Mi capita spesso di leggere articoli e ascoltare dibattiti pubblici sulle sfide del mercato del lavoro di fronte agli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale (IA), ma vorrei anche sottolineare lo scivolamento di alcune narrazioni politiche quando vengono opposte la solidarietà sociale e le “politiche attive” come se fossero poli inconciliabili. le nuove tecnologie accelerano trasformazioni profonde e costringono a ripensare strumenti di politica del lavoro e di welfare. Non convincono, però, alcune conclusioni che sembrano ridurre il dibattito a un aut aut tra “attivazione” e “assistenzialismo”. La realtà—sociale, produttiva e fiscale—è più sfaccettata. Serve un nuovo equilibrio tra capitale e lavoro, tra redistribuzione degli utili e investimenti, tra protezione dei vulnerabili e responsabilità di tutti gli attori, tutelando il lavoro che ha perso negli ultimi anni la sua capacità di advocacy, conquistata in parte nel secolo scorso. La storia recente e i dati mostrano che un welfare ben disegnato non è un freno, bensì un’assicurazione collettiva che consente ai sistemi produttivi di assorbire shock e ai cittadini di attraversare le transizioni senza precipitare, mantenendo un controllo democratico dei processi di cambiamento.

Dal capitale al lavoro: l’economia è politica, non viceversa.

Occorre oggi spostare il peso della determinazione delle politiche dal capitale al lavoro per proteggere tutti i cittadini, perché la spirale involutiva che sta operando il deterioramento delle relazioni internazionali e dello Stato di diritto è portata avanti da una politica che, nonostante si dica sovranista, risponde alle esigenze del sistema capitalistico attraverso il quale gli Stati Uniti d’America, ma non solo (Cina, Russia, etc.), proiettano le loro mire imperiali. Questa nuova forzatura regressiva dei capitali sul lavoro, che stanno ridisegnando le politiche internazionali attraverso guerre commerciali e sul campo, sembra reagire ad un’altra forzatura dei sistemi di lavoro, di carattere espansivo, operata tra gli anni ’70 e ’80 —reaganismo e thatcherismo— che oggi chiamiamo neoliberismo, il quale ha diffuso benessere a tratti, ma ha soprattutto concentrato la ricchezza e il potere economico proiettando in tutto il globo terracqueo l’imperialismo a stelle e strisce. L’accumulo di capitali vertiginosi nelle mani di pochi (Oxfam ci aggiorna annualmente sui dati) ha generato un’oligarchia sempre più ristretta che si trova oggi nella condizione di rivedere il compromesso con il liberalismo fatto in quegli anni per difendere il proprio status entro confini geopolitici sempre più ristretti. Lo stesso capitalismo che cavalcò l’onda liberale di quegli anni, per proteggere la ricchezza accumulata senza redistribuirla, ha bisogno oggi di una svolta illiberale del quadro culturale e normativo. Le nuove tecnologie, per loro natura sempre ambigue nelle possibilità di utilizzo, fanno la parte del leone in questo “gioco”, presentandosi come strumenti di liberazione/controllo sociale; compresa l’IA, la quale – perché non diventi strumento di coercizione culturale, ma opportunità di sviluppo sociale – deve essere messa a servizio del lavoro umano e non viceversa. L’IA è semplicemente la trovata commerciale e finanziaria di chiamare così alcune tecnologie che già da molti anni sono in fase di sviluppo. Mentre la produttività cresce in alcuni processi, la finanza spinge un boom di capex senza precedenti—centinaia di miliardi in data center e calcolo—con tempi di monetizzazione incerti e oscillazioni di mercato che alimentano il dibattito sulla possibilità di trovarsi di fronte ad una nuova bolla che potrebbe non reggere di fronte alle aspettative che induce. Tuttavia, resta innegabile l’accelerazione dello sviluppo tecnologico e la pervasività che questi metodi di elaborazione e calcolo hanno nelle nostre vite, non solo nel lavoro. Se non si vuole che essa diventi una nuova forma di coercizione culturale, va sottomessa al lavoro umano e alle sue finalità: bene comune, qualità della vita, benessere, creatività, etc.. Oltre agli investimenti, la priorità è porre standard sociali e di governance (trasparenza dei modelli, valutazioni d’impatto, partecipazione dei lavoratori) prima della corsa ai megawatt e alle GPU.

