Non c’è mediazione che tenga a fronte di una Legge elettorale cosi marcatamente e volutamente divisiva. Tale da suggerire che, anche nel nostro Paese, si vada affermando una linea di tendenza affine al più vasto processo epocale che oppone democrazie ed autocrazie. Il che la dice lunga – al di là delle occasionali contumelie – circa la convergenza ideologica della nostra destra con le sgangherate suggestioni trumpiane.
Siamo davanti ad una legge che traccia una linea di demarcazione invalicabile: da una parte il campo “costituzionale” dell’ordinamento democratico e parlamentare; dall’altro l’abbrivio verso una china dall’approdo e dal destino incerto. O si sta di qua o si sta dall’altra parte. Non c’è via di mezzo.
Non si tratta, rievocando Don Sturzo, d’essere “intransigenti”, bensì, almeno, puntuali ed accorti sul piano dell’ analisi politica del momento. Del resto, la mediazione non è una generica figura retorica e tanto meno un compromesso. Bensì una delicata e difficile operazione che richiede, anzitutto, piena affidabilità reciproca tra coloro che la intraprendono e, soprattutto, pur nel conflitto delle rispettive posizioni, la condivisione di un orizzonte comune che delimiti e contrassegni l’ambito in cui si pone
il confronto.
Dentro una tale cornice, la mediazione consiste nella capacità di trovare un punto sovraordinato alle tesi contrastanti, sufficientemente alto da ricomprenderne le differenti posture pratiche ed ideali, in qualche modo pacificandole, ad esempio, nella cornice di un interesse generale del Paese condiviso, se pure interpretato attraverso letture dissonanti. Detto altrimenti, una mediazione è possibile, ad esempio, tra posture che condividono la stessa cornice costituzionale. Non è possibile se manca, o almeno è problematico, questo comune riferimento allo stesso fondamento valoriale.
Così è nel nostro caso, a fronte di una legge elettorale che sfida margini significativi di legittimità costituzionale.
Ha ragione Giuseppe Notarstefano, il Presidente Nazionale dell’Azione Cattolica: la Legge elettorale in discussione, ed il premio di maggioranza su cui si regge, si giustificano solo nelle logica di un “sistema bipolare” ed, anzi, rappresentano il tentativo di inchiodarvi, una volta per tutte, il Paese.
Infatti, rovesciando l’ordine degli addendi, si può dire che come la Legge elettorale è funzionale al sistema bipolare, altrettanto chiaramente quest’ultimo è orientato a salvaguardare una legge del genere oppure una similare, come ne abbiamo viste altre negli ultimi trent’anni, Purché siano in grado di blindare a doppia mandata il sistema politico-istituzionale. Secondo la logica del “mordi e fuggi”, cioè in linea con una concezione totalizzante del potere, tale per cui, laddove dovrebbe esserci un confronto democratico, sia pure conflittuale, ma apertamente dialettico, vige, piuttosto, una prassi – che aspira a diventare regola – secondo cui il potere è inteso come comando.
Se non ci stiamo attenti e non smontiamo questo meccanismo perverso ci avviamo per un cammino che ci accompagna, salvo accorgerci a cose fatte, da un ordinamento democratico ad un contesto, al contrario, di carattere autocratico.
In altri termini, da un tale combinato disposto tra sistema politico e legge elettorale, se ne deduce che il vero obiettivo – vale per la destra come per la sinistra – non è la decantata “governabilità”, ma piuttosto la conquista del potere, senza escludere quella logica di sopraffazione, che anche Notarstefano lamenta.
In buona sostanza, il tutto torna – quo ante – al punto focale della riflessione di INSIEME che, da sempre, invoca il superamento del bipolarismo ed una trasformazione del nostro sistema politico che liberi gli italiani dal cappio al collo del maggioritario. Ed è qui il punto nodale che interpella i cattolici in ragione della loro cultura personalista che fa a pugni, anzi viene platealmente ferita, dalla concezione del potere di cui sopra.
Ad ogni modo, il cuore della nuova legge elettorale è rappresentato dall’indicazione del candidato-premier sul documento programmatico della coalizione e consiste nel tentativo di introdurre surrettiziamente, camuffandolo sotto mentite spoglie, attraverso un provvedimento di legislazione ordinaria, quel sostanziale “premierato” che la destra sa di non poter ottenere attraverso una riforma del dettato costituzionale che, ancora una volta, il popolo italiano respingerebbe.
Si cerca di aggirare l’ostacolo, proponendo una sorta di surrogato del prodotto originale. La destra, insomma, sta conducendo un’operazione politica sottile e ben studiata, alla ricerca di un’egemonia che vada oltre la semplice vittoria elettorale. Non a caso Giorgia Meloni si spinge fino al punto di prenotare il Quirinale.
Domenico Galbiati