“Io odio i miei avversari e non voglio per loro il meglio”. Al funerale di Charlie Kirk, Donald Trump ha alzato la bandiera ideale del suo movimento, segnando un punto che rivela, in modo eclatante, quanto sia profonda la crisi morale e spirituale dell’Occidente.

Non è da sottovalutare che una dichiarazione talmente dissennata e brutale sia stata fatta in una simile occasione. A Phoenix non c’ era un popolo ma una folla solo apparentemente compatta. In effetti, per quanto in superficie sembri assomigliare ad un popolo, si è vista soprattutto una massa sgranata di individui, accomunati solo dalla sofferenza della solitudine di ognuno.

Dalla solitudine – il vero dramma dei giorni nostri – nasce il disorientamento; il timore, perfino, di una sorta di “depersonalizzazione”; lo smarrimento di ogni punto di riferimento come se camminassimo sulle sabbie mobili o sulle nuvole piuttosto che su un terreno solido; l’ inquietudine di abitare un mondo indecifrabile ed impredicibile, mutevole, slabbrato e, da qui, la paura. E dalla paura, scossi dal senso di precarietà della vita, la necessità impellente di abbarbicarsi a qualcosa che rassicuri e dia pace.

Paradossalmente – ma poi non tanto – ad un tempo alle armi ed alla religione. Ad un cristianesimo frainteso che nulla conserva del Vangelo delle Beatitudini. Un cristianesimo trasformato in una ideologia, che ne cancella la tensione religiosa e lo trasforma, sostanzialmente, in un “totem”.

“Nazionalismo cristiano” è una cosa senza senso, in sé contraddittoria, un ossimoro. Eppure a questa condizione di smarrimento dell’ anima è necessario accostarsi senza demonizzazioni, cercando di capire le vere e più profonde ragioni che, non da oggi, si andavano accumulando, fino ad emergere in superficie con l’ irruenza che oggi osserviamo. Bisogna capire e capire a fondo, prima di giudicare.

Domenico Galbiati

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