Il Mezzogiorno – tutti lo sanno – è molto scarsamente rappresentato nel governo presieduto da Mario Draghi, sul quale sono state riposte le ultime speranze di una leadership in grado di fare effettivamente fronte alle necessità urgenti del paese.  E ciò fa indubbiamente temere un altrettanto grave marginalità del Sud negli interventi in cui dovrebbe tradursi il Recovery Plan.

Nonostante questa indicazione poco incoraggiante, un atteggiamento volontaristico è tuttavia indispensabile da parte di ogni forza politica che si voglia portatrice di benessere e di progresso, specie dopo un ventennio in cui ‘Italia ha perso sistematicamente terreno sia nel quadro europeo e che in quello mondiale. Si deve, perciò – e si vuole – coraggiosamente presumere che la scarsa considerazione per i problemi del Sud venga smentita da questo governo, o da un possibile Draghi 2, nato da una risoluzione delle molte contraddizioni interne alla coalizione, così come a ciascuna delle forze che in essa alla men peggio oggi coabitano. Si deve fare in modo che dall’impegno preso dal nuovo premier dinanzi alla Nazione tutta intera scaturisca anche una iniziativa per evitare in extremis un definitivo collasso socio-culturale e demografico delle regioni d’Italia più povere ed arretrate.

L’ultima chiamata

A nessun osservatore della situazione del nostro Sud può sfuggire la sensazione di quel che rischia l’Italia di questo inizio di secolo, e soprattutto dopo la presente tragedia, il definitivo scivolamento di circa il 40% della popolazione verso una condizione socio-economica e di vita comparabile a quella oggi prevalente nel cosiddetto Terzo Mondo. Per tale motivo, in un modo nell’altro, in positivo e negativo, il Recovery Plan sarà risolutivo per il destino del Sud. E su Draghi e il suo governo cadrà la responsabilità storica di aver risposto o meno alla ultima possibile chiamata per far fronte a un problema che può andare al di la della dimensione regionale, per porre in discussione la stessa sopravvivenza dell’Italia come stato unitario, e quindi l’indipendenza politica tanto delle regioni del Nord quanto su quelle del Sud.

Le iniziative a favore del Mezzogiorno di cui si è sentito recentemente parlare, in particolare due linee ferroviarie ad alta velocità nell’estrema propaggine meridionale della penisola, fanno pensare a quello che in inglese si chiama tokenism, ad un “contentino” elargito senza che ci si aspetti nessun miglioramento effettivo della situazione. E la cui natura, anche sulla base di precedenti esperienze, crea il legittimo timore che ad approfittarne ne sarebbero soprattutto soggetti criminali o tutt’al più organizzazioni clientelari

Lo sviluppo attraverso la mera infrastrutturazione è un concetto che è stato già sperimentato, e che la stessa Cassa del Mezzogiorno ha ritenuto, già negli anni 60, del tutto insufficiente. La creazione di infrastrutture – di ogni tipo di infrastrutture, non solo di quelle di trasporto – è un compito ordinario delle autorità di governo, un’attività di accompagnamento della crescita economica e civile. Ma non ha che scarsa o nulla capacità di trascinamento dello sviluppo.

Un meridionalismo veramente contemporaneo non può perciò limitarsi a ripetere esperienze del 1diciannovesimo secolo, reinterpretandole per di più in maniera schematica, e piuttosto semplificata.

Non c’è infatti dubbio che, per lo sviluppo de l’Ovest americano, oltre la sponda destra del Mississippi, un ruolo cruciale sia stato svolto dalla costruzione di ferrovie da oceano ad oceano Solo che, man mano che linea ferroviaria avanzava, nelle zone attraversate veniva applicato il programma homestead, che alle famiglie che si impegnavano a costruire una casa e ad abitarvi per almeno cinque anni, attribuiva gratuitamente un appezzamento di terra dell’ampiezza di un miglio quadro. E in non molti anni furono distribuiti, ad un totale di 1.600.000 assegnatari, non meno 650.000 kmdi terre prese agli Indiani, più di due volte l’Italia e – dato assai più significativo – pari a circa il 10 % della superficie totale degli Stati Uniti.

