I giorni a ridosso della pausa estiva hanno confermato le difficoltà sul percorso di costruzione dell’alternativa di governo, alimentando un dibattito così carico di incognite da ricordare quello sull’uovo e la gallina.
Il merito di Giuseppe Conte è di aver contribuito ad uscire da questa ambiguità, ponendo un problema che riguarda il futuro del campo progressista: se segue la cultura woke si ridurrà ad una semplice minoranza recalcitrante, incapace di assicurare l’avvicendamento al governo.
In effetti la cultura woke, nata in America come reazione al razzismo, è diventata sinonimo di tutto quello che una sinistra democratica deve tutelare, finendo di essere considerata lontana dalla realtà, ideologica e poco pragmatica. La stessa deputata democratica Alessandra Cosio-Curtiz ne ha sostenuto la necessità di una revisione ideologica.
Pertanto l’ex Premier ritiene che la cultura woke non possa costituire l’ossatura ideologica di una forza progressista che, invece, deve necessariamente intervenire sulle radici materiali delle diseguaglianze, assumendo quale prioritario obiettivo la riduzione degli squilibri economici e delle iniquità sociali che hanno assunto un rilievo strutturale.
Di qui l’appello al c.d. Campo largo ad offrire una vera alternativa, convincendo i ceti popolari, le forze sindacali, tutti i settori produttivi e i vari movimenti e comunità locali che si possono tenere insieme riconoscimento e redistribuzione, libertà individuali e sicurezza sociale, non perdendo mai di vista la lotta primaria contro le oppressioni materiali».
Che fare? In effetti l’opposizione non è riuscita ad essere una reale alternativa alla illusione finanziaria del Governo Meloni perché si è sempre rivolta non all’intera società ma solo a quella parte rappresentata dal proprio tradizionale elettorato. Sicché il semplice sventolio di principi, senza entrare nei contenuti, l’ha fatta cadere nella trappola dell’autoreferenzialità e, conseguentemente, in quella peggiore, del “moralismo quacchero” che, secondo l’indimenticabile Nino Andreatta, è l’ultimo rifugio di chi non ha idee.
Questo è successo perché il processo d’individualizzazione della società, caratteristico della civiltà occidentale, ha convinto l’opposizione che il semplice sventolio di principi possa trasformarsi automaticamente in bene comune. In realtà, a differenza dei bisogni privati, i bisogni pubblici non sono una somma aritmetica ma algebrica, essendo la risultante di un contrasto d’interessi che comporta sempre l’esistenza di una minoranza recalcitrante, che non avverte il bisogno considerato pubblico o lo avverte in misura minore. Ad esempio il 16% degli italiani che ha rifiutato la vaccinazione.
Di conseguenza alla classe governante tocca il difficile compito di effettuare questa complessa somma algebrica, componendo i contrasti d’interesse con dei coefficienti di ponderazione che le consentano di anteporre motivatamente certe esigenze ad altre.
Come fare? A tal fine va fatto riferimento al sano realismo dei Padri Costituenti che, con l’art. 2 della Costituzione, hanno definito l’architettura dello Stato democratico, fondandola, appunto, sulla somma algebrica di diritti inviolabili dei cittadini (valutazione positiva) e dei loro doveri inderogabili (valutazione negativa).
Inoltre, l’orizzonte comunitario dell’art. 2 assicura alla minoranza un risultato della composizione dei contrasti d’interessi che non la faccia opprimere dalla maggioranza… Vengono, così, poste le condizioni per realizzare le riforme, risolvendo democraticamente il fisiologico contrasto con la minoranza dissenziente che ogni rinnovamento istituzionale determina.
Non trattasi di una utopia perché la possibilità di una concreta realizzazione è stata dimostrata da Antonio De Caro che, da Presidente ANCI, riuscito, rilanciando l’architettura democratica dell’art. 2, a realizzare la composizione dei contrasti d’interesse più difficile che esista: gli apprezzamenti antagonistici, per origine politica e territoriale, esistenti tra gli 8000 sindaci. Infatti è stato capace, con le Assemblee Nazionali ANCI di Parma (2021) e Bergamo (2022), ad ottenere l’approvazione unanime a respingere la spesa storica per accettare la sostenibilità finanziaria necessaria per realizzare la nuova P.A. per Risultati in sostituzione della vecchia P.A. per Procedure.
Inoltre, dopo la composizione dello storico apprezzamento antagonistico tra Comuni del Nord “virtuosi” e Comuni del Sud “spreconi”, è riuscito anche a comporre l’altro storico apprezzamento antagonistico: quello tra Comuni ricchi e Comuni poveri. Mi riferisco al Fondo di solidarietà comunale ANCI, alimentato con una quota del gettito IMU di spettanza dei comuni stessi e basato su criteri di riparto perequativo a vantaggio dei Comuni meno dotati.
In conclusione, Antonio De Caro, rispondendo all’appello di Giuseppe Conte, dimostra al campo progressista che, ricorrendo al suo modello di finanza locale, è possibile rielaborare l’ideologia woke eliminando i due “colli di bottiglia” che non hanno ancora consentito una reale alternativa all’illusione finanziaria del Governo Meloni. Trattasi della scarsa familiarietà con l’evoluzione normativa e dell’incapacità a comporre gli apprezzamenti antagonistici, connaturati al vivere civile.
Antonio Troisi