“Purificazione della memoria”. Fu l’obiettivo di Giovanni Paolo II che, in occasione del Giubileo del 2000, chiese perdono per gli errori e i crimini commessi nel corso dei secoli dai cattolici. Le scuse erano dirette anche agli ebrei. Atto di verità clamoroso di un Papa che riconosce le colpe della propria comunità. Un riconoscimento senza ricerca di attenuanti. Il coraggio di guardare le cose come erano state.
Oggi non c’è molto coraggio nel guardare le cose come sono. E, davvero, quel gesto rimbomba e fa risaltare la mancanza di simili ammissioni di colpa da parte di altri in un silenzio che pesa. In un presente che avrebbe bisogno, invece, di parole e riconoscimenti di colpe altrettanto coraggiosi.
I cattolici attraverso Papa Wojtila hanno chiesto scusa ed oggi vengono perseguitati persino in Terra Santa che sta vivendo una delle pagine più oscure della sua storia. Per decenni e decenni ci siamo scagliati contro le violenze anticristiane partorite nel grembo di quella perversione dell’islamismo rappresentata, prima, da al Qaeda e, poi, dal Daesh dello Stato islamico salafita. Ed abbiamo visto fuggire i cristiani dalla Siria e dall’Iraq. I Patriarchi delle chiese cristiane della regione più volte denunciarono, spesso nell’indifferenza generale. Ed oggi, dunque, non possiamo far cadere la denuncia di una vera e propria persecuzione in atto in Cisgiordania e in Israele.
La realtà che Padre Faltas racconta
Padre Ibrahim Faltas, frate francescano, vive a Gerusalemme. E’ il direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa, consigliere della stessa Custodia, direttore della Casa Nova di Gerusalemme e membro della Fondazione Giovanni Paolo II. È stato vice parroco a Betlemme, parroco a Gerusalemme e responsabile dello Status Quo della basilica della Natività. Egli non usa giri di parole. Parla di una situazione “disumana”, la peggiore vista in trentasei anni. A Gaza e in Cisgiordania la vita quotidiana è stata stritolata: bambini, anziani, famiglie intere vivono sotto assedio, senza prospettive né protezione. Betlemme — la città della nascita di Cristo — è oggi una prigione a cielo aperto: i checkpoint chiusi soffocano l’economia, cancellano il turismo, svuotano le strade. E’ in atto una vera e propria fuga delle famiglie cristiane.
L’esodo che nessuno racconta
Ieri in televisione Padre Faltas ha detto che un tempo vivevano a Betlemme 14 mila famiglie cattoliche, in aggiunte alle tantissime altre cristiane. Oggi, sono rimaste solamente settemila famiglie in tutto che professano la fede in Cristo. Questo è quanto accade il quella che in molti si compiaccio definire l’unica democrazia del Medio Oriente.
La presenza cristiana in Terra Santa, dunque, si assottiglia ogni anno. Le scuole chiudono, le parrocchie si svuotano, le comunità si spezzano. Un esodo lento, quasi invisibile, che non trova spazio nei notiziari né negli interventi dei nostri politici. Madre e cristiane, padri e cristiani o meno che siano, si limitano ad inneggiare ai “valori dell’Occidente”. La realtà è che nella terra dov’è nato Cristo i suoi seguaci si ritrovano minoranza perseguitata.
La cosa grave è che anche su questo i Patriarchi di Gerusalemme sono già intervenuti. Come fecero lo scorso settembre 2025 in risposta a Benjamin Netanyahu (CLICCA QUI). Allorquando definirono “una falsità” le dichiarazioni del Primo ministro israeliano secondo il quale il declino della comunità cristiana a Betlemme fosse dovuto al controllo dell’Anp palestinese. I rappresentanti delle comunità cristiane ricostruirono, invece, le tappe storiche: fino al 1948 Betlemme era a maggioranza cristiana, con oltre l’80% della popolazione. Con la Nakba e l’espulsione di 750mila palestinesi, tre campi profughi furono creati in città, modificandone radicalmente la composizione demografica.
Non c’è dunque solo la questione dell’antisemitismo
Giustamente ci si preoccupa dell’antisemitismo, ma oggi vorremmo sentire chiedere scusa dalle comunità ebraiche italiane ed europee per quel che accade sotto i loro occhi in Terra Santa. Per i giovani ebrei neofascisti che partoriscono e che vanno in giro a sparare impunemente contri chi individuano come nemici perché condannano i governanti di Israele per una politica di pulizia etnica in corso in Cisgiordania e a Gaza. Governanti che hanno invaso uno stato sovrano come il Libano e non nascondono l’intenzione di andare oltre per creare la “Grande Israele” che secondo le loro folli considerazioni dovrebbe giungere fino all’Eufrate.
Appare dunque evidente che non c’è solo la questione dell’antisemitismo da porre all’ordine del giorno. E la situazione che si è creata dovrebbe anche invitare ad una rilettura dell’anti islamismo pregiudiziale che ha dettato l’agenda negli ultimi decenni. Esiste un più generale male interpretato sentimento religioso e la strumentalizzazione per altri fini di fedi e di credenti che ne fanno governanti scriteriati.
Qualche giorno fa abbiamo dato conto dell’esistenza di voci che finalmente, si muovo anche nel mondo ebraico internazionale (CLICCA QUI). Tra coloro cioè che si rendono conto dell’isolamento mondiale in cui è finito Israele e i rischi insiti in queste visioni “imperiali”, il collante che tiene in piedi la coalizione di Netanyahu. Per quanto non bisogna neppure dimenticare che l’opposizione al Primo ministro israeliano non sembra proprio indicare una reale via alternativa. Visto che pochi giorni fa uno dei suoi leader, l’ex Primo ministro Naftali Bennet, ha assicurato che un nuovo governo avrebbe comunque intenzione di accogliere un altro milione di ebrei provenienti dal resto del mondo. E dove li metteranno? Si aggiungeranno ai quasi 900 mila coloni che già oggi stanno estromettendo i palestinesi e i cristiani dalla Cisgiordania e dai sobborghi di Gerusalemme? Quando il problema dovrebbe essere quello di restituire le terre espropriate con una brutalità degna di altri tempi e di altri regimi dittatoriali.
In Italia alcune voci pure si levano. Ma da quello che ha detto in televisione poche sere fa Gad Lerner c’è persino da essere più preoccupati. Giacché ha parlato delle minacce ricevute, da parte di altri ebrei, da lui e da altre sparute personalità israelitiche italiane che osano criticare Netanyahu e la politica d’Israele.
E così, non sentiamo profferire scuse per tutto ciò. Così come non sentiamo interventi da parte di quei politici che si dicono cristiani e che, meritoriamente, sono impegnati contro l’antisemitismo, ma che sulle persecuzioni in atto in Terra Santa non mettono la stessa abnegazione e non parlano con la stessa decisione e chiarezza.
Per adesso, così, dobbiamo prendere atto che c’è chi si è scusato e chi fa finta di niente.
Giancarlo Infante