Ha ragione chi ricorda la “natura trasversale” del concetto e del voto per un Referendum come fa Giorgio Merlo su Il Domani d’Italia (CLICCA QUI). I partiti, e soprattutto le coalizioni abbastanza “fittizie”, che mai come oggi caratterizzano il sistema politico, non riescono a tenere sempre tutto assieme. Soprattutto  se – come nel caso del prossimo Referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati – vengono richiamati persino sentimenti “ancestrali” ,  pre – politici e sono frutto di riflessioni che arrivano da lontano. Si portano inevitabilmente dietro vecchie e consolidate opinioni, e battaglie politiche. In taluni casi, trascinano il ricordo di vicende giudiziarie che hanno avvelenato la storia del Paese e, soprattutto, il modo di porsi tra avversari. Oltre trent’anni di “veleni” ci fanno trovare nelle condizioni attuali.

In fondo, come c’ha ripetutamente spiegato Forza Italia, c’è il “convitato di pietra” che risponde al nome di Silvio Berlusconi. Così come, per altri, ci sono le indimenticabili “Mani pulite”, con le loro non poche vittime di ogni genere e con il lascito di una sorta di marchio indelebile nel rapporto tra politica e magistratura. C’è, quindi, da spiegarsi, così, quella che si può considerare una “ideologizzazione” del dibattito. Cosa che, del resto, rappresenta una tendenza della politica del nostro Paese, giungendo quasi a battere il calcio quale sport nazionale.

Tutto ciò allontana la possibilità di giungere ad un approfondimento delle ragioni che possano portare alla scelta ponderata per un “sì” o per un “no”. Una scelta cui, però, si sarebbe dovuti giungere in un altro clima e su altre basi. E meglio sarebbe stato se non ci si fosse giunti affatto visto il tema in questione. Che la maggioranza presenta come riforma della Giustizia. E che va ad incidere sul sistema costituzionale. Ed è grave che un tale passo sia stato deciso dal Governo ed imposto al Parlamento continuando lungo il sentiero della “governalizzazione” del Paese a danno del suo sistema parlamentare e in barba al doveroso rispetto di ruoli e competenze istituzionali.

Ma noi dobbiamo in particolare rifuggire da un metodo di ragionare che toglie dall’area del contenzioso culturale e politico il “contesto”. E cioè quell’insieme di realtà materiali ed immateriali in cui dev’essere valutata la decisione da raggiungere. E dobbiamo subito dire che niente c’entra il tema della Giustizia. Soprattutto di quella che interessa i cittadini che, sia nel penale, sia nel civile non hanno visto, dopo tanti interventi spacciati per riforma, migliorare in alcun modo il loro rapporto con i tribunali.

Si parla tanto della “terzietà” del Giudice. Dimenticando che in questa direzione siano già andati. Prevedendo addirittura, in più, che il Pubblico ministero raccolga anche le prove a discarico dell’imputato. Nessuno dice che, al tempo stesso, si è trattato di una “riformicchia” perché non si è dotato il Giudice giudicante degli stessi strumenti oggi nella disponibilità dell’Accusa e, in molti casi, pure della Difesa, quando essa coinvolge entità e personalità potenti e facoltose.

Abbiamo già detto dell’incidenza sull’equilibrio tra i Poteri dello Stato. Che nella realtà significa dialettica, ma anche interventi giurisdizionali, se del caso, che possono giungere fino alla Corte Costituzionale, alla Cassazione o al Consiglio di Stato per quanto concerne la Pubblica Amministrazione. Nessuno è senza tutela e senza possibilità di intervento riparatore. Anche la Politica ha le sue proprie guarentigie che nessuno mette in discussione. Anche se sono evidenti – e la pubblica opinione vive ciò con molta insofferenza – i tentativi di farla diventare sempre di più un castello inespugnabile ed intoccabile. E in questo senso è andato certamente il già citato metodo adottato dal Governo il quale meglio avrebbe fatto ad astenersi dall’intervenire su un tema che, semmai, avrebbe dovuto essere davvero compito del Parlamento sviscerare, ma libero dai pregiudiziali vincoli di partito. E, semmai, dopo un ampio dibattito in cui avremmo voluto vedere il più esteso ed effettivo coinvolgimento della società civile, delle Università, degli studiosi, oltre che ovviamente delle parti più interessate come sono da considerare Magistrati ed Avvocati. Con quest’ultimi che, salvo qualche lodevole eccezione, sono portati inevitabilmente a pensare prima ai loro clienti e, poi, a provvedere  in sede accademica a discettare sulle questioni astratte del Diritto.

Il Governo nega che si tratti di un attacco alla Magistratura e che, soprattutto, e respinge le accuse dell’opposizione che l’obiettivo resti quello, invece, di mettere sotto controllo le Procure. Purtroppo, dichiarazioni autorevoli, ma improvvide ed inaccettabili, fanno riflettere. Come quelle del Ministro Carlo Nordio che ha avuto l’infelice idea di esprimere pubblicamente la propria meraviglia per la reazione dei contrari. Perché un domani, ha detto, a ben pensarci –  loro al Governo – potranno goderne dei vantaggi. Che sarebbero quelli derivanti dal poter mettere sotto tutela gli inquirenti.

La Presidente del Consiglio se n’è uscita con la mancata “collaborazione” dei magistrati. Ella si riferiva specificatamente alla questione sicurezza, ma facendo ben intendere che la sofferenza in lei provocata era d’ordine generale. Ed anche qui con una grave contraddizione o, comunque, una certa qual confusione causata dal mettere tutto in un mazzo i procuratori inquirenti ed i giudici giudicanti. Eh sì, perché sono i primi che avviano l’azione penale, spesso su sollecitazione e sempre in sintonia con la Polizia giudiziaria. E quindi non si capisce dove ci sarebbe questa mancata collaborazione.

Il suo capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami – quello che ama travestirsi da ufficiale delle SS, per intenderci – egli  evidentemente si sente meno trattenuto ha parlato tout court di “sabotaggio”. Certo, usando la foglia di fico dell’immagine delle “toghe rosse”. Dimenticando che tutta la Magistratura ha preso una posizione precisa e che la stragrande maggioranza dei suoi componenti non indossa affatto tali vesti vermiglie.

E comunque, come sottolineato ieri (CLICCA QUI), non ha alcun senso parlare di “collaborazione” come l’intendono la Meloni e i suoi. E come ieri, c’è da ribadire che “i giudici non devono ‘collaborare’ né con il Governo né con nessun altro. Devono applicare la Legge. Eventualmente, anche a carico del Governo e dei suoi componenti.

Affrontando questi aspetti, che saranno approfonditi a mano a mano che ci avvicineremo al Referendum, si delinea quindi meglio il “contesto” da tenere in considerazione. Una realtà politico istituzionale caratterizzata da una spinta governativa ad erodere progressivamente gli spazi vitali del Parlamento e della Magistratura. Oltre a non far mancare insofferenza nei confronti del Capo dello Stato e della Magistratura amministrativa.

Giancarlo Infante

 

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