Il “suicidio assistito” delle gemelle Kessler ha violentemente richiamato l’attenzione della pubblica opinione su un tema divisivo e difficile da maneggiare.

Anzitutto, ogni vicenda umana segnata dalla sofferenza va accostata con grande rispetto e secondo un sentimento di umana solidarietà per le persone ed il dolore che le accompagna. Peraltro, anche l’argomento, in sé, va affrontato con la delicatezza e la ponderazione che merita. Astenendosi da affermazioni apodittiche che, sacrificandolo ad una lettura ideologica, dall’una o dall’altra parte, lo renderebbero ancor più difficile da comprendere o, tutt’al più, lo inchioderebbero ad una “querelle” fuorviante tra cattolici e laici, che non ha ragion d’essere.

C’è un aspetto importante che va, in primo luogo, considerato: il “suicidio assistito” – e non è un paradosso – ha a che vedere più con la vita che non con la morte. Infatti – ed, a maggior ragione, lo documenta la vasta considerazione favorevole di cui gode – ha molto da dire su come stia evolvendo, almeno in questa nostra parte del mondo, l’auto-comprensione dell’umanità, la concezione che abbiamo di noi stessi.

Sta cambiando l’atteggiamento di fondo con cui guardiamo alla vita, quasi che non la considerassimo più un dono ed un destino, ma un prodotto, tra gli altri, dotato di scadenza e da consumare, dunque, entro il termine stabilito.
Sorgono tante domande cui andrebbe data una risposta che non sia emotiva, esposta alle intemperie di una certa fase storica piuttosto che di un’altra. Cosa corre, anzitutto, tra la morte e la vita? Sono davvero, come diciamo comunemente, due facce della stessa medaglia? Cosicché, guardano l’una in direzione opposta all’ altra, si escludono a vicenda ed i loro sguardi non si incontrano mai? Oggi è la scienza a dirci che non è così. Si dovrebbe, piuttosto dire, che la vita e la morte “vivono “ insieme, inestricabilmente intrecciate, complementari e necessarie l’una all’altra.

Va poi considerato il continuo riferimento all’ “autodeterminazione”. Inappellabile principio, di per sé sufficiente ed esaustivo per giustificare ogni comportamento? Ma siamo certi che “autodeterminazione“ e “liberta’” siano sostanzialmente sinonimi, si sovrappongono esattamente l’una all’altra?

La libertà non evoca, di sua natura, un versante di relazione? Non è, dunque, un fattore che crea rapporti, dai quali prende corpo una comunità e la coscienza di un destino comune, dentro cui la libertà prende concretamente forma?
Laddove, l’autodeterminazione, sostanzialmente, tende ad “atomizzare” la società e la trasforma in una landa di disperate solitudini?

Forse mai come oggi l’uomo è spinto ad interrogarsi su di sé, in modo radicale e questo investe con grande forza anche la politica. Dobbiamo esserne consapevoli e comportarci di conseguenza.

Domenico Galbiati

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