Dopo tanti anni, il Premio Nobel per la Fisica è andato a un italiano. Il professor Giorgio Parisi, quasi sorvolando sul prestigioso suo incoronamento ai vertici mondiali della scienza, ha preferito subito ricordare come il nostro Paese sia uno dei più indietro, tra quelli avanzati, ad investire in ricerca scientifica. Giustamente, ha detto che il futuro è Scienza. A tutti i politici corsi a complimentarsi ha risposto: dimostrino concretamente un nuovo atteggiamento, a partire dalla legge finanziaria.

Uno scienziato, dunque, con i piedi per terra. Un italiano controcorrente. Anche perché non chiede cosa possa essere fatto per se stesso, ma che s’impegna a fare per gli altri. Parisi è soprattutto un italiano anomalo perché il Nobel glielo hanno dato per i suoi studi su come sia possibile ordinare il caos. Ovviamente, chi ha deciso al riguardo non sta guardando a quello che sta succedendo nella politica italiana. Oppure, ha voluto mandare un messaggio indiretto…

Come sta accadendo sempre più spesso dalle nostre parti, infatti,  le elezioni non è detto che sistemino le cose. Il giorno dopo l’apertura delle urne, chi avrebbe ufficialmente perso fa emergere ancora di più i propri problemi. Anche se, chi dice di aver vinto farebbe bene a prendere esempio dal professor Parisi e a restare con i piedi per terra. Primo, lo abbiamo già detto, per l’accentuarsi del fenomeno dell’astensionismo al 50% ( CLICCA QUI ). Cosa che già lascia a metà tutti i canti di vittoria. Secondo, perché l’andamento complessivo, si è votato in circa 1200 comuni, non è così univoco. Terzo, perché si conferma che il bipolarismo è morto nei fatti, al di là della respirazione bocca a bocca che qualcuno continua a praticargli.

Esiste una trasversalità di posizioni da cui può venire del buono, se davvero si cambiassero metodi, linguaggi e atteggiamenti. Ma anche del male, se si continuasse con la pratica degli accordi sottobanco. Emblematico il confronto sul futuro di Mario Draghi.

Giorgia Meloni lancia una sfida ad Enrico Letta su di un tema su cui il segretario del Pd ha già largamente detto la sua. Il Presidente del consiglio, dice la leader di Fratelli d’Italia, dev’essere subito votato per il Quirinale. Letta ribadisce: no, deve restare alla guida dell’Esecutivo fino alla scadenza naturale della legislatura, cioè il 2023. La Meloni lo dice perché pensa e spera d’incassare al più presto dalle urne la palma di partito primo in Italia. Letta si fa portavoce dei tanti del suo partito e dei 5 Stelle che sanno di essere le vittime predestinate di un voto anticipato. Anche perché, comunque, il taglio del numero dei parlamentari lascia a molti di loro poco scampo. Così, Mario Draghi vedrebbe dipendere il proprio destino proprio da quello di coloro che sono corsi a portarlo a Palazzo Chigi come un sol uomo. Lui era la loro garanzia di non andare subito a casa e questa garanzia … la vogliono con la durata di due anni.

Ma quello che più colpisce è l’immediata reazione di Silvio Berlusconi. Egli dice papale papale di pensarla come il Pd e smentisce che il centrodestra sia giunto alla determinazione indicata dalla Meloni. Matteo Salvini tace in materia. Però, si smarca da Mario Draghi in materia di delega fiscale facendo disertare a tutti i suoi leghisti la riunione del Consiglio dei ministri. Un modo per dire “ci sono ancora” o per far capire che i voti della Lega, o almeno quelli che controlla lui, non sono certi per nessuno?

Così, Mario Draghi soffre il caos che sottostà al suo Governo, ma senza una teoria alla Parisi per governarlo: non può che camminare sulle uova. Questo spiega perché sarà rivisto il catasto, ma con la rassicurazione che la cosa non farà né aumentare le relative tasse né le farà diminuire. Resterà chi continua a parlare di occasione perduta per tassare davvero la rendita non produttiva, che nell’immobiliare trova un polmone di una certa consistenza, e chi sospetta che si pavimenti, in ogni caso, la strada futura per far crescere i pubblici balzelli.

Revisione del catasto e delega fiscale, come già per altri provvedimenti governativi, vedi la riforma della giustizia penale, ripropongono la domanda sull’essenza del Governo Draghi che tutti ricordiamo essere nato con due compiti, esclusivi e stringenti, affidati dal Presidente Mattarella: lotta alla pandemia ed utilizzazione dei fondi del Recovery plan.

La decisione con cui l’Esecutivo procede, anche su temi e questioni che vanno oltre quella sorta di straordinarietà e dell’idea di “governo di scopo”, porta a chiedersi se tutta una serie d’interventi non siano impliciti in una specie di accordo concluso in sede europea e se esista un oggettivo condizionare la liberalità adottata verso l’Italia, lo ricordiamo è il paese che maggiormente ha ricevuto i fondi per il piano di ripresa, all’adozione di riforme strutturali da anni ritenute indispensabili, ma impossibili finora da realizzare.

Siamo dunque di fronte al riproporsi del ritornello “lo vuole l’Europa” di montiana memoria, ancorché non enunciato? Quesito forse più importante: ma cosa resterà di tutto il cantiere in opera se Mario Draghi lascerà Palazzo Chigi e il nuovo Parlamento, quello eventualmente espresso dopo l’elezione del Presidente della Repubblica, vedesse in tutt’altro modo ciò che riguarda temi tanto importanti come il fisco e la Giustizia? Domande che restano in sospeso.

Giancarlo Infante