Il “centro” come “spazio da occupare”
Il “bipolarismo coatto” del sistema elettorale italiano sta divenendo un disastro sempre meno occultabile. Nonostante gli opinion makers accreditati dai media facciano ogni sforzo per tenerne in piedi la credibilità e ci ripetano che bisogna evitare il rischio del pareggio tra coalizioni e della instabilità, anche se già abbiamo il governo più “stabile” della nostra storia, ventennio a parte, ovviamente.
D’altra parte appaiono sempre più disperati e grotteschi i tentativi della maggioranza di tenerlo in vita con una legge elettorale sempre più simile ad un Frankenstein, ingestibile persino per chi lo sta progettando. Si delineano così scenari inquietanti sia nel caso che si arrivi ad uno stallo, sia nel caso che la legge – credo ormai “rimandata a settembre” – possa essere davvero promulgata, tenuto conto che anche l’attuale Rosatellum non sta molto meglio da questi punti di vista.
Si cominciano ad avvertire anche in alto gli effetti collaterali del disastroso bipolarismo coatto. Anche per questo si pensa che una delle vie di uscita potrebbe essere allora il ritorno ad una valorizzazione del centro, magari come stampella correttiva di un bipolarismo fallimentare di cui si incolpano gli opposti “populismi” (il cd. “bi‑populismo”) che invece ne sono l’effetto, non la causa. E magari si pensa anche al ricorso al ballottaggio originariamente previsto.
Ma quale è stato il ruolo del “centro” nella storia elettorale italiana? Dobbiamo distinguere tra due fasi diverse, per capire quale centro si vuole oggi davvero.
Prima del fascismo e della repubblica, dal 1861 al 1919, vigeva per le elezioni politiche un sistema maggioritario a doppio turno in collegi uninominali, esattamente come avviene oggi nel sistema di elezione dei sindaci, che addirittura qualcuno vorrebbe applicare di nuovo alle elezioni politiche.
Il centro dello schieramento politico, in assenza di partiti strutturati, non era un partito ma il luogo strategico della manovra elettorale per far pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra nei casi non rari di equilibrio tra schieramenti opposti. L’obiettivo nei singoli collegi delle elezioni politiche dell’Italia ottocentesca – priva di partiti organizzati, ma non di consorterie e clientele strutturate – era di solito quello di sopraffare l’avversario nei singoli collegi e per questo si promuovevano le coalizioni più strane e più ibride che partivano dalla confusione dei programmi ed arrivavano al dissidio magari il giorno successivo alle elezioni.
In questo contesto, proprio di gran parte dei collegi, specie nel Meridione, una ristretta massa intermedia incerta tra i due “partiti” in competizione – il “partito di governo” e quello di “opposizione” – era in grado di condizionare il voto del ballottaggio e bastava allora, come si diceva, “fare l’articolo e lavorare la piazza” perché i comitati elettorali e poi gli elettori inghiottissero il candidato scelto anche turandosi il naso.
Molto diverso da oggi? Non mi sembra. Il bipolarismo maggioritario utilizzato per le elezioni politiche (e non solo per quelle amministrative) ci ha ricondotto alla Italietta dell’Ottocento. Alla faccia delle presunte modernizzazioni che dovevano portarci al sistema anglosassone. Soltanto che il confronto tra le coalizioni è oggi gestito a livello nazionale e mediatico, con ben altre forze, quelle dei social e soprattutto quelle dei “salotti mediatici”.
Ma, esattamente come allora, il “centro” è soprattutto un luogo strategico, dove possono collocarsi i “comitati elettorali” che si autodefiniscono “partiti” e che nascono come funghi specie in vista del voto per poi magari dissolversi o riciclarsi ad ogni tornata elettorale con etichette diverse, slogan sempre nuovi ma medesimi attori. Uno spazio vuoto disponibile per i giochi e le strategie più spregiudicate.
Il “centro” come “forza politica”
Rispetto all’Italia prefascista nella Repubblica le cose sono poi mutate radicalmente. Le ha mutate soprattutto il sistema proporzionale che ha reso impossibile ridurre le elezioni politiche ad una partita tra due contendenti in cui c’è un avversario da sconfiggere.
Tra le forze dei liberali e monarchici a Destra e quelle dei socialisti e comunisti a sinistra si è collocata la Democrazia Cristiana rinata nel 1941 dal vecchio Partito Popolare, un vero partito di centro ed anche continuativamente partito di maggioranza relativa, perno degli equilibri politici.
Non più dunque al centro uno spazio “occupabile” disponibile a opzioni diverse ed opposte, ma una forza dotata di una politica propria di juste milieu, potremmo dire, di equilibrio tra progresso e conservazione, una forza capace di acquisire l’appoggio della numerosa opinione pubblica moderata, lungo le linee del pensiero sociale cattolico, ma una forza che ha svolto anche altre funzioni.
Guardando al passato dalla prospettiva dell’oggi, del 2026, all’azione svolta dalla DC c’era anche altro: vi era la capacità di costruire una mediazione ed un denominatore culturale comune, una comune agenda politica per un confronto anche durissimo ma che non degenerava mai in contrapposizioni assolute.
La centralità data al concetto cristiano di “persona”, sin dalla Costituente, aveva costruito un ponte tra l’individualismo liberale ed il collettivismo social‑comunista, tra le esigenze di libertà e le esigenze di eguaglianza, che invano cercheremmo in altre esperienze europee del secondo dopoguerra. (Segue)
Umberto Baldocchi