L’infrastrutturazione ferroviaria del territorio si associava insomma ad una sorta di fringe benefit, un “benefico complementare” che il progetto di portare l’alta velocità da Salerno a Reggio Calabria non sembra contemplare.

Il ruolo dell’Università

Per il rilancio del Sud, e per rimettere in movimento il processo di sviluppo che le regioni meridionali del nostro paese hanno effettivamente conosciuto negli anni ’50 e in gran parte di quelli ’60 bisognerà dunque far ricorso a misure diverse da quelle che hanno consentito agli yankees di “conquistare il West” dopo la vittoria nella Guerra di Secessione e lo sterminio degli Indiani.

Ed infatti, nel discorso pronunciato a Rimini nell’Agosto del 2020, Mario Draghi ha presentato un approccio totalmente diverso. Ha in primo luogo giustamente condannato la “distruzione del capitale umano di proporzioni senza precedenti” provocata dalla pandemia, comparandola alla distruzione del capitale fisico che ha caratterizzato la Seconda Guerra mondiale. Ed ha indicato che il debito che andava sottoscritto sarebbe stato “debito buono” solo “se utilizzato a specifici fini produttivi, ad esempio ad investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca”.

“La digitalizzazione – ha inoltre aggiunto Draghi – “imposta dal cambiamento delle nostre abitudini di lavoro, accelerata dalla pandemia, è destinata a rimanere una caratteristica permanente delle nostre società. …. Vi è però un settore, essenziale per la crescita e quindi per tutte le trasformazioni che ho appena elencato, dove la visione di lungo periodo deve sposarsi con l’azione immediata: il comparto dell’istruzione e, più in generale, l’investimento nei giovani.

Questo è stato sempre vero, ma la situazione presente rende imperativo e urgente un massiccio investimento di intelligenza e di risorse finanziarie in questo settore. La partecipazione alla società del futuro richiederà ai giovani di oggi ancor più grandi capacità di discernimento e di adattamento.

Se guardiamo alle culture e alle nazioni che meglio hanno gestito l’incertezza e la necessità del cambiamento, vediamo che queste hanno tutte assegnato all’educazione il ruolo fondamentale nel preparare i giovani a gestire il cambiamento e l’incertezza nei loro percorsi di vita, con saggezza e indipendenza di giudizio”

I comparti che Draghi ha indicato come prioritari e focalizzato come strategici, l’istruzione e la ricerca, cioè quello universitario presentano peraltro il vantaggio di essere uno dei rarissimi ambiti dell’economia del Mezzogiorno cui il crimine organizzato potrebbe non essere molto interessato, e in cui sarebbe forse possibile intervenire senza finire automaticamente per favorire proprio quegli interessi che sono responsabili della perdurante arretratezza di gran parte del paese. Sul quale, però, c’è molto da fare; perché negli ultimi decenni neanch’esso è rimasto immune dal decadimento generale della società italiana. Ne è stato anzi una de delle principali vittime, essendosi manifestati soprattutto al Sud – ed in maniera patente – gli effetti perversi di una insensata proliferazione di micro-atenei.

Però quello dell’insegnamento superiore è un settore che, nel Mezzogiorno, potrebbe prestarsi ad un tentativo di recupero che sappia trarre profitto di quanto accaduto, sotto un profilo tecnico, nel settore dell’insegnamento nel corso degli ultimi mesi.

Durante l’anno della crisi pandemica, la digitalizzazione, ancorché incompleta, della Penisola, ha permesso che gran parte dell’attività di insegnamento si sia svolta, come si sa, a distanza.  E ciò ha fatto scoprire alcuni indubbi vantaggi offerti, almeno nella istruzione universitaria, da questa modalità didattica.  Cosicché è ora possibile porsi la domanda su come il sistema della didattica distanza possa consentire di risolvere gli aspetti negativi della proliferazione delle sedi universitarie.

