Ci sono viaggi che appartengono alla diplomazia e viaggi che invece appartengono alla storia. Il viaggio di Xi Jinping a Pyongyang, il primo dopo sette anni, non è stato soltanto una visita di Stato. È stato un messaggio. Un segnale lanciato al mondo da una delle regioni più instabili e strategicamente decisive del pianeta. Un gesto che va ben oltre i sorrisi ufficiali, le parate militari, i tappeti rossi e le fotografie di rito.

Per comprendere il significato di quelle immagini bisogna guardare oltre la coreografia. La vera notizia, infatti, non è che Xi Jinping abbia incontrato Kim Jong-un, ma che abbia sentito il bisogno di farlo adesso. Non solo, mentre dall’inizio dell’anno il Presidente cinese non si è mosso da Pechino per i suoi grandi appuntamenti internazionali, come si è visto prima con Trump e poi con Putin, in questo caso è stato lui stesso a far visita al suo piccolo vicino.

Nella grande partita geopolitica del XXI secolo, il tempo conta quanto i fatti. Talvolta conta persino di più

Da anni la Corea del Nord rappresenta per Pechino un alleato necessario ma scomodo. Un vicino indispensabile ma imprevedibile. Un cuscinetto strategico tra la Cina e la presenza militare americana nella penisola coreana. Un piccolo stato armato di missili nucleari che nessuno può controllare completamente, neppure il suo più potente protettore e questo non è mai stato tanto vero come adesso. La relazione tra Pechino e Pyongyang è spesso stata descritta come una fratellanza socialista. In realtà, assomiglia molto di più a un matrimonio di interesse.

La Corea del Nord ha bisogno della Cina per sopravvivere economicamente, mentre la Cina ne ha bisogno per impedire che le truppe americane arrivino alle proprie frontiere: è una relazione costruita sulla necessità più che sull’affetto. Eppure, negli ultimi anni qualcosa è cambiato.

Mentre l’attenzione del mondo era concentrata sulla guerra in Ucraina, Kim Jong-un ha progressivamente ampliato il proprio spazio di manovra internazionale. La Russia di Vladimir Putin, isolata dall’Occidente ed impegnata in un conflitto lungo e logorante, ha trovato nella Corea del Nord un partner disponibile. Kim ne ha subito approfittato per cogliere l’occasione che gli si presentava. Era al fianco di Putin per la parata del 9 Maggio che commemorava la vittoria sovietica sul nemico nazifascista e, soprattutto, gli ha offerto 16 mila soldati da inviare a combattere in Ucraina, oltre 4 milioni di proiettili e numerosi operai da impiegare nelle sue industrie. In cambio di questa cooperazione, il Presidente russo gli ha offerto tecnologia militare per modernizzare le sue difese antiaeree insieme ad altri settori delle sue Forze armate. A ciò vanno aggiunti generi alimentari, forniture energetiche e persino turisti. Entrambi hanno poi firmato un trattato di reciproca difesa e cooperazione che ha contribuito a diminuire l’isolamento economico della Corea del Nord ed elevarne il rango internazionale.

L’asse Mosca-Pyongyang si è consolidato con una rapidità che ha sorpreso molti osservatori ed è proprio qui ad emergere la ragione profonda del viaggio di Xi che ha compreso come la Corea del Nord stava diventando meno dipendente da Pechino. Per la leadership cinese si trattava di una prospettiva inquietante: bene quindi porsi nuovamente al centro dei rapporti con Pyongyang.

Per oltre settant’anni la Repubblica Popolare ha considerato la penisola coreana una zona d’influenza naturale. Fin dalla guerra di Corea, combattuta negli anni Cinquanta al prezzo di centinaia di migliaia di vite cinesi, Pechino ha investito immense risorse politiche e militari per mantenere stabile il regime nordcoreano. L’idea che Kim possa oggi disporre di un’alternativa strategica e mettere ulteriormente l’accento sul nucleare e l’indipendenza nazionale rappresenta per lui una novità storica: come tutte le grandi potenze, la leadership cinese detesta le novità che non riesce a controllare. Per questo il viaggio di Xi appare come un gesto di riaffermazione, una dimostrazione di presenza, una dichiarazione implicita di sovranità geopolitica anche per saggiare le intenzioni del suo piccolo vicino.