La retorica dell’“assistenzialismo parassitario” mistifica il quadro.

La redistribuzione del profitto a tutti i partecipanti alla vita pubblica, anche al di là del lavoro salariato, che concorrono a creare le condizioni affinché i processi produttivi possano avvenire, non è assistenzialismo, così come la protezione sociale dei soggetti più vulnerabili.

In primo luogo, occorre interrogarsi su come sostenere le persone inabili al lavoro richiesto dal mercato attuale temporaneamente o definitivamente, a maggior ragione se si considera la transizione in atto verso modelli di lavoro da governare con competenze necessariamente sempre più qualificate.

In secondo luogo, occorre riconoscere la cura come infrastruttura sociale. Una recente risoluzione dell’Assemblea Generale dell’Onu inserisce l’economia della cura nell’agenda globale dello sviluppo sostenibile: se valorizzato con un salario minimo, il lavoro di cura oggi non retribuito varrebbe tra il 10% e il 39% del PIL, e investimenti strutturali potrebbero generare quasi 300 milioni di posti di lavoro entro il 2035. Non è un costo improduttivo: è capitale sociale che sostiene produttività, coesione e resilienza dei sistemi economici.

Inoltre, il tempo di cura in Italia rappresenta una disuguaglianza materiale. In Italia le donne tra i 25 e i 29 anni dedicheranno 16–17 anni della loro vita ad attività di cura (circa il 29–30% della vita futura), contro il 22–23% degli uomini; questa asimmetria alimenta carriere più discontinue e pensioni mediamente inferiori del 26% rispetto agli uomini. Politiche che riconoscono ridistribuiscono (tra generi e tra famiglie e servizi) e remunerano la cura non sono “assistenzialismo”: sono politiche attive che liberano lavoro femminile, innalzano i redditi e possono stabilizzare i cicli demografici. La cornice ONU sulla cura e i dati nazionali sui caregiver indicano la cura come un ponte tra equità e crescita.

In terzo luogo,occorre riconoscere anche altre forme di lavoro ed economia: il “nuovo” lavoro del Terzo settore. C’è lavoro che non entra nelle metriche tradizionali: non profit, cooperative sociali, volontariato. Il Terzo settore coinvolge quasi un milione di lavoratori retribuiti e circa 4,7 milioni di volontari (ISTAT 2023), con trasformazioni verso impegni “ibridi” e filiere di prossimità che sostengono coesione e servizi essenziali. Ignorarlo significa troncare un ramo cruciale di infrastruttura sociale.

Se l’IA promette salti di produttività selettivi, le rendite del progresso vanno orientate verso infrastrutture sociali (servizi di cittadinanza, long-term care, formazione continua, etc.): è qui che l’assicurazione di una multiforme partecipazione alla vita pubblica riduce i rischi idiosincratici, abilita mobilità occupazionale e incentiva la propensione all’innovazione dell’impresa.

Quattro questioni cruciali per una società fondata sul lavoro.

1) Spostare il prelievo fiscale: dal lavoro alla rendita (improduttiva)

Dobbiamo spostare l’imposizione fiscale dal lavoro alla rendita, soprattutto quella improduttiva, che opera soprattutto nelle speculazioni finanziarie, che mettono a rischio l’economia reale anziché sostenerla.

Se vogliamo proteggere i diritti senza penalizzare il lavoro, dobbiamo spostare l’imposizione dalla busta paga alle rendite. Gli strumenti ci sono e la transizione digitale ne può sviluppare di nuovi: perché non usarli a pieno per disincentivare la speculazione che mette a rischio l’economia reale?

