Riceviamo e pubblichiamo volentieri l’intervento di Alberto Mattioli, tra i sottoscrittori dell’appello che chiede il ripensamento della proposta di legge Zan

Certamente è essenziale estendere alle persone omosessuali e transessuali le tutele previste dalla vigente legge Mancino, che contrasta il razzismo e l’antisemitismo, in coerenza con la Costituzione e le risoluzioni UE. Lo dicono i continui cruenti fatti di cui le cronache ci informano. E con queste finalità è in discussione al Senato  il Ddl Zan già approvato alla Camera dei Deputati.
Purtroppo, con amarezza, v’è da rilevare che questo disegno di legge si è trasformato in un manifesto ideologico, che rischia di mettere in secondo piano l’obiettivo principale.  E’ un testo che va modificato, perché una legge scritta male porta a interpretazioni ed applicazioni controverse che poi finiscono in tribunale. È questo che viene denunciato da una mobilitazione nazionale di personalità e movimenti dell’area progressista e cattolica che ne evidenziano i limiti e rischi, chiedendo opportuni cambiamenti.
L’appello* promosso  ha raccolto circa 400 firme tra cui anche esponenti del Partito Democratico. Peraltro già da tempo altre eminenti personalità della cultura e del diritto avevano evidenziato le contraddizioni insite nella proposta. Purtroppo ancora una volta le tifoserie attraverso i social hanno generato un odioso clima conflittuale che ha portato minacce a diverse persone che si stanno spendendo per trovare possibili soluzioni. La scrittrice Cristina Comincini giustamente sollecita  la sinistra ( e non solo, aggiunge chi scrive) ad aprire un dibattito approfondito sulle questioni antropologiche. Il testo mischia questioni assai diverse fra loro e intervenendo con definizioni che preoccupano. Il ddl Zan introdurrebbe, se non emendato, una pericolosa sovrapposizione della parola “sesso” con quella di “genere” con conseguenze contrarie all’art. 3 della Costituzione per cui i diritti vengono riconosciuti in base al sesso e non al genere e non in armonia con la vigente legge n. 164/82 (e successive sentenze della Corte Costituzionale).
La definizione di “genere”, non accettata da altri paesi, crea una modalità di indeterminatezza che non è ammessa dal diritto, che invece deve dare certezza alle relazioni giuridiche in varie fattispecie. Una legge attesa ora rischia di divenire una proposta confusa e divisiva, incerta sulla libertà d’espressione. Introducendo il termine ”identità di genere” (divenuto il programma politico di chi intende cancellare la differenza sessuale per accreditare una indistinzione dei generi) che viene contestato, tra gli altri, da movimenti femministi e dall’ Arcilesbica. Un articolato che mischia questioni diverse e  antropologicamente preoccupanti.
L’ex senatore e sociologo  Luigi Manconi rileva che la questione non si può ridurre allo scontro tra fautori della libertà e del rispetto da un lato e omofobi e intolleranti dall’altro. E’ in gioco la “più ampia libertà di opinione”. Ma v’è una questione anche più generale. Pare vi sia una determinazione nel voler imporre la “gender theory” in un testo legislativo. Teoria secondo la quale le differenze biologiche sono una costruzione sociale ed esiste, al di là della logica sessuale binaria, una varietà di identità di genere. Ma questa teoria di genere non è certo codificata, semmai vi sono una pluralità di approcci, figli della libertà del pensiero. È bene colpire le violenze contro gli orientamenti sessuali, ma senza pretendere ridefinizioni affermate per legge.
Alberto Mattioli
* A promuovere l’appello, tra gli altri, sono la scrittrice e regista Cristina Comencini, il filosofo e storico Beppe Vacca, le ex europarlamentari Silvia Costa e Francesca Marinaro, la storica Emma Fattorini, la filosofa Francesca Izzo, l’ex presidente di Arcigay Aurelio Mancuso, ora alla guida di Equality Italia, i consiglieri comunali del Pd Piergiorgio Licciardello (Bologna) e Alice Arienta (Milano), i consiglieri regionali dem Giuseppe Paruolo (Emilia Romagna) e Fabio Pizzul (Lombardia), Maria Teresa Menozzo, della direzione nazionale Pd, e gli ex sindacalisti Raffaele Morese e Giorgio Benvenuto