Quando non sappiamo esattamente come cavarcela, come dar conto di un evento che ci sfugge, descrivere una condizione che va oltre le nostre comuni categorie di giudizio, enunciare un concetto inusuale, ci raccontiamo volentieri che la questione è “complessa”. Ricorriamo, cioè, ad una di quelle parole cui attribuiamo la “magia” di saper dire, d’ incanto, tutto, come fossero, di per sé, esaustive. Senonché, nella misura in cui pretendono di raffigurare una tale vastità di fenomeni disparati, in effetti non dicono nulla. Finiamo per usarle come un velo che nasconde il nostro disorientamento a fronte di situazioni che eccedono le nostre comuni capacità di analisi e di valutazione. E ci intimoriscono, come tutto ciò di cui non sappiamo darci una ragione, dato che non rientra nei canoni interpretativi di cui disponiamo in quel particolare frangente storico.
La politica soffre di una tale condizione e scarica, inevitabilmente, la difficolta’ che ne nasce, anzitutto, sulla “democrazia”, cioè, sul funzionamento e sull’ efficacia degli ordinamenti istituzionali fondati sulla rappresentanza di tutte le voci in gioco, piuttosto che sull’ “autorità” di un decisore ultimo, cui viene, di fatto, delegato il potere di dirimere semplificandole fino all’ osso, a costo di impoverirle irreparabilmente, questioni che, attentamente dipanate, rivelerebbero, invece, la ricchezza impensabile del contesto sociale.
Il tema della “complessita’”, soprattutto in riferimento agli sviluppi applicativi dell’IA viene considerato, anche nella “Magnifica Humanitas”, come la cifra distintiva del nostro tempo. Così come la complessità di un contesto geo-politico talmente acceso da scoraggiare la diplomazia e spingere, piuttosto, al conflitto. A fronte della complessità, Papa Leone ci invita alla severità di un impegno etico che sia orientato alla difesa della dignità dell’ essere umano.
Dignità che è ben altro e ben più di quanto non sia la “qualità della vita”, canone oggi prevalente, secondo lo stigma di una società fortemente orientata all’ individualismo. In altri termini, dobbiamo presidiare con fermezza la frontiera più avanzata della “nuova questione sociale”.
La complessità è un cumulo disordinato e confusivo di fenomeni disparati che rendono difficile comprendere la effettiva natura del processo storico in corso? Oppure, al contrario, è una condizione che pretende sì capacità di discernimento, ma intanto ci svela, mostrando le correlazioni e le dipendenze di un fenomeno dall’ altro, la consistenza, la non-contraddittorietà, la coerenza intrinseca delle cose, che tengono insieme il mondo e gli conferiscono un senso ? Implica una dissipazione di risorse oppure è una ricchezza? E’ un nodo gordiano da troncare con un sol colpo di spada, brandita dal solito “uomo forte”? Oppure una condizione strutturale, quindi inaggirabile, del nostro tempo, della quale ricercare con pazienza il bandolo e poi, via via, esplorare, una per una, le pieghe e scioglierne i nodi, senza perdere nulla delle suggestioni che reca con sé ? Di fatto, è una ricchezza.
Globalizzazione, con tutto ciò che significa su più fronti; irruenza dello sviluppo tecno-scientifico e sfida etica che la accompagna; crescita esponenziale della comunicazione e dell’ inarrestabile flusso di informazioni; fenomeni migratori; crisi dell’ ambiente. Processi – e non sono i soli – che si inanellano l’uno all’altro, si enfatizzano e si potenziano o, al contrario, si elidono a vicenda. A tratti l’uno può illuminare l’ altro, ma più facilmente creano un magma vischioso da cui è difficile trarsi fuori. Come uscirne quando “la dignità dei fratelli è sfigurata, quando la politica non risponde ai drammi dell’umanità, quando l’ economia si volge contro la persona o la scienza oltrepassa i limiti del suo metodo”? Esercitando, con metodo, il “discernimento comunitario” che Papa Leone suggerisce al paragrafo 27 dell’Enciclica. Il che volgarizzato in “politichese” vuol dire abbandonare sistemi di pensiero ideologico, chiuso ed arroccato su procedimenti meramente deduttivi. Adottando, al contrario – solo così si può attendibilmente accostare la “complessità” – la logica aperta, flessibile, partecipata, capace di apprendere induttivamente dalle esperienze sul campo, fino a rimodulare, a monte, adattandoli, i suoi stessi assiomi, propria dei “sistemi aperti”.
Per governare il mondo in cui ci è dato vivere oggi, non abbiamo bisogno dell’ “uomo della provvidenza”, anzi assolutamente controindicato ed antitetico, bensì di una democrazia ampia e vissuta, che diventi abito mentale e costume di vita capace di vivificare la coscienza interiore di ognuno.
Domenico Galbiati