Ci sono nazioni che nascono da una vittoria. Altre da una rivoluzione. Altre ancora da una conquista. Israele, invece, nacque da una ferita.

La sua storia moderna affonda le radici nella più grande tragedia del Novecento europeo, nella Shoah, nello sterminio industriale di sei milioni di ebrei, nella consapevolezza che esistono momenti in cui il mondo civile si rivela incapace di proteggere gli innocenti. Lo Stato di Israele nacque nel 1948 come promessa di sicurezza e come risposta alla vulnerabilità. Non semplicemente una patria, ma un rifugio. Non soltanto una costruzione politica, ma una necessità storica.

Per decenni quella promessa ha rappresentato una delle più straordinarie esperienze democratiche del Medio Oriente. Israele si è sviluppato come una società pluralista, dinamica, innovativa, spesso litigiosa ma profondamente vitale. Una democrazia parlamentare in una regione segnata da autocrazie, ideologie, colpi di Stato, guerre civili e fondamentalismi religiosi. Eppure oggi, a quasi ottant’anni dalla sua fondazione, una domanda attraversa il dibattito internazionale e divide gli stessi israeliani: Israele sta ancora riuscendo a rimanere fedele alla propria idea originaria?

La questione non riguarda il diritto all’esistenza dello Stato ebraico, che resta indiscutibile. Né riguarda il diritto dei suoi cittadini a vivere in sicurezza dopo decenni di guerre, attentati e minacce esistenziali. La domanda è un’altra, più sottile e forse più dolorosa: può una democrazia sopravvivere a una condizione permanente di guerra senza trasformarsi lentamente in qualcosa di diverso da se stessa?

È il grande interrogativo della storia israeliana contemporanea

Per comprendere la crisi odierna bisogna partire dal trauma del 7 ottobre 2023. Quel giorno, con l’attacco di Hamas contro comunità civili israeliane, il Paese ha vissuto uno degli eventi più sconvolgenti della propria esistenza. Uomini, donne e bambini furono uccisi, sequestrati, massacrati. Per molti israeliani fu il crollo di una certezza fondamentale: l’idea che lo Stato fosse in grado di proteggerli.

Le immagini dei kibbutz devastati hanno riportato alla memoria paure che sembravano appartenere al passato. Improvvisamente il linguaggio della sicurezza è tornato a dominare ogni aspetto della vita pubblica.

La storia insegna che le società traumatizzate tendono a restringere il campo del dissenso. Cercano unità. Cercano protezione. Cercano leader capaci di promettere forza, sicurezza e protezione.

Israele non ha fatto eccezione, ma proprio qui emerge il primo paradosso: più una società si sente minacciata, più rischia di sacrificare quelle libertà che costituiscono il motivo stesso della sua esistenza. Prima ancora della guerra, Israele stava attraversando una delle più profonde crisi istituzionali della sua storia. Le gigantesche manifestazioni contro la riforma della giustizia promossa dal governo di Benjamin Netanyahu avevano portato centinaia di migliaia di persone nelle piazze. Ex magistrati, accademici, imprenditori, riservisti dell’esercito, studenti: una parte significativa del Paese denunciava il rischio di un indebolimento dei contrappesi democratici.

Da una parte vi era chi sosteneva che la Corte Suprema avesse accumulato un potere eccessivo e necessitasse di una ridefinizione dei propri limiti. Dall’altra chi vedeva in quella riforma un attacco all’equilibrio tra i poteri dello Stato.

Non era soltanto una disputa giuridica. Era una battaglia sull’identità stessa del Paese, ossia su cosa debba essere Israele nel XXI secolo. Uno Stato sempre più definito dalla sua dimensione etnica e religiosa? Oppure una democrazia liberale fondata sull’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge?

La risposta non è semplice, perché entrambe queste anime convivono fin dalla nascita dello Stato. Israele è nato come Stato ebraico e democratico. Due definizioni che per decenni sono riuscite a coesistere, ma che oggi appaiono sempre più difficili da conciliare. Ogni democrazia vive infatti di un equilibrio delicato tra identità e universalismo. Quando una delle due componenti prevale completamente sull’altra, il sistema entra in crisi.

Nel dibattito israeliano contemporaneo questa tensione è diventata quasi una frattura esistenziale. Da un lato vi è la convinzione che l’identità ebraica dello Stato debba essere rafforzata per resistere alle minacce esterne. Dall’altro la paura che l’enfasi identitaria possa erodere i principi liberali che hanno reso Israele un’eccezione nella regione.

