Una lunga campagna elettorale europea e mondiale
Con il voto della Sassonia, il cui risultato ha provocato tanto scalpore, siamo entrati nel vivo di una lunga stagione elettorale a livello mondiale. Quella di Israele sulla sorte del Governo Netanyahu ed il “midterm” americano saranno i prossimi principali appuntamenti d’autunno, in attesa del responso che giungerà da Italia, Francia e Spagna nel 2027. Non esiste oramai più un appuntamento elettorale che non diventi parte dei più generali equilibri internazionali.
Sebbene ormai governare sia diventato, sempre più spesso, una mera caccia al consenso, le campagne elettorali — quelle vere — sono dunque al nastro di partenza. E per l’Europa entrata in questa stagione elettorale, al di là delle differenze fra un paese e l’altro, tornano a imporsi soprattutto due grandi questioni: le migrazioni e le conseguenze politiche, economiche e sociali della guerra in Ucraina.
Su tutto pesa l’ombra dell’avanzata della destra che, pur avendo diverse prospettive e notevoli differenti sfumature a seconda dei paesi, appare omologata dal messaggio della comunicazione in un qualcosa di omogeneamente incombente e preoccupante.
È una destra articolata, infatti, tutt’altro che uniforme, diversa per storia, cultura politica e collocazione istituzionale nei vari ambiti europei. Ma che, proprio mentre cerca di conquistare o conservare il governo, finisce sempre più spesso per suonare gli stessi tasti: la paura dell’immigrazione, la sicurezza, il rifiuto di ulteriori sacrifici economici, la difesa dei confini nazionali, la diffidenza verso le istituzioni europee e, soprattutto, la promessa di restituire ai cittadini un controllo che la complessità del mondo contemporaneo avrebbe ormai sottratto loro.
Il problema non è naturalmente che questi temi vengano affrontati. Sono questioni reali, che riguardano direttamente la vita di ciascuno di noi e sulle quali ogni democrazia deve confrontarsi. Il problema nasce quando il disagio sociale viene trasformato in una macchina elettorale e quando problemi complessi sono ridotti a parole d’ordine capaci di produrre consenso più facilmente di quanto riescano a portare a reali soluzioni. La conferma viene dai paesi guidati dalla destra, come nel caso particolare di Italia e Grecia, che non hanno affatto risolto i loro problemi delle migrazioni.
È in questo spazio che possono inserirsi anche forze esterne all’Unione Europea, interessate a sfruttare le sue divisioni e a favorire quella che, in modi diversi e attraverso strumenti diversi, potrebbe essere definita una vera e propria “spallata” al progetto europeo. Non necessariamente attraverso un attacco diretto all’idea di Europa, ma alimentando le contrapposizioni interne, rafforzando le forze più nazionaliste e facendo leva sulle paure che attraversano le società europee.
La questione diventa allora più complessa di una semplice competizione fra destra e sinistra. Si tratta di capire se la ricerca del consenso possa finire per prevalere sulla capacità di governare problemi che, per loro stessa natura, nessun singolo stato europeo è più in grado di affrontare da solo.
E forse è proprio per questo che vale la pena osservare ciò che sta accadendo nei diversi paesi europei, cominciando dalla Francia.
In Francia, il primo appuntamento è arrivato il 27 agosto, alla Réunion des Entrepreneurs de France, LaREF 2026, l’incontro annuale organizzato dal MEDEF, il principale sindacato degli imprenditori francesi. Sul palco, per oltre tre ore, sette dei principali candidati alle presidenziali del 2027 — Marine Le Pen, Jean-Luc Mélenchon, Édouard Philippe, Bruno Retailleau, Gabriel Attal, Raphaël Glucksmann e Marine Tondelier — si sono confrontati su debito pubblico, tasse, occupazione, pensioni e competitività.
Il pubblico aveva una preoccupazione precisa: capire come affrontare l’eredità economica lasciata da Macron. E, dal loro punto di vista, i motivi di inquietudine non mancano. La crescita è praticamente ferma: il PIL è sceso dello 0,2% nel primo trimestre del 2026 ed è rimasto invariato nel secondo. Il deficit pubblico si aggira intorno al 5,1% del PIL e il debito è circa al 116%.
L’altra economia
Ma esiste un’altra economia, quella che si misura meno facilmente nei bilanci aziendali. Ad agosto l’inflazione era ancora al 2,4%, sostenuta soprattutto dai prezzi dell’energia. La disoccupazione è salita all’8,3% e 9,8 milioni di persone — il 15,4% della popolazione della Francia metropolitana — vivono sotto la soglia di povertà, il livello più alto dall’inizio della serie nel 1996.
Ed è proprio qui che il contesto diventa interessante. Il Governo di Parigi si prepara a chiedere altri 20–30 miliardi di euro di aggiustamenti per il bilancio 2027, contenendo la crescita della spesa della Sécurité sociale allo 0,5% e riducendo dell’1,6% i trasferimenti agli enti locali. A questo si aggiungono misure che rischiano di trasferire una parte maggiore dei costi sui cittadini, come la proposta di ridurre dal 60% al 50% il rimborso dell’Assurance Maladie per molte cure dentali. Il tutto dopo una riforma delle pensioni che ha già innalzato progressivamente l’età pensionabile.
Non sorprende quindi che, davanti agli imprenditori del MEDEF, il candidato di La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, abbia insistito sull’aumento del salario minimo. La risposta della sala? Risate. Forse, risate ironiche. Forse, la proposta appariva quasi divertente a un pubblico preoccupato esclusivamente dal costo del lavoro come oramai accade da decine di anni. Non è necessario trasformare quella scena nella caricatura dei “ricchi che ridono dei poveri”. Ma il contrasto rimane: mentre una parte del dibattito cerca di capire come ridurre i costi e la spesa, un’altra cerca di capire come permettere a chi lavora di arrivare alla fine del mese.
Giustizia sociale e disagio
È una distanza che l’economista brasiliana Maria da Conceição Tavares aveva sintetizzato nel 1995: «Un’economia che non si preoccupa della giustizia sociale è un’economia che condanna i popoli a ciò che sta accadendo in tutto il mondo: una brutale concentrazione del reddito e della ricchezza, la disoccupazione e la miseria.» E forse è proprio in questa distanza che va letto ciò che sta accadendo ora anche sul terreno politico, anche per capire cosa comporti veramente questa condanna.
Quando il disagio cerca un bersaglio
In Francia, mentre il dibattito economico ruota attorno a debito, spesa e sacrifici, il Rassemblement National ha rilanciato la proposta di vietare il velo islamico negli spazi pubblici e di multare le donne che continuassero a indossarlo. In Italia, nello stesso clima europeo, Roberto Vannacci e il suo Futuro Nazionale stanno costruendo consenso attorno a una politica fortemente anti-immigrazione, fino a proporre un piano di “remigrazione” per espellere immigrati irregolari e stranieri che commettono reati. Il partito ha ormai superato Forza Italia nei sondaggi, raggiungendo l’8%.
Quando il disagio materiale si accumula e la politica non riesce — o non vuole — offrire una risposta convincente, il malcontento cerca una spiegazione. E, spesso, anche un bersaglio.
Edoardo Matteo Infante