La crisi politica dell’Italia di questi ultimi anni è ormai evidente agli occhi di tutti. Non si limita agli eccessi della iperglobalizzazione e agli squilibri congiunturali tra domanda e offerta nei mercati internazionali. Ne risentono gli assetti economici e sociali, tali da compromettere il ruolo delle istituzioni democratiche, messe a rischio anche da generiche spinte populistiche, non sempre lucide e meditate, e dalla volontà politica di un evocato “presidenzialismo”.

A mio parere, è urgente intervenire con un’azione politica concreta che si fondi sui valori del lavoro e della cooperazione d’ispirazione sturziana, recuperando quella volontà condivisa e  ricostruttiva, che fu alla base del “miracolo “ economico del dopoguerra.

Per un nuovo percorso di rilancio e di trasformazione della nostra società appare, in altri termini, indispensabile una rinnovata e consapevole partecipazione popolare, fondamentale per una coesione sociale favorevole al cambiamento. A questo fine, è apparso  deludente il ruolo giocato dalla sinistra  italiana, che, alla luce di recenti analisi e  sondaggi, rappresenta sempre meno gli interessi e le aspirazioni dei ceti popolari, i quali guardano ormai con insistenza a destra, come si evince chiaramente dal risultato delle ultime elezioni.

Il fenomeno ha radici lontane; già negli anni ottanta e novanta le forze di sinistra( Pci e Psi ) apparvero divise e incapaci d’incidere sulla politica governativa (Macaluso-Petruccioli “ Comunisti a modo nostro”).

Un dato, tra i tanti, evidenzia la debolezza della sinistra: negli ultimi trent’anni, il potere di acquisto dei lavoratori dipendenti nel settore privato è diminuito del 2,9%: unico cado nella UE. I paesi europei concorrenti dell’Italia, invece, evidenziano:  più 33,7% per la Germania e più 31,1 % per la Francia,( Ocse, La Repubblica del 1-1-22).

È evidente, di fronte a questi dati, il perché  i lavoratori approdino ad altri lidi politici rispetto al Pd.

Una delle cause del “declino” del potere di acquisto dei lavoratori trova anche ragione nel fatto che poco o nulla è stato fatto dal maggiore partito della sinistra contro la finanziarizzazione dell’economia e l’espansione delle rendite parassitarie, favorite, anche nel 2022, dalla legislazione fiscale, che da tempo favorisce il capitale finanziario.

Non si vedono presenti sulla scena politica nuove forze sociali ed economiche capaci di dare una risposta incisiva all’attuale crisi di rappresentanza delle forze sociali popolari. È forte la domanda di una capacità riformista dei partiti, domanda che non trova risposta. A questo proposito, il prossimo congresso del PD sembra un’opportunità già persa in partenza.

Il distacco crescente dei lavoratori dalla sinistra trova, dunque, giustificazione nella debolezza politica della difesa del mondo del lavoro e della produzione; principalmente, con una insufficiente elaborazione di progetti e con la conseguente scadente incisività nell’azione di governo.

La sinistra, o meglio il PD, è stata, in questi ultimi anni, una forza statica. Non ha saputo essere espressione progressista, chiara e incisiva, dei processi sociali, economici e culturali di questi decenni.

Anche la fusione a freddo, tra un ipotetico riformismo liberalsocialista ed esponenti della sinistra democristiana, è avvenuta senza una vera compartecipazione popolare.

Al centro dell’operazione c’è quella che viene definita dagli addetti ai lavori la “ditta”, cioè la leadership che garantisce il crisma del “ socialismo reale”: parliamo della tradizione del partito berlingueriano. Il risultato è una aggregazione elettorale dei soliti noti, che prescinde da qualsiasi diagnosi aggiornata, e ipotetica terapia, degli squilibri sociali.

Su questo tema, Massimo Salvadori scrive che, dopo il crollo del muro di Berlino, la maggioranza del Pci deliberò  “la propria inevitabile trasformazione in un’altra cosa.” Tuttavia, “diverse parti dell’esercito ex comunista adottarono linee volte o a negare o a limitare la portata del cambiamento”. Inoltre, si formò la corrente dei “comunisti democratici” che si era prefissata di combattere dall’interno le prospettive di socialdemocratizzazione del nuovo Partito, ( Massimo Salvadori “La sinistra nella storia italiana”).