I danni del decentramento universitario

Determinata all’origine da ragioni di ordine pubblico, la proliferazione degli atenei è stata figlia della tragica esperienza del quindicennio successivo al 1968, in cui le masse studentesche si erano rivelate come il terreno in cui avevano attecchito interessi politici conservatori o addirittura reazionari, mascherati da posizioni politiche di sinistra extra-parlamentare. Per disperdere fuori dalle grandi sedi accademiche queste masse tanto violente quanto politicamente confuse, si è passati in un arco di tempo relativamente breve da 40 a circa 95 atenei. E a questo fenomeno perpetuatosi in maniera del tutto dissennata si è accompagnata non solo la presenza sempre più invadente e dequalificante della università private, ma anche una continua ed altrettanto disastrosa moltiplicazione delle sedi periferiche, che ha anch’essa contribuito al deficit formativo e culturale della società italiana, per constatare il quale basta guardare alla classe politica, il cui infimo livello è sotto gli occhi di tutti.

Nella proliferazione patologica delle università particolarmente criticata fu – per la penna di Mario Pirani – quella creata da Tremonti quando era Ministro dell’Economia,  e per decreto trasformò l’ex Scuola centrale tributaria in Scuola superiore dell’economia e delle finanze, dando vita ad una “istituzione di alta cultura”, il cui personale docente venne inserito a pieno titolo nei ruoli universitari; una istituzione quasi personale “con compiti di formazione universitaria, alle dipendenze del ministro”, al quale spetta la nomina degli organi accademici (rettore, prorettore, presidi di facoltà. Non a caso, la Conferenza dei Rettori protestò – ma ovviamente invano – per “il vulnus all’intero sistema universitario italiano… che potrebbe portare facilmente a tante diverse istituzioni di tipo universitario quanti i diversi ministeri”.

Per di più, se al Nord, dove si trovano parecchie città medio piccole in cui già preesisteva una certa vita culturale, l’università ha talora trovato condizioni per metter radici e sviluppare una propria fisionomia e un proprio ruolo social-culturale, questo non è quasi mai stato il caso del Mezzogiorno. E ciò anche per capillarità della presenza sul territorio: basta pensare , per esempio, che la “Sapienza” di Roma risulta avere sedi distaccate a Benevento, Bracciano, Buenos Aires, Campobasso Cassino, Cisterna di Latina, Civitavecchia, Isernia, Latina, Malindi, Narni Orvieto, Pomezia Pozzilli, Rieti, Viterbo. E le quattro Università delle Marche hanno sedi incrociate ad Ancona, Ascoli Piceno (2 sedi distaccate di due università della regione), Camerino, Civitanova Marche, Fano, Fermo (2), Jesi, Macerata (2), Matelica, Osimo, Pesaro (2), Recanati, San Benedetto del Tronto (2), Spinetoli, Urbino.

Dalla universalità al localismo

Particolare il caso della Calabria, dove, a fronte di due milioni di abitanti, oltre a quella di Arcavacata, vicino a Cosenza, che doveva essere l’unica, ed avere un ruolo importante nella modernizzazione qualitativa della realtà regionale ne sono sorte altre due a Reggio (una pubblica e una privata per stranieri), una a Catanzaro e più tardi una a Villa San Giovanni. Infine qualche anno fa era stata annunciata la nascita della Università della Sibaritide a Rossano Calabro (Cosenza), che farebbe capo telematicamente alla S. Pio V di Roma, assieme alle altre succursali di Benevento, Foggia, Napoli, Agropoli, Catania, Brescia, cui si dovrebbero essere aggiunte successivamente Cosenza e Palmi.

In Sicilia, da informazioni che risalgono a qualche anno fa, c’erano sedi universitarie, oltre che a Palermo, Catania e Messina, anche a Trapani, Modica, Taormina, Ragusa, Siracusa, Caltagirone e, da ultimo, Enna. Quest’ultima meriterebbe che si scendesse un po’ più nei dettagli, se trattarne non fosse umiliante anche per chi ne denunci la gravità.

Nel tentativo, talora in buona fede, di dare un ubi consistam a queste sedi distaccate, si è cercato di specializzarla su questioni di interesse locale.  Ma non sempre ciò portato frutti positivi; si sono anzi manifestati casi distruttivi di sovra-specializzazione. Il più esemplare è forse quello dell’Università di Arcavacata, che è stato un tentativo condotto da due grandi personalità come Paolo Sylos Labini e Nino Andreatta, e un tentativo di gran lunga più intellettualmente onesto ed ambizioso della gran parte dei semplici decentramenti da una università più importante ad una sede periferica. E questo per non parlare dei casi in cui la creazione dell’università ha avuto come scopo la semplice possibilità di offrire titoli accamici e piccole prebende ad un miserevole notabilato locale.

