Nella giungla metropolitana dei Palazzi del potere riemerge, come consuetudine  poco edificante, il tema immigrazione quasi a voler dissimulare una realtà che è ben più complessa e necessitata dalle emergenze di cui s’è già detto ampiamente. Piuttosto si tratta di non farsi tirare troppo per la giacca o per il collo dal neoministro ed ex “Salvini premier” (scritte che sopravvivono nella Padania) che appare come la vera, malcelata spina nel fianco del governo in carica.

Mentre siamo parte “inattiva”, ma partecipe e comunque presente fin dal primo momento nella guerra dell’est Europa o “terza guerra mondiale” secondo Papa Francesco, ripeschiamo … nelle fredde  acque del Mare nostrum l’hobby della guerra  ai migranti con un piano Piantedosi di basso/medio cabotaggio e dubbio  rendimento, privo di una strategia  condivisibile e sostenibile in sede di istituzioni europee.

Come ebbi  a  dire una ventina d’anni or sono in occasione del Premio “Margherita d’oro”, durante un’intervista di Pippo Baudo, occorre affrontare questo, fenomenale ed epico  problema del terzo continente con una visione di ampio respiro che tenga conto, in primo luogo, dei principi fondamentali della Carta costituzionale e perciò delle inderogabili esigenze di carattere umanitario in perfetta aderenza alla nostra partecipazione e sottoscrizione agli impegni nei trattati internazionali in tema di dignità umana, salute e solidarietà internazionali.

L’atteggiamento “sovranista” che imperversava fino a pochi mesi fa, strafottente ed antivaticanista, specialmente nella frangia filo-leghista, appare superato  almeno in parte o messo da parte; tuttavia, la governance adottata dal Viminale non dovrebbe esser esacerbata da obiettivi di assoluta o intransigente legalità, dimenticando che siamo il Paese – pardòn la nazione – in cui si registrano i fenomeni più vari di illegalità e, d’altro canto, quello in cui neanche gli immigrati, irregolari o meno, fanno istanza di regolarizzazione ex lege Bossi-Fini.

In un contesto internazionale così tanto complesso e delicato sarebbe opportuno se non doveroso assecondare l’iniziativa vaticana che vede, il Santo Padre,  proporsi come mediatore di pace, possibilmente affiancato dalla Farnesina, accantonando definitivamente politici meno prudenti e favorevoli alla pacificazione solo a parole o a fasi alterne. Invece è davvero auspicabile che l’apparato diplomatico, italiano ed europeo, possa far sentire la propria voce, efficacemente e fattivamente anche in tema di accoglienza, risollevando la qualità del welfare di una Paese che deve tornare a progredire nel segno dei principi e valori fondamentali della nostra Costituzione. A cominciare dalla revisione delle quote, piuttosto superate, di regolarizzazione delle persone extracomunitarie e dalla corretta gestione e controllo sul mondo lavorativo, con particolare riguardo al fenomeno del caporalato e dello sfruttamento del lavoro in termini di schiavitù.

Altrettanto, si deve assolutamente promuovere e sostenere una decisa presa di posizione in tema di vittime sul lavoro, il cui numero complessivo sta raggiungendo nel corso di quest’anno un livello negativo che rappresenta un vergognoso, drammatico record di inciviltà, intollerabile in uno Stato che fa parte del G7 e che ha una storia millenaria di cultura ed arti.

Ultimo punto su cui il governo in carica sta dichiarando il proprio impegno e su cui vigileremo, soprattutto noi ecologisti, è quello del dissesto idrogeologico per il quale occorre una legge-quadro che individui organicamente sia il “responsabile unico” del territorio e sia disponga un programma serio, qualificato e  a breve-medio termine di interventi urgenti e necessari al fine della prevenzione di disastri in cui la responsabilità delle istituzioni locali e dei cittadini (costruttori di case abusive) venga disciplinata con chiarezza e adeguata severità.

Michele Marino