Questo giudizio non solo spiega la non incisività della fusione delle due principali componenti (ex PCI e ex DC) nell’elaborazione programmatica, ma induce, anche, a ritenere che, da sempre, vi è stata un’assenza di reali prospettive riformiste nell’azione politica del PD.

Vi sono le premesse per una svolta politica che promuova una nuova capacità laica,  democratica e popolare di trasformazione della società.

Affrontando, quindi, il tema della identità di un partito democratico, laico e popolare due possono essere i punti di partenza per promuovere una nuova fase di trasformazione della società italiana. Il primo è che il capitalismo non si identifica necessariamente con il neo-liberismo. Il modello capitalista, infatti, non vive unicamente di neo-liberismo, per cui è un sistema riformabile; in altri termini, le  riforme strutturali del sistema produttivo  possono essere terreno d’incontro delle forze riformiste. L’ipotesi di base è la condivisione della sostenibilità  di un capitalismo riformato. Come scrive Giuliano Amato, occorrono democrazie governanti; non sono socialmente utili le democrazie passive, racchiuse nel presente, ( G. Amato “ Bentornato Stato, ma”).

Il secondo punto è che la positiva diversità dei numerosi mondi vitali presenti in Italia (come insegnano gli studi di Achille Ardigò) favorisce le alleanze riformiste tra i partiti, molto meno le fusioni.

Si valuta, cioè, che vi sono le condizioni perché una nuova proposta politica come quella di ”Insieme” possa essere il primo auspicato mattone di una nuova rappresentanza partitica, che operi in un contesto di capitalismo plurale.

“Insieme” punta a una piattaforma programmatica incardinata su alcune premesse fondamentali. Innanzi tutto, senza  una positiva crescita economica non si va da nessuna parte. Da qui, l’esigenza di un incremento della produttività e della competitività del sistema economico. Solo con una azione sistemica di trasformazione economica e sociale, si potrà avviare una credibile alternativa all’attuale stasi di segno negativo.

In questo senso, va ridimensionato il peso politico delle manovre economiche a breve termine, che, essendo normalmente a pioggia, non tutelano gli interessi strutturali dei ceti medio-bassi: i lavoratori dipendenti, gli autonomi, i piccoli imprenditori, le donne. La loro coesione sociale è di per sé un potenziale di valore e di ricchezza economica.

Va ricostituito, secondo la rotta economica tracciata da “Insieme”, il potere di acquisto dei ceti medio-bassi :salario minimo ( 10 euro lordi all’ora ), partecipazione dei lavoratori dipendenti  ai profitti aziendali ( 10% fisso ),realizzare la parità di retribuzione a tutti i livelli tra donne e uomini, l’annullamento della flat tax con applicazione  della progressività dell’imposta sul reddito da lavoro a favore dei contribuenti medio-bassi. Realizzare la tassazione delle rendite speculative (finanziarie e immobiliari), il cui gettito addizionale venga vincolato ad investimenti in formazione professionale.

Inoltre, il premio di produttività va legato, soprattutto nel settore pubblico, ai risultati. Premiare la professionalità, bandire la partitocrazia con l’unificazione dei due mercati del lavoro(privato e pubblico).Cercare sinergie tra il capitale e il fattore lavoro: il motore non è la lotta di classe, l’obiettivo è lo spirito della comunità olivettiana.

Tra le riforme del mondo del lavoro e della produzione c’è la partecipazione dei dipendenti agli organi di governo delle società di capitali per una  reale applicazione delle procedure di informazione e di gestione.

Un passaggio per ridurre il malessere esistente nel mondo produttivo è, anche, affrontare il tema della democrazia in fabbrica: va perseguito un ribaltamento dell’attuale verticismo sindacale a favore della partecipazione dal basso. Inoltre, vanno promossi investimenti pluriennali in “beni collettivi” per la crescita della competitività : creare, cioè, uno scenario di stabilità occupazionale per vincere la paura del futuro. Una stabilità che può trovare un significativo impulso dalla transizione ambientale e digitale.

Roberto Pertile