All’Università della Calabria, nella consapevolezza dei gravi problemi di disordine idrogeologico della regione, si è orientata tanto la facoltà di ingegneria che quella di economia allo studio dei problemi del territorio, con la formazione di laureati spesso di ottima qualità, e molto specializzati. Così facendo si è tuttavia prestata più attenzione ai fabbisogni dell’estremo sud della Penisola italiana, che alla domanda che esso, e lo Stato centrale, potevano esprimere. Perché la Calabria aveva certamente – ed ha tuttora – un gran bisogno di competenze applicate ai problemi del suo fragile territorio fatto di graniti e di argille. Ma non esistevano, e non esistono soggetti che diano vita ad iniziative di intervento idrogeologico, né istituzioni di ricerca. che offrissero posti di lavoro a personale competente specializzato in progetti finalizzati alla risoluzione di questi problemi.

E quando gli studenti dell’Università della Calabria hanno cercato di trasferirsi ad altre università che dessero titoli meglio spendibili sul mercato del lavoro, si sono trovati di fronte a un problema non previsto, ma che non era impossibile prevedere. Molti degli esami specialistici da essi sostenuti non venivano convalidati perché non corrispondenti al curriculum classico delle facoltà di economia e di ingegneria. Risultato, molti di questi laureati non hanno potuto utilizzare il loro titolo di studio sul mercato del lavoro.

Fare massa critica per la ricerca

E’ evidente che un decentramento cosi capillare e caotico finisce per isolare i pochi insegnanti validi di ciascuna sede distaccata riesce ad attirare, ed incoraggia il pendolarismo ed una presenza solo fuggevole del personale insegnante.  Difficilmente, infatti, i giovani docenti che in genere cominciano la carriera in queste sedi periferiche possono organizzare una vita familiare in funzione del luogo di lavoro, perché per le loro, o per i loro, consorti è estremamente improbabile che sia disponibile un’attività lavorativa di livello adeguato nella stessa sede. Basterà ricordare il caso, avvenuto durante la pandemia, della rinuncia del Rettore uscente dell’Università di Roma alla posizione di Commissario per la sanità in Calabria perché per la moglie era inconcepibile trasferirsi a Catanzaro. Certo! Può darsi che si sia trattato di una scusa, ma il fatto che sia stata utilizzata come pretesto plausibile conferma l’esistenza di un problema che non è difficile capire che esiste davvero.

Gli insegnanti di queste università decentrate vengono insomma a rafforzare le fila di quella piccola borghesia intellettuale che (come ha fatto notare Sylos Labini) nel secondo dopoguerra ha vissuto una costante perdita di status, un declassamento sociale e, per certi aspetti. una vera e propria proletarizzazione, e si vede scavalcato dai “parvenu”, non solo i nuovi ricchi, commercianti e imprenditori, ma anche i politici emersi verso il 2015, zotici e dai titoli di studio inesistenti. Per non parlare dei i “ristoratori” e dei “patrons de café” che dall’inizio del 2020 hanno tenuto in fermento la piazza contro le misure anticovid.

Di fatto, la drammatica frammentazione del sistema universitario ha tolto prestigio, ed ha gravemente scoraggiato ogni vero impegno dei docenti con migliori capacità e prospettive, oltre a render estremamente difficile, anche dal punto di vista operativo, l‘avvio in loco di qualsiasi attività di ricerca degna di questo nome. Ed è proprio sotto questo profilo che uno stop alla proliferazione, e l’avvio nella maggior parte dei casi di un processo di riaccorpamento sembrano indispensabili. Ed offrono una rara occasione per spendere bene parte di quella quota del Recovery Fund – quota non sappiamo quanto piccola – che sarà concessa al Mezzogiorno,

Con gli interventi che faranno seguito alla tragedia del coronavirus, ed alla sua patetica gestione da parte dei due governi Conte, il momento, forse l’ultimo momento utile, sembra essere ormai venuto per mettere in applicazione quanto indicato proprio da Mario Draghi: “dobbiamo essere vicini ai giovani investendo nella loro preparazione. Solo allora, con la buona coscienza di chi assolve al proprio compito, potremo ricordare ai più giovani che il miglior modo per ritrovare la direzione del presente è disegnare il suo futuro.”

