Dalla conclusione della seconda guerra mondiale fino alla caduta del Muro di Berlino, il mondo ha sperimentato la conflittualità irriducibile tra Stati Uniti, affiancati dai paesi occidentali, ed Unione Sovietica, attorniata dai suoi satelliti. Nato e Patto di Varsavia.
La cosiddetta “cortina di ferro”, attraversando verticalmente l’Europa, radicava, nella carne viva del Vecchio continente, una linea di demarcazione tra due mondi. Antitetici, ma pur accomunati dalla guerra vinta contro l’incubo nazi-fascista. A loro volta risorti dal grave prezzo di vite umane pagato e, se così si può dire, rianimati dall’ ebbrezza di una vittoria di straordinaria importanza storica. Due mondi che, perennemente all’ erta, in armi, l’uno di fronte all’altro, si sono sfidati attraverso una miriade di guerre locali, più o meno di vasta portata, sostenendo eserciti contrapposti in nome e per conto dei loro interessi strategici nelle aree più critiche del pianeta. Peraltro, si è trattato di una contrapposizione non limitata alla definizione delle rispettive “aree di influenza”, non circoscritta a ragioni contingenti di potere, bensì di un confronto serrato tra due visioni del mondo, due culture politiche radicalmente avverse. Anzi due ideologie – la liberaldemocrazia da una parte, il marxismo dall’altra – antitetiche, cosicché, com’è puntualmente avvenuto, non poteva succedere se non che una delle due cedesse di schianto all’altra.
Le due superpotenze, d’altra parte, hanno avuto la capacità – e credo si possa dire addirittura il merito – di dare sfogo alla inevitabile crescente tensione che, via via, si accumulava al di qua ed al di là della cortina di ferro, anche spostando la competizione dal pur sempre incombente e possibile pericolo bellico, sul piano della reciproca sfida economico-produttivo e tecnico-scientifica, in modo particolare rincorrendosi nel campo della conquista dello spazio.
In fondo, si è trattato di due imperi che, al di là, di ogni apparenza, hanno pur sempre dialogato ed hanno saputo evitare che il mondo, inebriato dall’ inaudita potenza delle armi atomiche, cedesse alla loro devastante suggestione e vi facesse ricorso, avviando piuttosto, secondo la logica della deterrenza, percorsi di denuclearizzazione.
Il tenore di quegli imperialismi lo si è colto, in fondo, in occasione della crisi di Cuba dell’ottobre ‘62, nata a pochi giorni dall’ avvio dei lavori del Concilio Ecumenico Vaticano II. Il mondo si stava drammaticamente spezzando in due, negli stessi momenti in cui la Chiesa chiamava non solo i credenti, ma tutti gli “uomini di buona volontà”
che Papa Giovanni aveva eletto a suoi interlocutori privilegiati, a riflettere e ad impegnarsi attorno ad un disegno di pace e di concordia offerto all’umanità intera. Mai come allora, siamo arrivati, sospinti da una catena di eventi – forse andati oltre l’intenzione originaria di chi li ha promossi e ne ha perso il controllo – ad un passo dall’ecatombe.
L’abbiamo evitata non solo perché sarebbe stata terribilmente distruttiva per ambedue le parti, ma soprattutto – a riprova che la storia, in ultima istanza, non ci è imposta dal demone di un cieco destino, ma la facciamo noi – dal “fattore umano” di due “Capi di Stato” che hanno avuto il coraggio, a dispetto dei loro stessi apparati militari, di fidarsi l’ uno dell’ altro.
Un contadino ucraino, assunto ai fasti di un potere dispotico ed il giovane leader della “nuova frontiera”, di un tempo nuovo della politica americana. Ad ogni modo, se torniamo al fatidico ‘89 ed alla dissoluzione dell’ Unione Sovietica, un grave errore è stato commesso dai “vincitori”. Hanno, per un verso, davvero creduto che la storia fosse finita e l’umanità finalmente approdasse ad una sorta di “eldorado”, ad una stagione, la più alta e definitiva del suo possibile sviluppo. L’ Occidente, dunque. Senonché, a distanza solo di qualche decennio, dobbiamo constatarne una sorta di sfarinamento, come se non una forza esogena, ma una sua debolezza intrinseca ne abbia, infine, compromesso l’impianto.
L’ Occidente non ha saputo rispondere – né mai lo avrebbe potuto, essendo pur sempre un momento contingente della storia – alle più intime aspirazione del cuore umano, alle aspettative, alle attese, alle speranze di quella presunta e presuntuosa “pace universale” che nessuna forma istituzionale, per quanto raffinata, può, di per sé, garantire, in quanto il suo ultimo fondamento sta nella coscienza interiore e, dunque, nella consapevole responsabilità di tutti e di ognuno, secondo la sua singolare soggettività personale.
Ed ora ?Siamo, con ogni probabilità, sulla soglia di una nuova fase storica, che, ancora una volta, è connotata dallo scontro – e, ad un tempo, dall’occulta consonanza – di imperialismi di altra e differente natura rispetto ai loro antecedenti storici. Imperialismi non meno rozzi e brutali che vanno studiati da vicino.
Domenico Galbiati