A pochi mesi dalla chiusura formale del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, l’Italia si trova in una fase cruciale, sospesa tra il rigore dei calendari europei e la complessità di una messa a terra che fatica a procedere con la stessa velocità della burocrazia. La Fondazione Open Polis, attraverso un monitoraggio costante e l’analisi dei dati aggiornati alla fine del 2025, delinea un quadro che definisce “in chiaroscuro”. Sebbene il Paese sia riuscito a mantenere un ritmo serrato nel rispetto del cronoprogramma imposto da Bruxelles, garantendosi così l’erogazione delle rate previste, la traduzione di questi fondi in opere compiute e impatti strutturali permanenti presenta ancora numerose zone d’ombra.

L’apparente successo nel raggiungimento dei traguardi e degli obiettivi, che si attesta intorno all’84% delle scadenze europee, maschera una realtà più frammentata per quanto riguarda la spesa effettiva. Al 30 novembre 2025, la quota di risorse realmente messe a terra è pari al 52% del totale. Questo divario tra “rispetto delle carte” e “avanzamento dei cantieri” suggerisce che, mentre la macchina amministrativa centrale ha imparato a dialogare con la Commissione Europea, i soggetti attuatori sul territorio incontrano ostacoli persistenti nel trasformare i finanziamenti in infrastrutture e servizi.

La metamorfosi del Piano: flessibilità o rretramento?

Il percorso del PNRR italiano non è stato lineare, ma caratterizzato da un adattamento continuo. La sesta revisione del piano, approvata dalle istituzioni europee il 25 novembre 2025, rappresenta lo snodo fondamentale di questa strategia di “manutenzione in corsa”. Il Governo ha scelto di intervenire su ben 173 misure, operando una riallocazione di circa 13,4 miliardi di euro senza variare la dotazione complessiva di 194,4 miliardi. Questa imponente operazione di chirurgia finanziaria è stata mossa dalla necessità di semplificare le descrizioni dei target e ridurre l’onere amministrativo, ma ha anche svelato le difficoltà strutturali di alcuni settori.

In particolare, la revisione ha avuto una natura sostanziale per 52 misure, dove si è reso necessario individuare modalità alternative di attuazione o, in casi più critici, ridimensionare gli obiettivi iniziali a causa di circostanze oggettive. Settori vitali come la lotta al rischio idrogeologico e le politiche attive del lavoro hanno subìto tagli significativi, mentre le risorse sono state dirottate verso strumenti che hanno dimostrato una maggiore capacità di assorbimento, come il credito d’imposta per Transizione 4.0 o il fondo rotativo per i contratti di filiera. Questa dinamica evidenzia una tendenza verso la pragmaticità: si preferisce finanziare ciò che può essere concluso rapidamente piuttosto che insistere su progetti complessi che rischierebbero di fallire la scadenza del 2026.

Il Secondo Welfare e la sfida dell’inclusione

Un’attenzione particolare merita l’ambito dell’inclusione sociale e del cosiddetto secondo welfare. Qui emerge con forza la dicotomia tra riforme e investimenti. Se da un lato l’Italia ha completato il 100% delle riforme legislative richieste in questo campo, dall’altro la spesa effettiva per i progetti di inclusione si è fermata ad appena il 36% dei 5,8 miliardi previsti. È un segnale d’allarme che indica come la cornice normativa sia pronta, ma i servizi ai cittadini/e — dai centri per l’impiego al sostegno alle fragilità — tardino a manifestarsi concretamente.

L’incremento numerico dei progetti attivi, che superano quota 550mila, è un dato che il Governo rivendica come un successo di monitoraggio e rendicontazione. Tuttavia, circa il 24,4% di questi interventi risulta ancora lontano dalla conclusione. La preoccupazione degli osservatori nasce dal fatto che la relazione governativa non specifica il valore economico dei progetti ancora in corso. L’esperienza suggerisce che proprio le opere “pesanti”, quelle che muovono i capitali più ingenti e richiedono procedure tecniche più sofisticate, siano quelle più esposte al rischio di sforamento dei tempi.

Il rischio “Reversal” e la strategia dei Fondi Rotativi

Mentre ci si avvicina all’ultima fase dell’anno dedicata all’assessment finale, l’Italia deve fare i conti con l’insidia del “reversal”. Si tratta del rischio che adempimenti già considerati validi vengano riesaminati e bocciati qualora intervengano cambiamenti che ne annullino l’efficacia originaria. In tale scenario, il Paese sarebbe costretto a restituire risorse già incassate, un’ipotesi che peserebbe enormemente sulle finanze pubbliche.

Per mitigare questo pericolo e aggirare il muro del 2026, si è fatto ricorso in modo massiccio agli strumenti finanziari (le cosiddette facility). Circa 23,5 miliardi di euro verranno gestiti attraverso fondi che richiedono solo l’assunzione di impegni giuridicamente vincolanti entro il termine del Piano, permettendo alla realizzazione fisica delle opere di proseguire anche oltre la data spartiacque. È una soluzione suggerita dalla stessa Commissione Europea per non perdere i fondi, ma che di fatto sposta in avanti la verifica dell’impatto reale del Piano sulla crescita del Paese.

