Siamo tutti felici per la liberazione di 118 prigionieri politici bielorussi e cinque ucraini dalle carceri della Bielorussia. La maggior parte di loro trasferiti in Ucraina. Anche se non si tratta di una improvvisa riscoperta della democrazia in un paese in cui regna  Aleksandr Grigor’evič Lukašenko. Più longevo Presidente di tutti, persino più di Vladimir Putin. Un vero e proprio autocrate, non a caso proveniente, anch’egli, dalla vecchia “nomenclatura” sovietica.

La vicenda dei 123 liberati, tra cui il Premio Nobel per la Pace, Ales Bialiatski, è finita per intrecciarsi con i dazi di Donald Trump. Che stanno causando tanti guai agli americani e scombussolando, perciò, le aspirazioni del Presidente americano a vincere le elezioni di “midterm” del prossimo anno. E per quanto riguarda la Bielorussia, Trump ha dovuto scoprire che l’inasprimento doganale sui fertilizzanti sta penalizzando  gli agricoltori statunitensi. E tutti sanno dell’importanza degli stati rurali d’America per Trump e per i suoi repubblicani.

Ecco, allora, la “carità pelosa” dell’iniziativa di trattare con  Lukašenko ed “inventare” la liberazione dei dissidenti in cambio della eliminazione dei dazi sui fertilizzanti che vengono dal paese che è uno dei più stretti alleati di Putin.

Tutto è bene quel che finisce bene, per carità. Ma è certo che più che i “valori” regnano … gli affari

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