E’ ancora presto per capire cosa significhi davvero, nella cornice dell’attuale momento politico americano, dopo un anno di “trumpismo” galoppante, la vittoria di Mamdani a New York. In contemporanea con la resurrezione dei Democratici che vincono in Virginia e nel New Jersey, Stato tradizionalmente democratico, dove i repubblicani speravano, comunque, di contenere la sconfitta entro 1-2 punti percentuali ed invece sono sotto di almeno 15.
Ci sono due o più Americhe oppure ce n’è una sola che dà risposte differenti ad una sofferenza comune? C’è chi risponde alla precarietà della vita coltivando, in ogni caso, una speranza e chi, al contrario, non sa che temere il peggio? Secondo una biforcazione di atteggiamenti che non sono riconducibili alla scontata polarità destra-sinistra, ma vanno, piuttosto, interpretati mettendo mano ad altre chiavi di lettura?
Si tratta di un’America bifronte che, dovunque volga il proprio sguardo, non si ritrova, non conosce più un orizzonte comune, né più avverte l’ orgoglio di un compito e di una “frontiera”, che idealmente la proiettino oltre il proprio confine. Che cosa accomuna l elettore Maga dello scorso anno, il “farmer” degli Stati centrali, il metalmeccanico di Detroit ed il giovane newyorkese che è corso alle urne per sostenere Mamdani? Giovane, mussulmano, nato in Uganda da genitori di differente etnia, pro-pal, eppure votato da oltre il 30% degli elettori ebrei, dichiaratamente social-democratico, interprete di un programma avanzato, secondo taluni, non solo del campo avverso, quasi temerario. Quale messaggio incarna il nuovo sindaco della città “universale” che, in un certo modo, rappresenta nel nostro mondo, ciò che Roma fu negli anni del suo Impero ? Il luogo eminente, emblematico, nel bene e nel male, di un’epoca.
Molto dipenderà dagli sviluppi cui assisteremo ed a ragione, evidentemente consapevole della prova cui va incontro, Mamdani parla della sua città come di un “laboratorio” politico-sociale. Includere e riassorbire le distanze sociali che sparpagliano attorno, disperdono e dissipano energie morali e civili che vanno, al contrario, riportate ad una coesione, che, a sua volta, permetta di serrare i ranghi ed affrontare compatti i tornanti in salita verso un futuro non imposto dall’irruenza degli eventi, ma che ancora si può costruire insieme.
La crisi delle democrazie va presa sul serio. Non è il portato di una difficoltà transitoria che, per quanto accomuni più Paesi, si possa risolvere rilanciando un qualche, più o meno aggiornato, “riformismo”. Tra le altre “transizioni” che attraversano oggi il nostro mondo, ce n’è una che, per molti aspetti, sovrasta le altre. Concerne le nuove forme di un potere che non è più – o almeno non è più esclusivamente – in capo agli Stati ed alle forme istituzionali, in ogni caso pubbliche, che questi si sono date.
E’, in cammino, un nuovo ordine di sovranità che fanno riferimento ad altri “poteri” metallici ed inossidabili. Poteri “ privati” che, capaci di rispondere solo a sé stessi, non ammettono replica. Eppure – ed è questa la lezione e la buona notizia che giunge da New York – c’è un’ altra inaspettata forma di potere che il nuovo sindaco della “Grande Mela”, ha saputo coagulare attorno a sé: il “potere della speranza” e può ripartire da qui la costruzione di una democrazia che sia adatta a sostenere il passo del tempo nuovo che ci è dato vivere.
Domenico Galbiati