Ero redattore parlamentare quando vidi arrivare Emma Bonino, eletta per la prima volta alla Camera dei deputati nel 1976. Era una giovane donna che sembrava portarsi addosso, quasi come una divisa, tutta la radicalità del Partito radicale. L’immagine della “pasionaria” era già lì, anche nell’abbigliamento da benzinaio che faceva il paio con l’idiosincrasia di Marco Pannella a entrare in Parlamento con la cravatta.
Emma Bonino, allora, era completamente omologata al suo partito. Ne rappresentava quasi fisicamente lo stile, le provocazioni, la rottura delle convenzioni. Ma già nelle conversazioni senza microfono si poteva cogliere qualcosa che andava oltre il contenuto di una battaglia politica. C’era una dimensione personale, quasi esistenziale, che rendeva quelle battaglie qualcosa di più di una semplice posizione ideologica.
Lo capivi soprattutto quando si parlava di una delle principali battaglie radicali di quegli anni: la depenalizzazione dell’aborto. Si poteva non essere d’accordo con quel progetto politico, come io non lo ero. Ma non si poteva non comprendere che, per Emma Bonino, quella battaglia aveva anche un’origine profondamente intima. Lei aveva conosciuto sulla propria pelle l’aborto clandestino e ne aveva portato a lungo i segni.
Da quella esperienza nacque anche il suo impegno concreto accanto alle donne che si trovavano davanti a quella terribile scelta. E nacque anche una vicenda privata che dice forse più di molte dichiarazioni politiche: Emma Bonino prese in affido due bambine, figlie di due donne che avevano pensato di abortire e che poi avevano deciso di non farlo. Aveva perso il suo bambino, ma si prese cura delle figlie di altre due donne che, come lei, avevano dovuto sostare davanti a quella porta buia e, come tante altre nelle stesse condizioni, si erano trovate sole, indifese, disarmate.
È difficile non pensare che esperienze come queste abbiano contribuito a indirizzare Emma Bonino verso le successive battaglie per i diritti: quelle delle donne africane contro l’infibulazione, delle vittime delle sopraffazioni e dell’autoritarismo, dei perseguitati, di chi non aveva voce. E, più in generale, verso l’idea di un’Europa unita, faro di democrazia e di convivenza civile e tollerante a cospetto del resto del mondo.
In qualche modo, insomma, dobbiamo riconoscere che Emma Bonino non fu soltanto “radicale”, nel modo in cui spesso, con una certa dose di macchiettismo, veniva dipinto tutto il movimento fondato da Pannella, da lei e da quella pattuglia di donne e uomini con i quali si poteva, e spesso accadeva anche a me, non condividere molto. Ma l’impegno civile dovevi riconoscerlo. E questo è forse il punto più importante.
Emma Bonino fu una donna di rottura, come lo furono i radicali nella seconda metà del secolo scorso. Ma non fu una rottura populistica o anarcoide. La sua fu una rottura che nasceva dalla convinzione che alcune libertà, alcuni diritti, alcune battaglie civili non potessero essere rinviati in attesa che diventassero convenienti per la politica.
Con il tempo seppe raggiungere una statura politica che andava molto oltre il Partito radicale e le sue battaglie originarie. Deputata, parlamentare europea, Commissaria europea, Ministra degli Esteri, fu una delle poche personalità italiane capaci di portare quelle convinzioni dentro la politica internazionale senza perdere la propria identità. E oggi, con la sua scomparsa, ci accorgiamo forse ancora di più di ciò che perdiamo.
Scompare uno degli ultimi personaggi di una stagione politica nella quale l’impegno pubblico, al di là delle posizioni e degli schieramenti, era inteso come un servizio agli altri. Non è necessario essere stati d’accordo con Emma Bonino per riconoscerlo. Anzi, forse è proprio questo il modo migliore per ricordarla.
Perché il rispetto per una persona impegnata nella politica non dovrebbe nascere dalla condivisione delle sue idee. Dovrebbe nascere dalla capacità di riconoscere quando quelle idee sono state sostenute con coerenza, sacrificio personale e una convinzione che andava oltre il calcolo del consenso.
Di Emma Bonino ho apprezzato alcune battaglie e ne ho combattute altre. Ma oggi, a distanza di quasi cinquant’anni da quel giorno del 1976 in cui la vidi arrivare per la prima volta alla Camera, posso dire che, nonostante tanti disaccordi, quella donna continua a sembrarmi umanamente vicina. E soprattutto rispettata.
Perché apparteneva a una politica nella quale si poteva anche perdere, si poteva essere minoranza, si poteva perfino essere sconfitti. Ma non si rinunciava, per questo, a combattere.
Giancarlo Infante