L’Europa vive una fase di transizione segnata da tensioni geopolitiche, competizione energetica e nuovi equilibri globali. In questo scenario, l’idea degli “Stati Uniti d’Europa” resta un obiettivo di lungo periodo. Ma nell’attesa di un salto federale che richiede volontà politica condivisa e revisioni dei Trattati, si potrebbe avviare un percorso più pragmatico: la costruzione di una Macroregione mediterranea, capace di coordinare interessi economici, infrastrutturali e sociali dei Paesi dell’Europa del Sud.

Non si tratterebbe di creare nuove istituzioni, bensì di utilizzare gli strumenti di cooperazione già previsti dall’Unione per definire priorità comuni: energia, logistica portuale, politiche migratorie, tutela ambientale, innovazione blu. Italia, Spagna, Grecia, Francia mediterranea, Malta e Cipro condividono caratteristiche economiche simili: forte vocazione turistica, centralità dell’agroalimentare, ruolo strategico dei porti, tessuto diffuso di piccole e medie imprese. Condividono anche criticità strutturali, come l’alto debito pubblico e la disoccupazione giovanile.

In questo quadro, il Sud Italia potrebbe assumere un ruolo di perno naturale della Macroregione. Per posizione geografica, per estensione costiera, per la presenza di grandi hub portuali e per la sua proiezione storica verso i Balcani e il Nord Africa, il Mezzogiorno rappresenta il baricentro logistico del Mediterraneo europeo. Una strategia macroregionale consentirebbe di valorizzarne infrastrutture, università, distretti agroalimentari ed energetici, trasformando una storica periferia in piattaforma strategica continentale. Non un’operazione identitaria, ma una scelta di politica industriale e di riequilibrio territoriale.

Opportunità, confronti europei e nodi politici
L’Unione europea ha già sperimentato il modello macroregionale con la Strategia per il Baltico, quella per il Danubio e per l’Adriatico-Ionio. In quei casi, non sono nate nuove burocrazie, ma si è rafforzato il coordinamento tra Stati e regioni su ambiente, trasporti, sicurezza marittima, sviluppo sostenibile. I risultati, pur con limiti, hanno mostrato che la cooperazione tematica può produrre investimenti mirati e maggiore peso negoziale a Bruxelles.

Una Macroregione mediterranea avrebbe opportunità analoghe, ma su scala più ampia: coordinamento delle reti energetiche tra Nord Africa ed Europa, integrazione dei porti come sistema logistico unico, strategie comuni sulla gestione dei flussi migratori, politiche condivise contro il rischio climatico che colpisce in modo particolare le aree costiere meridionali.

Gli ostacoli, tuttavia, sono evidenti. Le priorità politiche dei governi mediterranei non coincidono sempre; persistono differenze su politiche fiscali, relazioni esterne e gestione delle frontiere. Sul piano giuridico, occorre evitare sovrapposizioni con le competenze dell’Unione, mantenendo la Macroregione entro il perimetro delle cooperazioni rafforzate. Sul piano culturale, pesa una tradizione di frammentazione più che di coordinamento stabile.
Eppure, proprio in un’Europa attraversata da spinte centrifughe, un’iniziativa mediterranea potrebbe rappresentare un laboratorio di integrazione concreta. Non alternativa al progetto federale europeo, ma anticamera di una maggiore coesione.

Se il Mediterraneo tornerà ad essere percepito non come confine fragile ma come spazio strategico, allora una Macroregione del Sud potrà diventare il primo passo realistico verso un’Europa più unita e più consapevole dei propri equilibri interni e delle sue prospettive future.

Michele Rutigliano

About Author