Non dobbiamo sottovalutare il messaggio che giunge da New York con la vittoria di Mamdani.

Non lascerà una traccia indelebile nella storia, ma neppure la si può derubricare ad un fatto di cronaca tra tanti.
Avviene in un particolare momento che ha si’ a che vedere con Trump, ma soprattutto è nel bel mezzo di un più vasto processo di trasformazione del potere – o dei poteri – che viene sottratto alla sovranità dei popoli e degli Stati per essere consegnato impunemente alla metallica potenza dei cartelli della finanza, delle tecnologie più avanzate, della comunicazione.

Oggi a New York, dove si addensano le mille contraddizioni del nostro tempo, a vincere è la speranza. La speranza, insomma, si inscrive nel novero dei nuovi poteri e mostra di poter competere con i loro inossidabili automatismi.
Stabilendo una nuova polarità tra la forza e la speranza. Una nuova categoria secondo cui leggere ed interpretare il corso degli eventi.

La speranza sottintende un sentimento di fiducia, un’ attesa positiva per domani; la fiducia allude ad una fede ed una fede, qualunque essa sia, se non si sclerotizza nelle forme di una ideologia, può mostrare una forza incontenibile ed evoca la responsabilità personale e collettiva di ognuno. Sotto la cenere, resiste l’ ultima brace di una fiducia spenta.
Protetto, custodito e ravvivato quest’ultimo tizzone di speranza, fumigante, eppure ancora acceso, può rappresentare l’ incipit di un nuovo cammino. La realtà, infatti, è, fortunatamente, più ricca di quanto possiamo immaginare. Ci anticipa e ci sorprende, apre un nuovo cammino laddove la strada sembrava sbarrata.

La storia, del resto, è un processo perennemente aperto. Un delicatissimo ricamo cui ognuno, ne sia pure inconsapevole, concorre aggiungendo la propria molecola alle altre. In altri termini, la storia la facciamo noi, eppure l’ approdo cui giunge non è mai deducibile dalla somma degli addendi. Come se, nel suo punto focale, operasse un moltiplicatore o un polo d’ attrazione, una sorta di misteriosa “costante universale”, che, come succede nei processi cosmici, la tiene assieme, le conferisce una forma impredicibile a monte e l’ arricchisce di un afflato profetico.

Se sapessimo, come fanno gli indiani, mettere l’ orecchio al suolo, sentiremmo – ma abbiamo smarrito questa attitudine – il crepitio delle nuove domande e dei sommovimenti più sottili che cavalcano da lontano e vanno maturando nella coscienza dei popoli. Potremmo, forse, intuire e cogliere d’ un balzo se vi sia e dove un orizzonte, un avvenire, un traguardo da guadagnare che, dunque, esige, da parte nostra, l’ assunzione di un compito.
Oppure se, al contrario, siamo destinati a vivere in un mondo scardinato e scomposto, in cui la speranza non avrebbe nessuna ragion d’ essere.

C’è una pagina molto bella di Padre Turoldo che spiega come “avvenire” e “futuro” – termini che, nella parlata corrente, usiamo, per lo più, come sinonimi – indichino, in realtà, prospettive differenti. A noi compete il futuro, sostiene Padre Turoldo. E vale anche per la politica. Il futuro è il momento dell’ attesa, della speranza, della faticosa ricerca di un senso delle cose del mondo. L’ avvenire va da sé. E’ dato dalla cadenza naturale del tempo ed ospita eventi che si succedono secondo necessità, sospinti dalle esperienze già vissute.

E’, invece, il futuro, il luogo dell’ invenzione e della creatività. Lo spazio in cui si esercita la nostra libertà.
In altri termini, il futuro non è il domani che deve avvenire, ma è già qui, vive nell’ intenzione che muove ogni gesto della nostra vita quotidiana. Evoca, infatti, quella dimensione dell’ “andare oltre” senza la quale la vita, via via, appassisce. In un certo senso, si potrebbe dire che siamo il nostro futuro, più di quanto non siamo il nostro passato.
Ed è forse, appunto qui, nella capacità di sperare ancora, a dispetto delle nostre paure, la cifra spirituale di cui abbiamo bisogno per non cedere alle posture autoritarie e rilanciare il valore della libertà e della Democrazia.

Domenico Galbiati

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