Il messaggio rivolto a Kim è semplice: non dimenticare chi è stato il tuo protettore per tre generazioni. Quello rivolto alla Russia è ancora più chiaro: la Corea del Nord non appartiene alla sfera d’influenza di Mosca. Ma il messaggio più importante era destinato a Washington. Ogni incontro tra Xi e Kim contiene sempre un interlocutore invisibile: gli Stati Uniti.

La geopolitica asiatica assomiglia a un gigantesco gioco di specchi, nel quale ogni movimento produce riflessi multipli. Quando Pechino rafforza i legami con Pyongyang, Tokyo osserva e così Seoul. Quando Tokyo si riarma, Pechino reagisce. Quando la Corea del Nord testa un missile, Washington aumenta la propria presenza militare. Quando gli Stati Uniti rafforzano le alleanze regionali, la Cina cerca nuovi strumenti di pressione.

È un sistema di equilibri precari nel quale ogni gesto assume un significato strategico

Il viaggio di Xi si colloca precisamente dentro questa logica, visto che negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno consolidato i rapporti con il Giappone e la Corea del Sud. Si sono avvicinati all’India, hanno intensificato i rapporti con Australia e Nuova Zelanda senza trascurare il Vietnam e le Filippine. Le esercitazioni militari congiunte si sono intensificate, e architetture di sicurezza regionali sono diventate più integrate, mentre la competizione tra Washington e Pechino ha assunto dimensioni sempre più globali.

La Cina percepisce tutto questo come una forma di contenimento, una cintura strategica che rischia di limitare la sua espansione. In tale contesto, la Corea del Nord torna a essere un tassello fondamentale, non perché possa alterare da sola gli equilibri mondiali, ma perché rappresenta un fattore permanente di instabilità capace di complicare i calcoli strategici americani. Non è infatti un caso che il Presidente cinese si sia astenuto dal menzionare la sua politica nucleare. Egli teme infatti la possibilità di una proliferazione regionale che possa avere come protagonisti Giappone, Corea del Sud e, forse, persino Taiwan. Questa visita dunque, non riguarda soltanto la penisola coreana, riguarda anche Taiwan, il Mar Cinese Meridionale ed il Pacifico. Soprattutto, riguarda il futuro ordine mondiale.

Un errore interpretare questo viaggio esclusivamente attraverso il prisma della potenza: esiste infatti una dimensione simbolica che merita attenzione

Le immagini diffuse da Pyongyang hanno mostrato folle ordinate, bandiere rosse, slogan di amicizia eterna, parate e cerimonie monumentali. Una scenografia che sembrava uscita direttamente dagli anni Sessanta del secolo scorso, comunque grandiosa e magnifica, con l’evidente obbiettivo di esaltare i rapporti tra le due nazioni. In un mondo dominato dall’intelligenza artificiale, dai satelliti e dalle piattaforme digitali, la Corea del Nord continua a rappresentare una sorta di capsula del tempo ideologica. Un luogo dove la politica conserva ancora i rituali solenni del secolo scorso.

Xi Jinping lo sa bene. La Cina contemporanea è diventata una superpotenza tecnologica, finanziaria e industriale, ma il Partito Comunista cinese conserva ancora una memoria profonda della propria storia rivoluzionaria. Per questo il legame con Pyongyang possiede un valore che trascende l’utilità immediata: è il ricordo di una genealogia comune, di una guerra combattuta insieme, di un’epoca in cui il mondo appariva diviso in blocchi ideologici contrapposti.

Paradossalmente, mentre la Cina si presenta come protagonista della modernizzazione globale, continua a coltivare alcuni simboli della propria eredità rivoluzionaria. La Corea del Nord è uno di questi simboli, un simbolo che Pechino non può permettersi di perdere.

Ma proprio qui emerge un’altra contraddizione. La Cina del 2026 non è più la Cina di Mao: è una potenza globale con interessi economici distribuiti su tutti i continenti. Ha quindi bisogno di stabilità, di commerci, di prevedibilità. La Corea del Nord, pur avendo sempre optato per una politica di isolamento, continua a incarnare l’imprevedibilità non avendo mai smesso di collaudare missili, effettuare test nucleari, proferire minacce senza rifuggire da crisi diplomatiche e  provocazioni periodiche.