La guerra a Gaza ha amplificato ulteriormente questa contraddizione

Nessuno può comprendere la reazione israeliana senza partire dall’orrore del 7 ottobre. Ma nessuno può anche comprendere la crisi morale che attraversa Israele senza osservare la devastazione prodotta dal conflitto successivo. Le immagini provenienti dalla Striscia hanno alimentato un dibattito profondo non soltanto nel mondo, ma all’interno della stessa società israeliana. Molti cittadini continuano a sostenere la necessità dell’operazione militare contro Hamas. Altri si interrogano sul prezzo umano, politico e morale della guerra.

Le democrazie si distinguono dalle autocrazie non perché siano immuni dagli errori, ma perché conservano la capacità di interrogarsi sui propri errori ed è proprio questa capacità critica che rappresenta oggi la vera posta in gioco.

La grandezza di una democrazia non si misura nella sua forza militare. Si misura nella sua disponibilità ad ascoltare le voci che la mettono in discussione. Tali voci in Israele esistono ancora nei giornali, nelle università, nei movimenti civili, nelle organizzazioni per i diritti umani, nelle famiglie degli ostaggi e negli stessi ambienti militari. Forse è questo il segnale più importante: una democrazia non muore quando viene criticata, muore quando smette di tollerare la critica.

La storia offre insegnamenti severi. Molte nazioni nate nel nome della libertà hanno progressivamente sacrificato quella stessa libertà sull’altare della sicurezza. Il confine tra autodifesa e trasformazione autoritaria è spesso più sottile di quanto si creda.

L’Antica Roma avevano una formula precisa per descrivere questa dinamica: la repubblica sospendeva temporaneamente alcune libertà per affrontare un’emergenza. Il problema nasceva quando l’emergenza diventava permanente. Israele vive da decenni dentro una condizione che molti cittadini percepiscono come emergenziale. Guerre, missili, terrorismo, minacce regionali. Una pressione costante che inevitabilmente modella le istituzioni e la cultura politica. Nessuna società può attraversare una simile esperienza senza conseguenze.

La domanda è se tali conseguenze siano ancora reversibili ed è forse proprio qui che si giocherà il destino di Israele. Non sui campi di battaglia, non nelle sale della diplomazia internazionale, ma nella capacità di conservare un’idea. L’idea che sicurezza e libertà non siano nemiche, che il diritto all’esistenza non possa essere separato dal rispetto della dignità umana, che una maggioranza democratica non debba trasformarsi in dominio assoluto e che la forza dello Stato derivi anche dalla sua capacità di autolimitarsi.

Le grandi nazioni non vengono giudicate soltanto per le vittorie che ottengono

Le grandi nazioni non vengono giudicate soltanto per le vittorie che ottengono. Vengono giudicate per ciò che diventano mentre cercano di ottenerle.

Israele resta una società straordinariamente viva, creativa e pluralista. Le sue università, il suo sistema scientifico, la sua stampa, il suo dinamismo economico testimoniano una vitalità che pochi Paesi possono vantare, soprattutto in quella regione. Proprio per questo la discussione sul suo futuro assume un valore universale: ciò che accade in Israele riguarda infatti una domanda che attraversa tutte le democrazie contemporanee. Quanto si è disposti a rinunciare alla libertà per sentirsi più sicuri? Quanto si è disposti a comprimere il dissenso in nome dell’unità? Quanto si è disposti a restringere i diritti per proteggersi dalle paure?

Sono interrogativi che non appartengono soltanto a Israele, ma a tutto il nostro tempo. Forse la vera sfida dello Stato ebraico non consiste tanto nel vincere una guerra, quanto nel riuscire a vincerla senza perdere se stesso.

Le nazioni, come gli uomini, non smarriscono la propria identità in un solo giorno. La perdono lentamente, attraverso compromessi successivi che appaiono ragionevoli nel momento in cui vengono compiuti. Eppure, la storia offre sempre una possibilità di ritorno.

Israele possiede ancora gli anticorpi democratici necessari per interrogarsi, correggersi, discutere e dissentire. Possiede ancora una società civile capace di mobilitarsi. Possiede ancora istituzioni che, pur sotto pressione, continuano a funzionare. Possiede ancora cittadini che considerano la democrazia non un lusso, ma una necessità. È in questa capacità di dubbio che risiede la sua speranza: le democrazie non si salvano quando credono di avere sempre ragione, ma quando trovano il coraggio di chiedersi se, lungo il cammino, abbiano smarrito qualcosa di essenziale.

Forse la domanda più importante che oggi Israele deve rivolgere a se stesso non è come apparirà il Medio Oriente tra dieci anni, ma come apparirà il suo volto quando questa lunga stagione di guerra sarà finalmente terminata.

Se riuscirà ancora a riconoscersi nello specchio della propria promessa originaria, allora avrà vinto molto più di una battaglia. Avrà salvato la propria anima democratica.

Edoardo Almagià

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