Il 9 settembre Jacob Coxon, ricercatore di IA presso Anthropic, si è dimesso  pubblicamente lasciando al mondo un monito: l’IA potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio. «Nessun’altra attività umana comporta un pericolo così grande». Il suo linguaggio è intriso di riferimenti alla possibilità che l’IA sia senziente, ma non offre esempi concreti a sostegno di questa affermazione.

Eppure, appena tre giorni dopo, mentre il mondo sta ancora assimilando quest’ultima, terrificante profezia, Dario Amodei, CEO di Anthropic, pubblica il suo saggio chiedendo di rallentare lo sviluppo dell’IA. Lo seguono immediatamente, fra i tanti, anche il CEO di OpenAI, Sam Altman, e l’ex uomo da mille miliardi di dollari, Elon Musk, che condividono anch’essi le proprie preoccupazioni per quella che descrivono come una crescita allarmante delle capacità dell’IA.

Per tutto il 2026 abbiamo sentito parlare di «agenti fuori controllo» capaci di hackerare altre aziende, oppure di ChatGPT accusato di essere stato coinvolto in una serie di suicidi e omicidi-suicidi — episodi che hanno ricevuto poca attenzione mediatica. E così molti hanno iniziato a preoccuparsi sempre di più, soprattutto considerando che proprio coloro che hanno il maggiore interesse nell’espansione dell’industria dell’IA stanno ora chiedendo, improvvisamente, un “cessate il fuoco” nell’utilizzo della Ai nella corsa agli armamenti nella corsa agli armamenti.

Il pericolo deve aver raggiunto un potenziale davvero spaventoso se persino Altman — che nel suo The Intelligence Age aveva promesso che l’IA avrebbe prodotto una «prosperità enorme» e avrebbe potenzialmente risolto molti dei problemi dell’umanità — sembra ora essere profondamente scosso.

Il vaso di Pandora

Ma forse il cambiamento di atteggiamento più significativo si trova nella famigerata frase di Altman del 2016: «L’IA probabilmente, molto probabilmente, porterà alla fine del mondo, ma nel frattempo ci saranno grandi aziende.»

E più recentemente, nel 2026: «Siamo entrati nella singolarità (il momento in cui l’intelligenza artificiale supera quella umana e diventa capace di migliorarsi autonomamente, rendendo il successivo sviluppo tecnologico sempre più rapido e imprevedibile). Aspetto questo momento da tutta la vita», descrivendolo come qualcosa di «incredibile» e «fantastico per il mondo». Questo detto da una persona che, come altri, ha più volte voluto portare avanti il messaggio che l’IA è un vero e proprio vaso di Pandora.

Inevitabile. E infatti, nonostante lo scenario apocalittico evocato, nessuno dei grandi protagonisti dell’industria suggerisce di chiuderlo del tutto. Al massimo, ci chiedono di rallentare. Anzi, di rallentarLI.

La Grande Muraglia

Una lettura cinica suggerisce che una regolamentazione condivisa, o imposta dall’alto, possa creare dei vantaggi. Innanzitutto, per cercare di arginare la tempesta di resistenza ai data center che, soprattutto negli Stati Uniti, è diventata sempre più furibonda, cercando di dimostrare l’esistenza di un più generale acquisito senso di responsabilità per il benessere dell’umanità. E poi, perché regole costose e complesse sono molto più facili da rispettare per aziende con miliardi di dollari che per startup e piccoli concorrenti che operano principalmente con modelli open source.

Questi modelli aperti sono liberamente accessibili e possono ridurre drasticamente il vantaggio dei grandi laboratori proprietari, permettendo a startup, ricercatori e concorrenti di costruire sopra tecnologie che altrimenti richiederebbero miliardi di dollari di investimenti.

La Grande Muraglia, la cui necessità viene evocata, dunque, potrebbe essere legata a un altro spettro che perseguita non solo le grandi aziende dell’IA statunitensi, ma anche il governo stesso: la Cina. La Cina ha infatti un forte interesse nella diffusione di modelli aperti, che possono essere sviluppati e adattati rapidamente e ridurre la dipendenza dai modelli proprietari americani. Vista la svelata pericolosità dell’IA, nasce un argomento politico particolarmente convincente: i modelli “open source” possono essere presentati non solo come una minaccia commerciale, ma come un problema di sicurezza nazionale.

La questione finanziaria

Ed è qui che entra in gioco la questione finanziaria. Proprio mentre Amodei lancia il suo appello a rallentare e Altman lo sostiene, OpenAI annuncia che non andrà in borsa nel 2026. Secondo Altman, alla luce di tutto ciò che sta accadendo sul fronte della sicurezza, sarebbe «un momento sconsigliabile» per farlo.

La coincidenza temporale è quantomeno interessante. Perché una quotazione significherebbe sottoporre finalmente OpenAI al giudizio quotidiano del mercato: ricavi, margini, debito, perdite e soprattutto la capacità di trasformare gli enormi investimenti nell’IA in profitti reali. E gli investimenti sono enormi. A marzo OpenAI ha chiuso un round con 122 miliardi di dollari di capitale impegnato, a una valutazione post-money di 852 miliardi di dollari, mentre continua a investire nell’espansione della propria infrastruttura di calcolo.

Il problema, però, non riguarda soltanto OpenAI. L’intera industria ha costruito le proprie aspettative su una crescita praticamente ininterrotta della domanda di calcolo. Data center, chip, energia e infrastrutture vengono finanziati oggi sulla promessa che domani l’AI genererà ricavi sufficienti a giustificarli. Qui compare la parola che nessuno ama pronunciare: debito. Solo Vantage Data Centers ha preso in prestito circa 48 miliardi di dollari dal 2025 per finanziare l’espansione, mentre ora cerca fino a 2 miliardi di dollari di nuovi finanziamenti revolving.

Il rischio, quindi, non è necessariamente che domani qualcuno debba ripagare improvvisamente centinaia di miliardi. È più sottile: che nei prossimi anni ci si trovi con infrastrutture costruite sulla base di una crescita che non si è materializzata, rendendo più difficile rifinanziare il debito, giustificare nuovi investimenti e mantenere le valutazioni attuali.

In questo scenario, rallentare può diventare una strategia finanziaria. Non per fermare l’AI, ma per fermare — o almeno rallentare — la necessità di continuare a spendere. Dare tempo ai data center già costruiti di essere utilizzati, ai ricavi di crescere e agli investitori di assorbire il capitale già impegnato. È la differenza tra dire «la bolla sta per scoppiare» e dire «stiamo semplicemente entrando in una fase di sviluppo più responsabile».

E c’è un ultimo dettaglio. Se il mercato cominciasse a chiedersi non quanto sarà potente l’AI, ma quanto sarà redditizia, la narrativa cambierebbe radicalmente. Forse è proprio questo il vero motivo per cui il rallentamento arriva adesso: non necessariamente perché l’AI sia meno promettente, ma perché la macchina finanziaria che la sostiene potrebbe aver bisogno di tempo per mettersi in pari con le promesse che ha già venduto.

Forse l’IA ha veramente raggiunto un livello che potrebbe portarci all’estinzione (ci auguriamo di no), ma è chiaro che, per tenere agganciati gli investitori, è molto più facile spiegare che i rallentamenti sono dovuti a questioni di vita o di morte, perché la tecnologia è troppo potente (e quindi potenzialmente redditizia), che perché non si è ancora trovato il modo di fare profitti, o che almeno per il momento è tutta pura speculazione e si teme una bolla.

Edoardo Matteo Infante

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