Per Pechino il problema non consiste soltanto nel mantenere Pyongyang nella propria orbita, consiste nel farlo senza farsi coinvolgere in qualche imprevisto. È il dilemma che accompagna ogni potenza nei confronti dei propri alleati minori: come proteggerli senza diventarne ostaggio, come sostenerli senza incoraggiarne gli eccessi, come esercitare influenza senza assumersi responsabilità illimitate. La storia insegna che questo equilibrio è estremamente difficile da mantenere. Raramente gli imperi vengono messi in difficoltà dai loro nemici più forti: molto più spesso possono essere logorati dai loro alleati più problematici.

Xi Jinping conosce questa lezione. Per questo il viaggio a Pyongyang può essere letto anche come un tentativo di gestione preventiva, una missione destinata a ridurre l’incertezza, a ristabilire gerarchie, a ricordare che, nonostante l’attivismo russo, il principale interlocutore della Corea del Nord resta sempre la Cina che, oltre ad essere il suo principale partner commerciale, ha anche investito enormemente nel Paese, soprattutto nel settore minerario e delle infrastrutture.

Ma c’è un ultimo aspetto che merita di essere considerato: in politica internazionale i simboli spesso anticipano le trasformazioni. Quando un leader compie un viaggio raro, quando rompe una lunga assenza, quando investe capitale politico in una relazione apparentemente marginale, significa quasi sempre che qualcosa si sta muovendo sotto la superficie.

Il mondo sta entrando in una nuova fase della competizione tra grandi potenze ed è inutile dire come la guerra in Ucraina, con le sue conseguenze, abbia accelerato la formazione di blocchi. Le tensioni attorno a Taiwan continuano ad aumentare, mentre le relazioni tra Cina e Stati Uniti attraversano una delle stagioni più difficili degli ultimi decenni.

In questo scenario la visita di Xi a Pyongyang assume il valore di una fotografia del tempo presente, una fotografia che racconta un mondo sempre meno unipolare e più complicato: un mondo nel quale le alleanze della Guerra Fredda non sono scomparse ma si sono semplicemente trasformate.

 

Dietro i sorrisi di Xi Jinping e Kim Jong-un non vi era soltanto l’incontro tra due leader, vi era la lunga eco lunga della storia asiatica, il ritorno di una logica delle sfere d’influenza che molti credevano superata. Vi era la consapevolezza che il XXI secolo non sarà ricordato come l’epoca della fine della geopolitica. Sarà invece ricordato come il momento del suo ritorno. Forse, osservando quelle immagini provenienti da Pyongyang, la domanda più importante non riguarda ciò che Xi Jinping è andato a cercare in Corea del Nord. La vera domanda è che cosa la Cina teme di perdere. Raramente le grandi potenze viaggiano per nostalgia. Viaggiano quasi sempre per necessità e quando l’uomo più potente della Cina decide di tornare a Pyongyang dopo sette anni, significa che da qualche parte, dietro le quinte della storia, il grande equilibrio asiatico ha cominciato nuovamente a muoversi.

Xi ha compreso che il suo vicino di oggi non è più quello di un tempo, paese poverissimo che aveva destinato ogni risorsa al programma militare e allo sviluppo nucleare, tanto da riuscire a rafforzare in modo esponenziale il proprio arsenale atomico e missilistico. Non pochi osservatori adesso temono che con l’assistenza russa Pyongyang possa presto costruirsi il suo primo sommergibile nucleare, oltre a navi da guerra moderne e una flotta di droni a scopo bellico.

Sa anche che è giunto il momento di sviluppare un rapporto più costruttivo, tra adulti, tale da consentire alla Cina di apparire come polo di stabilità nella regione. Come sembra volerlo la Corea del Nord, non tanto una vera e propria alleanza, quanto un asse dotato di una certa elasticità. Nella regione, in fondo, ancora si contano 40 basi americane e il paese, che sta iniziando una grande trasformazione crescendo più del 3% anche sotto sanzioni, si considera sempre meno suscettibile a minacce esterne. In abile equilibrio tra Cina e Russia, Kim Jong-un ha oggi una leva maggiore di quella avuta negli ultimi trent’anni.

Edoardo Almagià

 

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