La legge elettorale è una legge che non è la priorità dei cittadini comuni, ma solo qualcosa che interessa a chi vuole conservare la poltrona. Lo ripete continuamente la attuale  opposizione, probabilmente in buona fede. Vero. Verissimo. Purtroppo o fortunatamente non è solo questo. E’ anche una legge che impatta inevitabilmente  su ogni decisione collettiva e quindi sulla soddisfazione o sul sacrificio dei bisogni e delle aspettative legittime di quei cittadini comuni che appunto si sentono indifferenti a quella legge. Conviene invece  alle elites e alle oligarchie che non se ne parli e che non se ne capiscano i meccanismi. E soprattutto che non si mettano in discussione, specie quando entrano in crisi.

All’epoca delle grandi rivoluzioni dell’inizio dell’era moderna il cambiamento della legge elettorale fu in realtà l’inizio o il cuore della rivoluzione. Nella Francia del 1789 l’atto rivoluzionario non fu la presa violenta della Bastiglia – la vera rivoluzione non è mai un atto di forza-  ma la trasformazione degli Stati Generali in Assemblea Nazionale Costituente, quando gli eletti dal popolo non furono più delegati di una provincia dotati di istruzioni vincolanti, il “mandato imperativo”, ma rappresentanti sovrani della Nazione.  Nell’ America del 1787 il vero cambiamento, il federalismo, nacque da una grande discussione sul significato nuovo della rappresentanza. E’ naturale che sia così dato che la legge elettorale altro non è in una repubblica che il sostituto della legge di successione ereditaria nelle monarchie, la legge che regola chi può detenere legalmente il potere sovrano.

Cento anni fa, più o meno, il socialista Filippo Turati fu l’unico a rendersi conto che la legge elettorale proposta dal governo Mussolini, la Legge Acerbo del 1923, era una legge che mirava a cambiare il regime politico, ad azzerare il ruolo del Parlamento, non a disciplinare l’assegnazione delle poltrone. Purtroppo, il suo grande intervento- che meriterebbe la ripubblicazione- non fu ascoltato e le forze democratiche non compresero bene neppure cosa stava succedendo  rispondendo con l’acquiescenza alle crescenti violazioni della legalità. Le sue parole, in un contesto pur diversissimo, hanno ancora oggi grande attualità.

Certo la storia , come noto, non si ripete. Se si ripete, essa torna due volte, come tragedia prima e come farsa poi, secondo la nota osservazione di Marx.  Nel caso citato da Marx  si trattava di Napoleone il Grande e  Napoleone il Piccolo, il “nipote di suo zio”. La farsa nasceva, nel suo caso, dall’illusione di rinnovare la grandeur dello zio. Oggi la farsa  nasce invece  dall’ossessione con cui si persegue testardamente la costruzione di un sistema elettorale la cui impraticabilità ed assurdità  è sempre più evidente a chiunque apra gli occhi. Anche grazie al “diavolo” che ci mette la coda. Fuor di metafora, grazie alla probabile crescita di una lista Vannacci che riproponendo una strategia  “paleo-meloniana” rischia di rompere i giochi e rendere la legge autodistruttiva per la maggioranza stessa che la propone, rendendo poco presentabile una coalizione con l’inclusione dell’ultimo arrivato.

Si dice che si vuole una maggioranza chiara che esca dalle urne il giorno delle elezioni, perfetta come Minerva dalla testa di Giove e per questo solo serve il premio di maggioranza. Ma la realtà della legge in costruzione è molto più prosaica e volgare. Si tratta di costruire vera stabilità o di arraffare il potere ? Anche nel 1923 si sostenne che il premio di maggioranza serviva a evitare l’instabilità dovuta al sistema proporzionale (in vigore allora da appena quattro anni). Come Turati mostrò questa asserzione era, all’epoca, un grossolano falso storico, una “allegra favoletta”, scrisse  Turati, precisando. “ In Belgio[ dove vigeva un sistema proporzionale], dal 1899 si ebbero solo sette Ministeri e sempre, o quasi, di un solo partito. In Italia [ dove vigeva il sistema maggioritario a doppio turno, come quello usato oggi per le amministrazioni comunali ed i sindaci] , dal ’48 in poi , sessantanove Ministeri, della durata media di un anno, che scende ad otto mesi dopo ogni guerra” (Filippo Turati, Il fascismo e la riforma elettorale politica, Resoconto stenografico dell’ intervento alla Camera dei Deputati del 15 luglio 1923, in Critica Sociale n. 14/ luglio 1923, p. 215).

Il fatto è che il maggioritario (o il premio di maggioranza) richiede le coalizioni,  e precisa ancora Turati: “ La verità è che di coalizioni ve n’è di due specie: quella caotica, immorale, per arraffare il potere, la quale si dissolve appena ottenuto lo scopo, ed è quella che nasce da questo progetto di legge, il quale presuppone i blocchi….e quelle organiche, oneste, fra partiti che non si confusero, né si camuffarono davanti agli elettori, le quali si risolvono in transazioni benefiche pel trionfo delle idee medie, delle idee già mature per l’attuazione e queste non si ottengono se non colla Proporzionale, la quale è perciò la sola garanzia efficace di stabilità, non solo dei Governi, ma, ciò che importa assai di più, degli stati e dei regimi, la sola garanzia di una politica progressiva, gradualistica e sperimentale” ( Ibidem, p. 251).

Parole validissime ancora oggi di fronte ai tentativi scomposti di costruire coalizioni che aggregano minoranze e le trasformano con fictio juris in maggioranze “geneticamente modificate” e che ostacolano ogni confronto vero e trasparente delle idee, uccidendo la politica come si è rilevato. Come mette in guardia Isa Maggi in   Il recupero del pluralismo e la crisi  del maggioritario: per una rigenerazione del pensare politico, Politica Insieme, 17 giugno 22026, “ La politica deve essere sottratta alla sola dimensione dell’efficacia immediata e del tatticismo elettorale per recuperare la sua natura di investimento nel lungo periodo….I partiti non devono configurarsi come cartelli elettorali o comitati d’affari destinati all’assalto delle istituzioni bensì come corpi intermedi capaci di abitare la società civile e favorire la maturazione dello spirito critico fra i cittadini” .

Nel 1923 forse fermare quella legge non avrebbe significato fermare la dittatura. I tempi erano scaduti. Ma poteva essere un segnale di fragilità che poteva aprire crepe nel regime nascente. Niente a che fare con l’oggi, ovviamente. Ma c’è un particolare interessante sulla votazione della legge Acerbo. Come ben intuì Turati, tra la volontà della maggioranza di governo e l’opposizione frammentata il “contributo decisivo” toccava alla “nuova forza sociale, la nuova democrazia cristiana” che non avrebbe dovuto ridursi ad essere “una pedina abilmente giocante e giocata su questa miserabile scacchiera parlamentare” ( Turati, p. 213).

Purtroppo, i Popolari si lasciarono intimidire e accettarono quel ruolo, dividendosi oppure assentandosi dal voto. E nella votazione sul quorum del premio la maggioranza prevalse per 21 voti con almeno una trentina di deputati dell’opposizione assenti. C’è un ruolo probabilmente strategico del pensiero sociale cattolico e cristiano nella tutela della coerenza, dell’organicità e della razionalità della legge elettorale che forse è ancora oggi essenziale ed andrebbe fatto valere.

Umberto Baldocchi

 

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