Quando l’ideologia – di qualunque colore politico sia – incrocia il vuoto interiore di tanti giovani e meno giovani e vi si insedia, come se vi fosse risucchiata, nella vana speranza di colmarlo, si accende una miscela esplosiva. Ogni ideologia, del resto, sia pure sul piano ideale, ha in sé, una propensione, se non espressamente alla violenza, ad una visione unilaterale della realtà che, fatalmente, si trasforma in intolleranza. Infatti, ogni ideologia suppone di avere individuato, una volta per tutte, la chiave interpretativa generale della storia e, secondo questa presunzione di verità, si chiude a riccio nella sua beata ed incrollabile autoreferenzialità. In questo senso, l’ideologia è rassicurante e diventa spesso un complemento o, addirittura, il surrogato di una identità personale precaria e carente.
L’odio contro lo Stato e chi lo rappresenta, come nel caso della violenza contro il poliziotto di Torino, per molti aspetti, sembra essere, in primo luogo, il tentativo di espungere da sé, proiettandolo altrove, un livore intollerabile che si nutre, in primo luogo, contro sé stessi e nasce da un groviglio di sentimenti traditi e di frustrazioni che avvelenano l’esistenza. Il vuoto interiore, il venir meno della speranza, lo smarrimento di un senso compiuto del mondo e della vita, la perdita di un sentimento di attesa, l’appiattimento del tempo in un presenta che ne nega la durata e la dimensione dell’ “andare oltre”, il venir meno della coesione sociale, la negazione di quella creatività che costituisce la cifra primaria ed innata che abita la coscienza di ogni giovane, se pur non lo sappia, implicano una sofferenza subdola e sottile che si regge a fatica. Infatti, senza che si metta coscientemente a tema l’argomento, si patisce un male interiore profondo e strisciante che allude, se così si può dire, alla “nullificazione” della propria ragion d’essere.
Detto altrimenti, la violenza nasce dal vuoto ed ha molto a che vedere con gli stereotipi – tra cui appunto le ideologie – con cui cerchiamo di riempirlo. Non si tratta di ricondurre a dinamiche sociali – imputandole ad un’istanza collettiva ed oscurandone, in qualche modo, il dato sempre rigorosamente personale – le responsabilità penali che vanno connotate e severamente punite.
E’ sicuramente necessario ricorrere a provvedimenti di ordine pubblico, che c’è da augurarsi possano essere varati unitariamente dal Parlamento, come, almeno fino ad ieri, sembrava che, una volta tanto, potesse succedere. Provvedimenti di carattere sia preventivo che repressivo, purché si sappia che, su questo piano, si curano i sintomi, ma la malattia resta intatta. Ed è su questo che non possiamo fare a meno di interrogarci.
Non ce la caviamo né pensando che violenti si nasca, perché non è vero, né riducendo i violenti a “mostri”, scarti di un’umanità intrinsecamente corretta, nè identificandoli come “capri espiatori”, il cui sacrificio ci restituisce illibata la nostra coscienza. Sono il prodotto del mondo di cui siamo quotidianamente parte attiva.
Domenico Galbiati