Se veramente si tenterà di metterlo in atto, questo buon proposito sarà reso possibile, oggi, dai progressi dell’informatizzazione, e dal fatto che nel mondo universitario si è ormai affermata ed è stata giudicata piuttosto positivamente l’abitudine alla didattica a distanza. Se ne potrebbe infatti trarre partito per redistribuire le funzioni tra università di riferimento e sedi periferiche, mettendo a frutto quel “cambiamento delle nostre abitudini di lavoro” giustamente evocato da Draghi. Cioè per tornare a centralizzare la didattica “in presenza” , diffondendola al tempo stesso via rete ad una platea nazionale e – perché no – internazionale. Le sedi decentrate oggi esistenti potrebbero peraltro essere dedicate esclusivamente ai rapporti amministrativi con gli studenti, ed alle sessioni di esami da condurre in presenza, con commissioni di docenti i cui spostamenti risulterebbero in definitiva molto meno frequenti di quanto non siano oggi, a causa dei pendolarismi dei docenti resi necessari dalle lezioni in presenza nelle sedi periferiche.

In questo quadro diventa tecnicamente possibile cogliere un altro obiettivo: il più importante e fruttuoso: l’obiettivo di riaccorpare le attività di ricerca, o meglio – per parlare sinceramente – di rendere possibile lo svolgimento di tale attività da parte dei docenti che, sparpagliati ed isolati nelle sedi periferiche ed in continuo pendolarismo, finiscono per non farne che poca o nulla. Riunendoli in poche università, si verrebbe probabilmente a creare una comunità dotata di una massa abbastanza critica di ricercatori perché il processo che contraddistingue l’attività scientifica – il processo “euristico” – possa verificarsi. In altri termini, con la drastica ristrutturazione dell’attuale sistema delle sedi decentrate diventerebbe realistico anche l’obiettivo di raggruppare le capacità di ricerca e moltiplicare le sinergie e la “cross fertilization” tra campi della ricerca apparentemente diversi o addirittura distanti. E diventerebbe di conseguenza più facile e produttivo avviare e finanziare nuovi progetti ed iniziative predefinite, e creare centri di supporto all’avvio di start-ups.

E’ evidente che si tratta di un progetto ambizioso, che si scontra ad interessi non molto forti e politicamente assai meschini. Ma ad interessi assai diffusi, gli stessi che traggono vantaggio economico ed addirittura esistenziale dal provincialismo e dal localismo.

Altrettanto evidente è però l’attuale discredito dei luoghi comuni regionalisti e separatisti. Perché troppo tragico e clamoroso è stato lo scempio della salute pubblica compiuto con la gestione della pandemia da parte delle Amministrazioni Regionali perché il principio stesso del regionalismo non ne uscisse seriamente rimesso in discussione. Lo si è visto in particolare nel caso della Lombardia, regione che fino a qualche decennio fa poteva ostentare un capoluogo, Milano, come “unica città europea d’Italia”, ma che la sua presunzione di superiorità ha per troppo tempo consegnato alla squallida marmaglia leghista.

E’ innegabile che il localismo ed il regionalismo attraversino oggi il loro momento più basso da molti anni. E ciò offre l’occasione storica per una ripresa in mano del nostro destino da parte dello Stato. Il che può essere fatto – e con più che evidenti ragioni di priorità e di urgenza – a partire dal Mezzogiorno, che bisogna tornare a trattare nella sua unità, come problema di tutta una parte del paese, e non delle singole regioni che lo compongono –, ed a partire dal campo dell’istruzione universitaria e della ricerca, di cui la questione internazionale dei vaccini non cessa si sottolineare la centralità.

Un compito che tocca chiaramente all’élite intellettuale nazionale. E questa, quantunque assai impoverita, forse può ancora contribuire – come coraggiosamente vuole tentare di dimostrare il nuovo premier che l’Italia si è dato – a rallentare il processo di decadenza scientifica e culturale, e conseguentemente di regressione civile e di disfacimento politico, da cui è oggi investito il nostro paese.

Giuseppe Sacco