Nel corso di uno degli attacchi aerei avvenuto nella prima giornata del recente conflitto tra Israele, Stati Uniti ed Iran, insieme ad un certo numero di dignitari del regime è rimasta uccisa anche la Guida Suprema, ayatollah Alì Khamenei. Per sostituirlo è stato eletto suo figlio Mojtaba, che una sua carriera alle spalle ce l’ha ma al quale però mancano le qualifiche sufficienti per ricoprire il ruolo che gli è stato assegnato.

Resta il fatto di sapere quale poi sia stata la sua sorte. Egli infatti non è mai comparso in pubblico benché abbia inviato due messaggi alla nazione, il primo tramite un’annunciatrice della rete televisiva nazionale. Da informazioni più recenti sembra sia ancora in ospedale, gravemente ferito e sfigurato. Considerate le circostanze, non sarebbe impossibile pensare che forse non sia più lui a comandare e che questo ruolo sia passato all’elemento militare, in questo caso il corpo dei Guardiani della Rivoluzione. Indipendentemente da quelli che potrebbero essere gli esiti, penso sia di qualche utilità esprimere alcune brevi considerazioni sulla natura del potere e della successione nella Repubblica Islamica.

In ogni sistema politico esistono regole scritte e regole non scritte. Le prime definiscono i confini della legittimità, le seconde ne determinano l’effettivo funzionamento. È nello spazio ambiguo tra queste due dimensioni che si collocano le transizioni di potere più delicate, soprattutto quando riguardano figure destinate a incarnare l’autorità suprema di uno Stato. Nel caso della Repubblica islamica iraniana, questa tensione appare ancora più evidente: un sistema che si proclama repubblicano, ma che si fonda su una struttura teocratica; una costituzione che stabilisce criteri rigorosi, ma che convive con dinamiche politiche opache e stratificate.

È in questo contesto che si inserisce il dibattito, tanto ricorrente quanto controverso, attorno alla figura di Mojtaba Khamenei, figlio dell’attuale Guida Suprema. Un dibattito che, al di là delle ipotesi e delle interpretazioni, solleva interrogativi profondi sulla natura stessa del potere in Iran: come si trasmette? Chi lo legittima? E fino a che punto le regole possono essere piegate alle esigenze della continuità?

Occorre, anzitutto, sgomberare il campo da un equivoco fondamentale. Nella Repubblica islamica, la Guida Suprema non è una carica ereditaria. Non lo è formalmente, né lo è nella tradizione politica che ha dato origine al sistema dopo la rivoluzione del 1979. La scelta spetta all’Assemblea degli Esperti, un organo religioso eletto, incaricato di individuare la figura ritenuta più idonea sotto il profilo religioso e politico. È questo, almeno, il principio.

Eppure, come spesso accade, il principio convive con la prassi. E la prassi è fatta di equilibri interni, reti di influenza, fedeltà costruite nel tempo. In questo senso, la questione non è tanto se una successione “dinastica” sia formalmente possibile — la risposta è no — quanto se possa emergere di fatto, attraverso meccanismi indiretti.

Uno degli ostacoli più evidenti riguarda il profilo religioso. Tradizionalmente, la Guida Suprema dovrebbe essere un’autorità teologica riconosciuta, idealmente un ayatollah di alto rango, capace di esercitare non solo il potere politico ma anche quello spirituale. Mojtaba Khamenei, secondo numerose analisi, non avrebbe seguito il percorso accademico e clericale necessario per raggiungere tale grado. Questo elemento, di per sé, sembrerebbe precludere qualsiasi candidatura.

E tuttavia, anche qui, la storia recente invita alla cautela. Quando Ali Khamenei fu nominato Guida Suprema nel 1989, non possedeva inizialmente il rango religioso tradizionalmente richiesto. La sua elevazione fu accompagnata da un adattamento interpretativo dei criteri, reso possibile da una combinazione di urgenza politica e consenso interno. In altre parole, la soglia della legittimità religiosa si dimostrò, in quel frangente, più flessibile di quanto si sarebbe potuto immaginare.

Il secondo ostacolo è di natura politica e simbolica. L’Iran si definisce una repubblica, e come tale si oppone, almeno sul piano teorico, a qualsiasi forma di trasmissione ereditaria del potere. L’idea che il figlio possa succedere al padre evoca inevitabilmente modelli monarchici, estranei — se non ostili — alla retorica rivoluzionaria del sistema, se non addirittura ad un richiamo ai tempi della monarchia ereditaria dei Pahlavi, spazzata via dalla rivoluzione del 1979.

Ma anche qui la realtà si rivela più complessa. Le repubbliche non sono immuni da fenomeni di continuità familiare, soprattutto quando il potere si concentra attorno a figure carismatiche e a reti consolidate. In questi casi, la trasmissione non avviene per diritto di sangue, ma attraverso la costruzione di un consenso interno che può, in ultima analisi, legittimare anche soluzioni apparentemente in contrasto con i principi fondativi.

Il punto centrale, dunque, non è tanto la figura in sé, quanto il processo. In Iran, la selezione della Guida Suprema è il risultato di una negoziazione tra diverse componenti del sistema: il clero, i vertici militari, le istituzioni politiche. È un equilibrio delicato, in cui contano la credibilità religiosa, la capacità di garantire stabilità e, non da ultimo, il controllo delle leve del potere.

In questo quadro, eventuali percorsi di ascesa non seguono necessariamente una linea diretta. Possono svilupparsi attraverso tappe intermedie, ruoli informali, accumulazione progressiva di influenza. La legittimità, in altre parole, può essere costruita nel tempo, anche al di fuori dei canali tradizionali.

Resta, tuttavia, un elemento di fondo: la percezione pubblica. In un sistema che, pur con tutte le sue specificità, si fonda anche su una dimensione di consenso, l’idea di una successione percepita come “familiare” potrebbe incontrare resistenze significative. Non solo tra la popolazione, ma anche all’interno delle stesse élite, dove le rivalità e le ambizioni personali giocano un ruolo tutt’altro che secondario.

È qui che si misura la distanza tra possibilità e realtà. Che un sistema consenta, in teoria, determinate evoluzioni non significa che esse si realizzino necessariamente. Le variabili in gioco sono molteplici: equilibri interni, contesto internazionale, dinamiche sociali.

L’Iran si trova oggi in una fase di trasformazione, attraversato da tensioni economiche, pressioni esterne e domande di cambiamento interno. In questo contesto, la questione della successione assume un valore che va oltre i nomi. Diventa un banco di prova per la tenuta del sistema stesso.

In definitiva, la domanda non è tanto “come” una figura possa superare ostacoli apparentemente insormontabili, ma “perché” un sistema scelga — o meno — di farlo. Le regole possono essere interpretate, adattate, persino modificate. Ma ciò avviene sempre in funzione di un obiettivo più ampio: la conservazione dell’equilibrio.

E forse è proprio qui che risiede la chiave di lettura. In Iran, come in molti altri contesti, il potere non si trasmette semplicemente: si costruisce, si negozia, si legittima. E ogni successione, reale o ipotizzata, non è mai soltanto un passaggio di testimone. È un momento in cui il sistema si ridefinisce, rivelando — talvolta più di quanto vorrebbe — la propria natura più profonda. Dati gli eventi menzionati all’inizio dell’articolo e considerata la ripresa delle trattative ad Islamabad, sarà presto possibile avere ulteriori e più precise indicazioni riguardo eventuali modifiche del quadro istituzionale e degli equilibri di potere all’interno della Repubblica Islamica e della sua classe dirigente.

Edoardo Almagià

 

About Author