Lo stato dell’arte del PNRR a pochi mesi dal termine mostra un Paese che ha saputo resistere allo stress burocratico ma che resta affannato nella fase realizzativa. La riduzione del numero totale di scadenze, passate da 614 a 575 tramite accorpamenti e semplificazioni, testimonia lo sforzo di arrivare al traguardo con le carte in regola, ma il vero banco di prova sarà la capacità di queste risorse di generare un cambiamento strutturale duraturo, oltre la rendicontazione contabile

Il denominatore delle Politiche di genere

L’analisi delle politiche di genere all’interno del PNRR rivela una distanza siderale tra le ambizioni programmatiche iniziali e la realtà dei dati a ridosso della chiusura del Piano. Quello che doveva essere il “denominatore comune” di tutte le Missioni, ovvero la trasversalità della prospettiva di genere, il cosiddetto gender mainstreaming, si è scontrato con una gestione che ha privilegiato la velocità della spesa rispetto alla qualità dell’impatto sociale. La visione di un’Italia capace di superare il dualismo tra lavoro e famiglia, integrando la leadership femminile nella transizione verde e digitale, appare oggi un’opportunità parzialmente mancata, come confermano i recenti indici dell’EIGE che vedono il nostro Paese ancora distante dai partner europei.

La trasversalità tradita, dal Metodo alla Rendicontazione

Il disegno originale del Piano prevedeva che ogni investimento fosse valutato in base alla sua capacità di ridurre il divario di genere. Tuttavia, l’analisi di Open Polis e i dati della settima relazione del Governo mostrano che questa priorità è stata spesso relegata a una clausola di condizionalità formale: l’obbligo per le imprese aggiudicatarie di destinare il 30% delle nuove assunzioni a donne e giovani. Sebbene questa misura sia stata introdotta per forzare il mercato, le numerose deroghe concesse per “motivi di urgenza” o “mancanza di figure professionali specializzate” hanno indebolito l’efficacia dello strumento. Di fatto, l’occupazione femminile è cresciuta in settori a bassa specializzazione, mentre nelle grandi opere infrastrutturali e nella transizione tecnologica — il cuore pulsante del PNRR — la presenza maschile resta predominante.

Le richieste avanzate per una leadership femminile nel settore privato e un accesso agevolato agli strumenti finanziari hanno trovato una risposta parziale nel Fondo Impresa Donna. Tuttavia, la riallocazione di risorse avvenuta con la sesta revisione del piano ha privilegiato grandi incentivi fiscali come Transizione 4.0 e 5.0, che tendono a favorire settori industriali pesanti dove il gap di genere è storicamente più profondo. La mancanza di un potere decisionale reale delle donne nella governance del Piano ha impedito che queste risorse venissero orientate verso una ristrutturazione profonda dei modelli di lavoro, lasciando lo smart working e il part-time involontario ancora troppo legati a una logica di “concessione” piuttosto che di diritto strutturale legato a una riforma fiscale per la famiglia.

Infrastrutture sociali e il tema della Cura

Un punto cardine delle rivendicazioni femminili era il potenziamento dell’ecosistema dei servizi di cura come precondizione per la partecipazione al mercato del lavoro. Qui il quadro è particolarmente critico. Nonostante l’obiettivo di aumentare i posti negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia, le difficoltà dei Comuni nella gestione dei bandi e l’aumento dei costi delle materie prime hanno rallentato la messa a terra dei progetti. Senza un’infrastruttura sociale solida, la scelta tra carriera e famiglia rimane un dilemma individuale anziché una responsabilità collettiva. La spesa per l’inclusione sociale, ferma al 36%, è il sintomo di un sistema che ha faticato a tradurre i fondi in servizi reali, penalizzando proprio quella resilienza che le donne avrebbero dovuto guidare.

Anche sul fronte della transizione verde, l’apporto professionale femminile è rimasto ai margini. Le filiere del “Made in Italy” orientate al riuso e alla durabilità, settori in cui la visione femminile sulla sostenibilità e sul territorio è storicamente molto forte, non hanno ricevuto investimenti proporzionati al loro potenziale di crescita occupazionale. La mobilità sostenibile e la tutela del paesaggio sono state gestite con un approccio prettamente ingegneristico, trascurando la dimensione della “città dei tempi e degli spazi”, vitale per armonizzare i ritmi di vita delle lavoratrici e delle caregiver.

Le prospettive, tra reversal e nuove priorità

Il rischio di “reversal” citato dal Governo colpisce indirettamente anche le politiche di genere. Se i traguardi raggiunti finora — come la Certificazione della Parità di Genere per le imprese — non dovessero tradursi in un cambiamento culturale permanente, l’Italia rischierebbe di dover restituire fondi per riforme che restano solo sulla carta. La sfida dei prossimi mesi non riguarda più solo l’incasso delle ultime rate, ma la capacità di utilizzare le “facility” finanziarie per sostenere quei progetti di welfare aziendale e territoriale che sono stati messi in secondo piano dall’urgenza dei grandi cantieri.