In Italia i salari reali sono compressi almeno da un trentennio e il recupero post-inflazione è stato lento; la diagnosi più robusta resta la stagnazione della produttività, che restringe lo spazio per aumenti retributivi duraturi. Intervenire solo sul cuneo senza colpire le rendite improduttive non cambia la distribuzione funzionale del reddito. Al contrario, un disegno fiscale che alleggerisca il lavoro e disincentivi rendite passive può riaprire margini a salari e investimenti che accrescono la produttività.

Si può iniziare stabilizzando gli sgravi sul cuneo a favore dei redditi medio-bassi e finanziarli con una stretta su rendite finanziarie speculative; contestualmente, sostenere la contrattazione e gli investimenti in produttività (innovazione/skills);attivare “processi di scala” delle politiche industriali che guardino ad una dimensione almeno europea e all’apertura dei mercati con gli accordi commerciali dell’UE (Mercosur, India, etc.) con una “due diligence” adeguata. Inoltre, laddove segmenti di settori marginali non sono coperti dai contratti, un salario minimo legale può essere uno strumento utile.

Tassare il lavoro significa tassare ciò che produce benessere; tassare rendite improduttive significa disincentivare ciò che lo sottrae ai più e, contemporaneamente, rafforzare la produttività consente salari più alti e possibilità di diffusione del valore generato.

Tutto questo può avvenire oggi unicamente con un processo di scala almeno “continentale” per le necessità di mitigazione del dumping in un contesto di aggressività internazionale. All’Europa e ai soggetti che la animano serve un’autonomia strategica, al di là dell’eteronomia di alcuni e dello spontaneismo scomposto di altri, per rappresentare contemporaneamente la difesa dei principi liberali dello Stato di diritto e la necessaria revisione dell’organizzazione istituzionale per il riconoscimento e la tutela dei diritti sociali.

2) Al di là del dogma dell’“incrocio” domanda-offerta

È importante essere in grado di andare oltre il dogma tecnocratico dell’incrocio tra domanda e offerta di lavoro per ripensare la dialettica tra necessità sociali e aspirazioni personali. Il danno più grave inflitto alla nostra società attraverso questa imposizione culturale è la privazione del desiderio delle giovani generazioni.

Il mercato del lavoro non è una tavola matematica. Va ripensata la dialettica tra organizzazione sociale e centralità della persona umana, rompendo il dogma tecnocratico che riduce tutto al matching tra domanda e offerta, con uno sbilanciamento che certifica il dominio della domanda di lavoro. Il danno più grave di questa impostazione è la privazione del desiderio dei giovani (tra i soggetti più vulnerabili): se il lavoro non promette senso e futuro, la partecipazione si spegne.

Una questione che le analisi del mercato non considerano è infatti la frustrazione del desiderio. Se è necessario fare i conti con i limiti entro i quali le forze spirituali si possano esprimere in modo ordinato, la richiesta di sacrificio della vitalità espressiva dei lavoratori non è più un’opzione, soprattutto in un sistema economico oppressivo e non liberante. L’unica speranza che abbiamo è che le giovani generazioni oltre che disertare il sistema di lavoro attuale chiedendosi “per chi e perché lavoro?”, sappiano anche costruire un’alternativa solida che sia in grado di tessere i percorsi vocazionali nella condivisione diun contesto sociale democratico in cui vivere e operare dignitosamente. Per fare questo servono adulti, oggi difficilmente rintracciabili, che sappiano accendere e guidare i desidèri verso libertà autentiche.

La condizione in cui sembrano condannarci i modelli sociali attualiè quella di un principio competitivo di prestazione che indirizza la vitalità di Eros (pulsioni vitali) verso la distruttività di Thanatos (pulsioni di morte). Le condizioni di sterilità demografica e di belligeranza dell’Occidente ne sono un indicatore da attenzionare.

3) Governare le migrazioni, non evocarle come spauracchio.

