italia”, di bicameralismo da superare, di cancellierato o di sfiducia costruttiva, di formule da copiare da altri Paesi per definizione più avanzati del nostro, di ingegnerie istituzionali da inventare. Di autonomia differenziata e di legge elettorale, insomma di temi di carattere costituzionale oppure no, ma diretti , in ogni caso, ad immaginare una nuova fisionomia ed una diversa dislocazione dei poteri dello Stato. Di tutto e di più, pur di dare per scontato che, un’altra volta, per affrontare difficoltà contingenti che le forze politiche in campo non sanno come risolvere, si debba porre mano alla Costituzione.

A parte il “deja’ vu”, si rischia di entrare in una spirale narrativa, la quale dando per scontato che, ad ogni modo, vada immaginata, per lo meno, una “manutenzione” – come taluni la chiamano, forse perfino con intonazione benevola – della Costituzione, determina di fatto, a livello degli addetti ai lavori e soprattutto nella pubblica opinione, la convinzione che, comunque, sarà pure la più bella del mondo, ma la nostra Legge Fondamentale è superata, inadatta ad affrontare la complessità sociale e, dunque, la difficile governabilità che ne consegue.

A questo punto, il gioco è fatto ed il presidenzialismo la vince. Non si vede, infatti, perché una subordinata debba prevalere nei confronti della principale. Non a caso la destra, pur di condurre il gioco, si fa concava e convessa. Accenna, a sua volta, alla forma più edulcorata del semipresidenzialismo, caro ad Italia Viva, lega l’opzione presidenzialista in uno con l’autonomia differenziata che sta a cuore a Calderoli, espressione della continuità
storica ed ideale della Lega d’antan, quella di “Roma ladrona” e del Nord “gallina dalle uova d’oro”.

Giustamente, dal suo punto di vista, per la destra tutto fa brodo, pur di affermare, al di là delle tecnicalità istituzionali che seguiranno, un dato preliminare di ordine politico: la Repubblica nata dalla Resistenza e dall’Assemblea Costituente ha fatto il suo tempo e si tratta di passare, se non vogliamo chiamarlo regime, ad un ordine nuovo dell’assetto politico-istituzionale del Paese.

Si tratta del terreno, logicamente preliminare, su cui la destra cerca di costruire quell’egemonia culturale e politica cui aspira, ben oltre l’antipasto del quinquennio in corso. Bisogna, anzitutto, evitare che passi questa lettura, potendo, peraltro, contare sulla necessità di mettere a tema quelle potenzialità della nostra Costituzione, che non sono ancora state pienamente valorizzate e, con i suoi principi fondamentali, sono di straordinaria attualità a fronte delle sfide della cosiddetta “società liquida”.

Sono temi sui quali non basta discutere. E’ necessario evitare che qualcuno cerchi di addormentare il gioco e, al contrario, bisogna avviare fin d’ora un movimento d’opinione che spetta anche ad INSIEME promuovere.

Domenico Galbiati