La pandemia di COVID-19 ha determinato, in Italia e a livello globale, una crisi sanitaria senza precedenti, accompagnata da profonde ripercussioni economiche e sociali.
Gli effetti si sono manifestati trasversalmente in molteplici settori, aggravando fenomeni già esistenti, quali la povertà educativa, e contribuendo a un significativo calo della natalità (cfr. Dipartimento per le Politiche della Famiglia).
In tale contesto, l’Italia ha destinato parte delle risorse del programma NextGenerationEU, attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), al rilancio del sistema economico e sociale.
Le misure previste comprendono investimenti e riforme orientati al rafforzamento dell’inclusione e della coesione sociale, con particola- re attenzione alle fasce più vulnerabili della popolazione, mediante l’impiego di prestiti e sovvenzioni europee gestiti a livello nazionale sotto il monitoraggio delle istituzioni europee.
Tra i destinatari prioritari rientrano le persone senza dimora, in un’ottica di tutela dei diritti fondamentali e di garanzia di condizioni abitative e sociali dignitose.
La Regione Friuli Venezia Giulia ha evidenziato una particolare attenzione alla dimensione comunitaria quale fattore di resilienza sociale, sottolineando come la coesione collettiva sia strettamente connessa alla diffusione di condizioni di benessere, inclusione e solidarietà.
Tali elementi risultano determinanti nella riduzione delle disuguaglianze economiche, sociali e territoriali, soprattutto se accompagnati da un solido senso di appartenenza e da un rapporto fiduciario tra cittadini e istituzioni.
In questa prospettiva si colloca il progetto Habitat Microaree, espressione di un modello di welfare di comunità sviluppato principalmente nel territorio di Trieste. L’iniziativa si fonda su un approccio integrato e interistituzionale che coinvolge il Comune, l’Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina e l’ATER Trieste, in collaborazione con associazioni, cooperative e cittadini.
L’obiettivo primario è la riduzione delle disuguaglianze sanitarie e sociali attraverso interventi di prossimità e partecipazione attiva, in linea con le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e con le politiche europee in materia di inclusione sociale e salute pubblica. Da una prospettiva criminologica, il progetto può essere interpretato come un dispositivo di prevenzione sociale primaria, capace di incidere sui fattori di rischio associati alla devianza e alla marginalità.
La letteratura evidenzia come condizioni di deprivazione socio-economica, isolamento relazionale e fragilità abitativa costituiscano elementi strutturali che aumentano la probabilità di coinvolgimento in condotte devianti o di esposizione a processi di vittimizzazione (cfr. Robert K. Merton; Travis Hirschi). In tale ottica, interventi fondati sul rafforzamento del capitale sociale e sulla costruzione di reti di prossimità contribuiscono a ridurre le opportunità criminogene e a consolidare meccanismi informali di controllo sociale.
L’approccio integrato promosso a livello territoriale risulta inoltre coerente con le strategie di prevenzione situazionale e comunitaria valorizzate da organismi sovranazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’United Nations Office on Drugs and Crime, che sottolineano l’importanza di intervenire sulle determinanti sociali del crimine. In questo senso, il modello delle micro aree favorisce non solo l’inclusione sociale, ma anche forme di sicurezza partecipata, incidendo preventivamente sulle dinamiche di esclusione che possono alimentare circuiti di illegalità diffusa.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità individua nella connessione e nella coesione sociale due pilastri fondamentali per la tutela della salute pubblica, sia fisica sia mentale. In questa prospettiva, nel 2024 è stata istituita la Commissione sulla Connessione Sociale (2024–2026), con l’obiettivo di contrastare fenomeni di solitudine e isolamento, promuovendo relazioni significative. La letteratura evidenzia come la solitudine non sia limitata alla popolazione anziana – pur particolarmente esposta – ma coinvolga trasversalmente tutte le fasce d’età, inclusi gli adolescenti, configurandosi come una problematica sociale emergente con rilevanti implicazioni in termini di benessere psicologico e integrazione sociale.