Il tema migratorio è diventato una frattura politica che ridefinisce agende e coalizioni. Il disegno del sistema elettorale può incidere sulle politiche migratorie come evidenziano recenti studi: dove per governare serve una maggioranza necessaria (proporzionale o doppio turno), l’incentivo a campagne “anti-immigrazione” di nicchia si riduce e le politiche tendono a essere meno restrittive rispetto ai sistemi a pluralità semplice; l’evidenza sui comuni italiani (soglia dei 15mila abitanti e passaggio al doppio turno) conferma questa dinamica. In altre parole: istituzioni e regole possono depolarizzare il tema e riagganciarlo alle esigenze reali di tutela universale dei diritti della persona umana, organizzazione sociale del lavoro e del welfare. In sistemi come il nostro, con salari reali stagnanti e produttività debole, che si lega inevitabilmente anche al contesto demografico, il dibattito pubblico spesso scivola su capri espiatori invece di affrontare nodi strutturali come lo Stato di diritto, la protezione sociale, l’organizzazione del lavoro, la valorizzazione dei lavoratori e gli investimenti immateriali di fronte ad una dinamica migratoria strutturale e di lungo periodo, legata a molti fattori tra cui, non ultimo, il cambiamento climatico, che richiede anche un riassetto della gestione dei territori in relazione a contesti urbanizzati e “aree interne”.

4) Open source: dallo sviluppo software alla costruzione di un’alternativa culturale e politica.

Il software open-source (sorgenti aperte) non è solo un diverso modo di programmare: è una proposta culturale e politica che ripensa il rapporto tra tecnologia e società. Parte dall’idea che la conoscenza non vada chiusa in recinti, ma resa trasparente, riutilizzabile e migliorabile da comunità che si organizzano intorno a bisogni condivisi. In questa prospettiva, il codice non è un prodotto chiuso, ma un bene comune: chi lo usa può studiare come funziona, adattarlo alle proprie esigenze e restituire miglioramenti alla collettività. Non è un dettaglio tecnico: significa passare dalla dipendenza passiva alla partecipazione attiva, trasformando l’utente in co‑autore dell’innovazione.

Questa visione si traduce in regole chiare. Le licenze libere garantiscono quattro libertà fondamentali: usare il programma, capirne il funzionamento, modificarlo e condividerlo. L’organizzazione dei progetti è pubblica e comprensibile, e la verifica del codice avviene “a più occhi”, cioè con controlli incrociati che riducono errori e punti deboli. I vantaggi sono tangibili: strumenti più vicini ai bisogni reali, costi di licenza ridotti, possibilità di sostituire singole parti senza rifare tutto da capo. Si riassumono spesso in tre parole — utilità, risparmio, sicurezza — ma raccontano anche qualcosa di più profondo: la capacità di distribuire competenze e potere decisionale lungo le filiere digitali, limitando rendite e posizioni dominanti.

Qui diventano decisive due idee: interoperabilità e multidimensionalità. Le grandi piattaforme “tutto in uno” promettono semplicità, ma spesso la ottengono chiudendo le persone in ambienti difficili da lasciare: formati non standard, collegamenti con altri sistemi poco chiari, processi incapsulati. L’interoperabilità, al contrario, è la possibilità di far dialogare programmi diversi attraverso regole comuni e ben documentate, e di spostare i propri dati senza costi proibitivi. La multidimensionalità ci ricorda che la tecnologia non vive nel vuoto: ogni scelta tecnica ha effetti organizzativi, economici, giuridici ed etici. Un’interfaccia comoda può nascondere una dipendenza dal fornitore; un servizio rapido può ridurre la possibilità di controllo esterno su come vengono trattati i dati.

La vicenda recente dei grandi fornitori di IA rende tutto ciò ancora più evidente. Modelli informatici, loro parametri interni e catene di elaborazione sono diventati, in molti casi, scatole nere guidate da regole che possono cambiare rapidamente. È comodo, ma ha un prezzo: opacità dei processi, dipendenza da pochi attori, perdita di competenze interne. Non si tratta di rifiutare i servizi gestiti da terzi, ma di praticare una politica dell’accesso alle sorgenti: chiedere esportazioni complete dei dati, uso di formati aperti, possibilità di verifiche indipendenti, piani di uscita chiari e soluzioni di riserva in caso di problemi. Anche quando non tutto può essere “aperto”, preservare margini di controllo e sostituibilità è una scelta strategica.

