La firma digitale dell’accordo USA Iran è arrivata. Reggerà? Domanda più che legittima dopo aver visto le vicende di Gaza. E dopo che le ultime settimane hanno mostrato con chiarezza un paradosso che la diplomazia mondiale fatica a digerire. Anche se poco viene fatto per far sentire una forte voce.
Mentre Stati Uniti e Iran hanno cercato di costruire un accordo per riaprire lo Stretto di Hormuz e stabilizzare la regione, Israele ha continuato a colpire il Libano, riaccendendo il fronte ogni volta in cui la trattativa sembrava avvicinarsi ad un punto di svolta. E l’Europa è stata afona. Né più né meno come a lungo lo è stata su Gaza e sulla Cisgiordania: hanno pensato poi di cavarsela tirando le orecchie al Ministro alla Sicurezza nazionale d’Israele, Ben-Gvir.
Israele non si è seduta al tavolo dei negoziati, anzi ha continuato a far pesare a propria indifferenza di facciata, mentre ne condizionava direttamente la riuscita. Ad ogni passo avanti diplomatico ne seguiva uno militare, dalla forza distruttiva. La costante è stata che ogni spiraglio di tregua veniva chiuso da un raid.
Bastava leggersi il Jerusalem Post di ieri per ascoltare dall’interno dello Stato ebraico la versione della stessa storia raccontata da Donald Trump. Israele destabilizzava non perché fosse fuori dal controllo del “grande alleato”, ma perché non condivideva – e non condivide – gli obiettivi strategici degli Stati Uniti. Washington voleva un accordo che riducesse la tensione con Teheran, riaprisse le rotte energetiche e allontanasse lo spettro di una guerra regionale. Israele, invece, non voleva un accordo che rafforzasse l’Iran, che gli restituisse ifondi, che gli permettesse di ricostruire Hezbollah e Hamas, o che limitasse la libertà d’azione in Libano.
Anche il Jerusalem Post è stato esplicito, contraddicendo quello che Netanyahu aveva portato sul tavolo di Trump per convincerlo a gettarsi in una guerra che avrebbe dovuto essere risolta in pochi giorni: l’idea del cambio di regime iraniano non è mai stata realistica, ha sostenuto il quotidiano ebraico. Né l’IDF né il Mossad l’hanno mai considerato un obiettivo raggiungibile. Ma Netanyahu e gli altri del suo Governo sì. O ricordiamo male gli appelli alla ribellione del popolo iraniano? E in effetti, Netanyahu e Trump, nei primissimi giorni di guerra, alimentarono l’illusione di un collasso imminente del regime di Teheran. Mentre qualcosa circolava, invece, sulle perplessità dei militari e dell’intelligence americana che, probabilmente, avevano verificato le carte israeliane. Il classico caso, insomma, dei politici che pensano di saperne più degli addetti ai lavori. Anche perché il loro problema è sempre quello di decidere e di ordinare, non di fare i conti con i campi di battaglia: quali essi sono, non quelli immaginari.
Più realisticamente, i sottoposti, a Washington e a Tel Aviv, sapevano che, tutto al più, il massimo ottenibile era quello di un possibile rallentamento del programma nucleare iraniano e una riduzione della minaccia missilistica. E infatti, secondo il quotidiano israeliano, questi due obiettivi sono stati raggiunti: l’Iran è ancora a due anni dalla bomba, e la sua capacità missilistica è stata ridotta in modo significativo. Anche se da Teheran hanno fatto intuire che non è proprio così.
La conclusione è che se l’obiettivo di Israele è quello di ritardare il nucleare e contenere Hezbollah, allora un accordo USA‑Iran resta un problema, non una soluzione. E, dunque, i governanti di Tel Aviv potrebbero continuare a provare di farci accettare la dura realtà del restare in uno stato infinito di guerra.
Israele legge l’accordo così: arrivo di fondi freschi per Teheran, ricostruzione delle Milizie sciite, allentamento della pressione internazionale, ritorno alla diplomazia multilaterale, e, soprattutto, una limitazione implicita della propria libertà d’azione.
In contemporanea, il New York Times leggeva le cose dal lato iraniano: Teheran accusava gli Stati Uniti di non essere in grado di “contenere” Israele che non vuole essere contenuto. Netanyahu e i suoi non vogliono che Washington decida quando e come Israele possa colpire Hezbollah e fare quel che vuole in uno stato sovrano come il Libano. Non vogliono, insomma, che sia l’accordo con l’Iran a stabilire gli eventuali limiti alla loro dottrina di sicurezza. Non vogliono che la loro deterrenza venga subordinata a un memorandum firmato da altri. Dimenticando che sicurezza e deterrenza vengono assicurati ad Israele solo dagli Stati Uniti. Cosa che ci fa assistere spesso al gioco della parti…
Israele non ha nessun interesse a sabotare gli americani, ma al tempo stesso difende con le unghie e con i denti una strategia che considera vitale, perché ha scelto da un pezzo la soluzione militare, l’unica che consente di mettere insieme ideologia e mancanza di ogni apertura al dialogo vero con le realtà regionali, tra cui quelle dei palestinesi. Insomma, Israele ha scelto di avere altre priorità rispetto a quelle suggerite dal resto del mondo, per una parte anche dagli stessi Stati Uniti, come accaduto con tutti i presidenti prima dell’era Trump. Israele continuerà a scegliere di giocare la carta della superiorità invece che quella dell’equilibrio.
Il risultato, però, è che – come è stato costretto a sottolineare anche il Jerusalem Post – Israele dice di avere ottenuto risultati militari significativi, ma al prezzo di perdere tanto terreno diplomatico e il sostegno della quasi totalità dell’opinione pubblica mondiale. Ha indebolito Hamas e Hezbollah, ma ha perso sostegno negli Stati Uniti, in Europa e perfino in parte del mondo arabo. E questo, per Tel Aviv, è un rischio strategico enorme. Per questo motivo, l’articolo suggerisce che Israele avrebbe dovuto coinvolgere maggiormente gli europei nella definizione dei limiti al programma missilistico iraniano. Ma non lo ha fatto. E ora si trova con un accordo che non affronta il problema più grave: la ricostruzione dell’arsenale balistico iraniano.
Al dunque, ce lo dice la cronaca quotidiana, la pace è in balia del fronte libanese perché Israele non vuole che quel fronte venga chiuso. Non vuole neppure accettare una tregua per paura che Hezbollah si ricostruisca nel Libano. E la cronaca ci dice contemporaneamente che gli Stati Uniti non vogliono imporre a Israele una linea vissuta come contraddizione della propria dottrina di sicurezza.
Probabilmente, bisognerà aspettare almeno i risultati delle prossime elezioni in Israele per capire se sarà davvero possibile percorrere un’altra strada che non sia quella della politica genocidaria a Gaza, di annessione illegittima della Cisgiordania e di invasione di uno stato sovrano come il Libano, dove la guerra è diretta contro tutti, cristiani ed arabi che non stanno con Hezbollah. Israele deve decidere come risolvere la propria contraddizione e l’involuzione in una logica estremistica di autodifesa che lo sta isolando sempre di più dal resto del mondo.![]()