L’Italia continua a essere il fanalino di coda in Europa perché ha trattato la questione di genere come un “settore” a sé stante e non come la lente attraverso cui guardare ogni singola voce di spesa. La richiesta di un’economia che non costringa a scegliere tra crescita e ambiente, tra produzione e riproduzione sociale, resta la grande incompiuta di questo PNRR. Il monitoraggio civico e la pressione delle organizzazioni femminili restano dunque l’unico strumento per garantire che la fase di chiusura del Piano non sia solo un esercizio contabile, ma un ultimo tentativo di riequilibrare il potere decisionale e le opportunità economiche nel Paese.

L’analisi territoriale del PNRR rivela che la promessa di colmare i divari di genere attraverso le infrastrutture sociali e il sostegno all’imprenditoria si sta scontrando con velocità di attuazione estremamente disomogenee, lasciando intere aree del Paese in una condizione di cronico ritardo. Sebbene la parità di genere dovesse essere la spina dorsale del piano, i dati aggiornati all’inizio del 2026 mostrano che la capacità di trasformare i fondi in servizi reali dipende ancora troppo dalla solidità amministrativa delle singole regioni, creando una nuova mappa delle disuguaglianze.

Il Piano Asili Nido: un’Italia a tre velocità

Il settore degli asili nido rappresenta la criticità più allarmante, con una spesa effettiva che a livello nazionale fatica a superare la soglia del 40%. La situazione appare particolarmente drammatica nel Mezzogiorno, dove Sicilia e Calabria si confermano le regioni più indietro, con una rendicontazione dei pagamenti che si attesta rispettivamente intorno al 26% e al 30%. Anche la Campania, nonostante l’alto fabbisogno potenziale, mostra serie difficoltà nel far avanzare i cantieri, restando ferma a circa un terzo delle risorse spese. In queste aree, il rischio di non raggiungere l’obiettivo del 33% di copertura dei posti entro il giugno 2026 è concreto, con il paradosso che proprio i territori con la minore occupazione femminile sono quelli dove la costruzione delle infrastrutture di cura è più lenta.

Al contrario, regioni come l’Umbria, il Veneto e il Trentino-Alto Adige hanno già superato la metà dei pagamenti previsti, dimostrando una capacità di gestione dei bandi e di esecuzione dei lavori decisamente superiore. Esiste poi una fascia intermedia, rappresentata da Lazio e Lombardia, dove a fronte di una buona progettualità iniziale si registrano ora rallentamenti burocratici che mettono a rischio il collaudo finale di molte strutture. Il divario non è solo regionale ma anche infrastrutturale: i piccoli comuni e le aree interne soffrono una carenza di personale tecnico che impedisce di trasformare i decreti di finanziamento in edifici scolastici pronti all’uso, lasciando le madri lavoratrici di queste zone ancora prive di supporti strutturali.

Fondo Impresa Donna: domanda elevata ma risorse esaurite

Per quanto riguarda il sostegno diretto all’imprenditoria femminile, il Fondo Impresa Donna ha evidenziato un limite di natura diversa: l’estrema velocità nell’esaurimento delle risorse a fronte di una domanda travolgente. Già alla fine del 2025, la dotazione finanziaria risultava pressoché saturata, con gli sportelli chiusi e migliaia di domande in attesa di riammissione grazie ai rifinanziamenti parziali del Governo. Questo strumento ha avuto un successo notevole nel Centro-Nord, in particolare in regioni come Emilia-Romagna e Lombardia, dove il tessuto imprenditoriale è già strutturato e capace di intercettare rapidamente i bandi di Invitalia.

Nel Mezzogiorno, sebbene il PNRR prevedesse riserve specifiche di fondi, l’impatto reale è frenato dalla difficoltà di accesso al credito complementare. Molte imprenditrici del Sud faticano a fornire le garanzie necessarie per coprire la quota di investimento non finanziata dal fondo perduto, rendendo l’iniziativa efficace più per chi ha già una base di partenza solida che per chi tenta di uscire dalla marginalità lavorativa. Inoltre, la mancanza di una reale integrazione tra questi incentivi e le politiche di riforma fiscale richieste dalle donne rende queste imprese vulnerabili: senza una riduzione del carico che grava sulle responsabilità familiari condivise, le nuove start-up femminili rischiano di avere un ciclo di vita breve, schiacciate dal peso della cura che il sistema pubblico non ha ancora assorbito.

L’analisi dei dati evidenzia quindi che il “denominatore comune” del genere è rimasto un’aspirazione teorica. La realtà dei fatti consegna un Paese dove la nascita di un’impresa femminile o l’accesso a un asilo nido dipendono ancora drammaticamente dal codice postale di residenza, confermando che senza un supporto tecnico-amministrativo centrale mirato ai territori più fragili, il PNRR rischia di certificare i divari esistenti anziché abbatterli.

Isa Maggi

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