Nel settore pubblico questo è decisivo. Software libero e formati aperti riducono le dipendenze, favoriscono il riuso tra amministrazioni, rendono verificabile il codice che regola servizi essenziali e diritti dei cittadini. Le scelte di acquisto non dovrebbero considerare solo il prezzo immediato, ma il costo totale nel tempo: quanto costa cambiare fornitore? Quanto è portabile il patrimonio informativo? Quanto dipende l’ente da componenti che non si possono esaminare? Investire in interoperabilità, documentazione, manutenzione e competenze interne non è un lusso: è l’assicurazione che i servizi resteranno controllabili nel lungo periodo.

Scuola e università sono un altro fronte cruciale. Basarsi esclusivamente su programmi proprietari trasferisce costi e vincoli sugli studenti, limita la libertà didattica e, talvolta, spinge verso comportamenti al limite della legalità pur di accedere agli strumenti. Insegnare e adottare soluzioni libere significa formare persone che sanno non solo usare, ma anche capire e riparare; significa costruire comunità di pratica, coltivare responsabilità condivisa, orientare la competenza verso l’autonomia e non verso la dipendenza.

Tutto questo mostra che il software libero non è un “contro‑modello tecnico” o un vezzo ideologico. È un modo per rimettere lavoro, comunità e istituzioni al centro dei processi di innovazione: una palestra di democrazia applicata, dove trasparenza e controllo diffuso non sono slogan ma caratteristiche verificabili dei sistemi. In un’epoca di piattaforme integrate e intelligenze artificiali sempre più opache, interoperabilità e sguardo multidimensionale diventano i criteri che separano la comodità di oggi dalla libertà di domani. Mantenere l’accesso alle sorgenti — al codice, ai dati, ai modelli — non è un feticcio: è il presupposto per innovare senza consegnare il timone a pochi, orientando la tecnologia al bene comune e interrogandosi sui possibili sviluppi di un modello culturale e produttivo alternativo.

Un patto per rimettere il lavoro al centro

Se la corsa a GPU e megawatt concentra potere e profitti, l’architettura istituzionale deve democratizzare l’IA a partire dal luogo di lavoro e dai lavoratori: trasparenza dei modelli, valutazioni d’impatto, partecipazione dei lavoratori nei processi di introduzione tecnologica, con formazione continua e condivisione dei guadagni di produttività (contrattazione e redistribuzione). Il nesso salari–produttività documentato per l’Italia indica che senza capacità organizzative e competenze l’IA rischia di diventare un moltiplicatore di rendite e non di salari: senza produttività non ci sono salari alti, ma senza salari adeguati è difficile ottenere un incremento di formazione e produzione, mentre cresce la frustrazione che allontana i giovani dal lavoro.

Non è il liberalismo in sé a produrre l’attuale squilibrio, ma una gestione di grandi capitali che, per proteggere gli ormai pochi grandi patrimoni, sta chiedendo, per necessità sua, un quadro illiberale. L’alternativa è un patto che rimetta il lavoro al centro, sposti il prelievo verso le rendite per redistribuire la ricchezza, sviluppi l’IA per il benessere di tutti, restituisca il desiderio alle giovani generazioni, dando loro la possibilità di partecipare, la capacità di incidere sui processi produttivi e l’organizzazione sociale e del lavoro. È qui che si vincono davvero le “sfide del lavoro”—non respingendo la protezione sociale anche con una redistribuzione del profitto, ma usandola bene per garantire una vita libera e dignitosa e, quindi, sviluppo condiviso e aperto alle novità della generazione che viene, secondo il programma scritto nel combinato disposto degli articoli 4 e 9 della Costituzione.

Tommaso D’Angelo

About Author