In vista del referendum sono incoraggianti  i dati dell’afflusso alle urne per le recenti elezioni locali. Il punto di riferimento necessario è la soglia di validazione del 50%, una percentuale che sperare che la democrazia abbia ancora un senso. Perché la creazione del referendum è un corroborante contro l’eterodirezione della politica soprattutto quando quella parlamentare viene elusa a forza di decreti legge.
Questa Italia apatica, disillusa (il connazionale tipo è perfettamente riassunto nel profilo disegnato dal Censis) è chiamata alle urne per correggere le storture legislative ma soprattutto per riaffermare una voce sopita, spenta, maltrattata. L’impulso iniziale è venuto dalla società civile (nell’occasione il sindacato) ma sembrano lontani i tempi in cui il ritrovato del referendum (vedi divorzio) appariva come una magnifica occasione dal basso per orientare i Governi in carico e fornire ai cittadini un trampolino di lancio per contare davvero qualcosa.
L’allontanamento dalla cosa pubblica è certificato da soglie inferiori a questo sospirato 50% per il potenziale teorico punto più alto della partecipazione popolare ovvero il voto alle politiche. Gli appelli di La Russa (come l’invito storico di Craxi di “disertare le urne per andare al mare”) sono ritrovati istituzionali destabilizzanti che sminano il concetto stesso di referendum e contribuiscono ancora di più a sfiduciare la politica tutta, al di là delle bandiere di partito.
Così la storia recente dei referendum è un costante florilegio di sconfitte. Preliminari, per definizione, per il mancato raggiungimento della soglia, non nel merito. Dal 1946, con effettiva operatività a regime dal 1974, ad oggi in Italia si sono svolti 78 referendum nazionali di cui 72 abrogativi, uno istituzionale, uno di indirizzo e 4 costituzionali, un numero solo leggermente inferiore a quello dei Governi che si sono succeduti in carica. Chi invita a disertare le urne fa suo come argomento specioso l’inflazione dell’eccessiva richiesta di chiamata alle urne e sottolinea il fallimento, a volte clamoroso, del traguardo del quorum. In effetti nell’ultimo trentennio la motivazione degli elettori è andata piano piano evaporando fino a toccare “bassi” percentuali davvero minimali (il 20%). La chiamata alle urne e l’abrogazione di un provvedimento non esime poi dal dovere del controllo. Un esempio su tutti.  Gli italiani si sono già espressi contro il nucleare ma nel clima dell’attuale crisi la bocciatura viene elusa da considerazioni ex post riferite all’attuale mainstream.
Vero è che non esiste più il partito di avanguardia nella proposizione dei referendum. Il ruolo storico esercitato  dal partito radicale di Pannella (pallida imitazione i radicali di oggi ma è pur vero che c’era anche un abisso tra Pannella e i radicali storici tipo Felice Cavallotti). I partiti dovrebbero esercitare un ruolo equilibrato sul tema ma a volte si comportano come esagitati ultrà. E’ un mondo disfunzionale, asimmetrico e pieno di contraddizioni se oggi gli elettori del Partito Democratico sono chiamati a esprimersi sul jobs act che il loro stesso segretario di partito che fu Matteo Renzi aveva creato.  Il referendum dovrebbe attraversare i partiti e metterli tra parentesi non per esercitare una platonica “libertà di coscienza” ma perché il referendum è un deterrente democratico che dovrebbe prescindere dal loro posizionamento. Dunque eventuali obiezioni di coscienza nel merito più che gradite sarebbero obbligate. Altro discorso è la strumentale minimizzazione mediatica partendo dal ruolo che riveste (o, meglio, dovrebbe rivestire) il servizio pubblico Rai. C’è una sacca d’Italia che non sa nulla dell’appuntamento nel secondo week end di giugno.
Daniele Poto
Pubblicato su www.tuttieuropaventitrenta.eu

About Author