Il padre di una mia cara amica che partecipò alla spedizione dell’ Armir, in Russia, durante la Seconda guerra mondiale, ricordava spesso quella sua dolorosa e terribile esperienza.  A chi gli chiedeva qualche commento su quella sciagurata avventura, rispondeva sempre con queste parole: “Siamo stati mandati al massacro. E poi, ricordatevi sempre: i russi hanno la guerra nel sangue”. Una frase dura, ma che contiene un fondo di verità storica. Sin dai tempi degli zar, la Russia ha sempre cercato un ruolo egemonico nello spazio eurasiatico, oscillando però tra espansione e collasso. Dalla costruzione dell’Impero di Pietro il Grande alla potenza sovietica del Novecento, Mosca ha alternato sogni di dominio universale a crisi interne devastanti, segnate da guerre civili, carestie e rivoluzioni. Oggi, sotto il regime di Vladimir Putin, il copione sembra ripetersi: un potere accentrato, una politica estera aggressiva e un’ideologia che mira a riaffermare la “grandezza russa”, ma che rischia di trascinare il Paese verso un nuovo declino.

Un impero senza futuro

L’invasione dell’Ucraina ha segnato il punto più basso della parabola putiniana. Quella che doveva essere una “operazione speciale” di poche settimane si è trasformata in una guerra logorante, costosa e sempre più impopolare. Il mito della vecchia Armata Rossa, capace di sconfiggere il nazismo e di proiettare la potenza sovietica fino a Berlino, si è infranto di fronte a un nemico più agile, tecnologico e sostenuto da un’alleanza occidentale compatta. L’esercito russo, ancora legato a concezioni novecentesche della guerra, fatica a difendere anche le proprie strutture strategiche dagli attacchi di droni e missili intelligenti. Le immagini dei depositi energetici in fiamme o delle basi militari colpite nel cuore della Russia rivelano l’impreparazione di un sistema militare obsoleto e corrotto. Ma la guerra non si combatte solo sui campi di battaglia. Le sanzioni occidentali stanno erodendo le fondamenta economiche del Paese. L’embargo su tecnologie, semiconduttori e risorse finanziarie ha messo in crisi la produzione industriale, il sistema bancario e il tenore di vita delle famiglie. L’inflazione cresce, i salari reali crollano, e in molte regioni — come la Rostov o la Siberia — si iniziano a tagliare servizi essenziali e spese pubbliche. Il sogno imperiale di Putin si sta trasformando in un incubo sociale.

La religione, la società e il malcontento

C’è anche una dimensione religiosa e culturale in questo conflitto. Il patriarca Kirill, capo della Chiesa ortodossa russa, ha benedetto l’“operazione militare”, interpretandola come una crociata contro l’Occidente decadente. Ma questa retorica mistica e nazionalista non convince più la maggioranza dei russi, soprattutto i giovani, che guardano con disincanto alla guerra e desiderano normalità, libertà, contatti con l’Europa. Secondo alcune stime, oltre l’80% della popolazione è stanco del conflitto. Crescono la disillusione e la rabbia, soprattutto lontano da Mosca, dove la scarsità di beni di prima necessità e la mancanza di benzina rendono la vita sempre più difficile. La società civile, pur repressa, manifesta segni di insofferenza. Artisti, studenti, professionisti emigrano in massa, portando con sé competenze e creatività. È una fuga silenziosa ma eloquente: il Paese si svuota delle sue migliori energie, mentre il regime si chiude in un isolamento autarchico e paranoico.

L’Europa e la fermezza dell’Occidente

Di fronte a questa deriva, l’Europa ha saputo mantenere una linea di straordinaria compattezza e fermezza. Dalla prima condanna dell’invasione nel febbraio 2022, fino al sostegno militare, economico e umanitario all’Ucraina, Bruxelles ha riscoperto il senso profondo della propria unità politica e morale. Per la prima volta dopo decenni, nonostante il debole controcanto di Orbàn, l’Unione ha agito come un soggetto geopolitico, consapevole che la libertà dell’Ucraina coincide con la difesa dei propri confini e dei propri valori. La guerra in Ucraina non è solo uno scontro territoriale, ma una battaglia per il futuro dell’Europa e per il destino stesso della Russia. Se Mosca non cambierà rotta, rischia di perdere definitivamente il suo status di potenza mondiale e di scivolare in un umiliante vassallaggio verso la Cina. La storia, ancora una volta, sembra ripetersi: un impero che tenta di rinascere con la forza, ma che finisce travolto dalla sua stessa mania di grandezza. Solo una pace giusta, fondata sul rispetto del diritto internazionale, potrà restituire alla Russia un posto nel mondo. Oggi, però, questa pace dipende soprattutto dalla capacità dell’Europa e dell’Occidente di restare saldi e determinati, per fermare un’aggressione che, se non contenuta, potrebbe varcare i confini dell’Ucraina e minacciare la stabilità e la libertà dell’intero continente.

Michele Rutigliano

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