Nel contesto territoriale di Trieste, il programma Habitat Microaree, avviato nel 2017 in forma sperimentale, ha progressivamente consolidato la propria struttura fino a divenire una pratica ordinaria di supporto alle persone in condizione di fragilità. Il modello si caratterizza per servizi di prossimità fondati sull’ascolto attivo e sulla semplificazione dell’accesso ai servizi socio-sanitari. Esso rappresenta oggi un esempio significativo di welfare prossimale, anticipatore di modelli organizzativi quali le Case della Comunità, promuovendo interventi integrati basati su équipe multidisciplinari orientate al mutuo aiuto, al rafforzamento del capitale sociale e allo sviluppo locale.
Il Comune di Trieste ha promosso la diffusione dei risultati del progetto, evidenziandone l’impatto in termini di miglioramento della qualità della vita e di rafforzamento delle reti di solidarietà nelle aree rionali più fragili del territorio (cfr. Secondo Welfare; ATER Friuli Venezia Giulia). Su queste basi, nel marzo 2026, è stata inaugurata Casa Capon, struttura situata nell’area collinare della città (Opicina), già destinata in passato ad attività ricreative e successivamente interessata da un progressivo stato di degrado.
L’intervento di riqualificazione, promosso dall’amministrazione comunale attraverso le risorse del PNRR, si inserisce nell’ambito della Missione 5 dedicata all’inclusione e alla coesione sociale. Il progetto si colloca nell’alveo di modelli innovativi quali “Housing First” e “Housing Led”, orientati rispettivamente al riconoscimento dell’abitazione quale diritto primario e prerequisito per l’inclusione sociale, e all’offerta di soluzioni abitative temporanee funzionali al raggiungimento dell’autonomia individuale.
Tali approcci risultano particolarmente efficaci nel supporto a persone in condizioni di emergenza abitativa, contribuendo a prevenire fenomeni di occupazione abusiva e favorendo percorsi personalizzati di reinserimento sociale. Si tratta di un intervento sperimentale nell’ambito del social housing, fondato sulla creazione di uno spazio polifunzionale capace di rispondere in modo flessibile a esigenze diversificate. Tale configurazione consente di adattare la struttura a funzioni abitative, sociali e comunitarie, in linea con un modello di welfare dinamico e orientato alla prossimità.
Da un punto di vista criminologico, interventi come Casa Capon rientrano nelle strategie di prevenzione sociale e situazionale del disagio urbano. La precarietà abitativa e l’esclusione sociale costituiscono infatti fattori di rischio sia per l’insorgenza di condotte devianti sia per fenomeni di conflittualità urbana (cfr. Robert K. Merton; Clifford R. Shaw). In questa prospettiva, modelli come Housing First e Housing Led contribuiscono a ridurre le opportunità criminogene intervenendo sulle cause strutturali del disagio.
Il modello “Housing First” si fonda sull’assegnazione immediata di un alloggio individuale a persone senza dimora o in condizioni di elevata vulnerabilità, superando il tradizionale percorso “a gradini” e riconoscendo l’abitazione quale diritto umano primario. Il modello “Housing Led”, invece, prevede soluzioni abitative temporanee integrate da interventi di accompagnamento finalizzati all’autonomia abitativa e lavorativa, configurandosi come uno strumento intermedio tra esclusione e reinserimento.
Tali modelli assumono particolare rilevanza nei percorsi di reintegrazione sociale di soggetti in uscita dal circuito penale, i quali incontrano spesso difficoltà nel reinserirsi in un contesto sociale percepito come estraneo. In questi casi, soluzioni abitative supportate rappresentano un fattore di protezione, riducendo il rischio di recidiva e favorendo la ricostruzione di legami sociali e lavorativi.
Come evidenziato da Edwin H. Sutherland e John Braithwaite, il reinserimento in contesti relazionali positivi e non stigmatizzanti costituisce un elemento centrale nei processi di desistenza dal crimine. In questa prospettiva, l’integrazione tra politiche abitative e interventi sociali, sostenuta anche dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, si configura non solo come misura di welfare, ma anche come strategia efficace di prevenzione della devianza e di promozione della sicurezza sociale.
Claudia Trani