Che oltre metà degli italiani non voglia più saperne di recarsi alle urne, cioè ha staccato con la politica oppure non ha altro modo di rivolgerle un estremo appello, se non ritraendosene per ribadire un radicale dissenso dalle sue forme attuali, non importa sostanzialmente a nessuna delle forze in campo. Infatti, continuano a celebrare i fasti delle loro più o meno smaglianti performances elettorali, senza che nessuno – salvo, per la verità, Sala, sindaco di Milano – riconosca che fanno riferimento a meno della metà degli aventi diritto al voto.

Non lo riconoscono i sindaci PD eletti al primo turno, che hanno sbaragliato l’avversario, con percentuali abbondantemente oltre il 60%, eppure non hanno mostrato alcuna capacità attrattiva nei confronti degli astenuti e non hanno, quindi, migliorato la percentuale dei votanti. Calenda, invece, ha sorpreso raggiungendo il 19% dei consensi a Roma, senonché vuol dire, parametrando il dato sul complessivo elettorato, che poco più del 9% del popolo romano ha condiviso la sua proposta. Il che rappresenta pur sempre un risultato rilevante, ma giusto di quella dimensione, non trascendentale come si vorrebbe credere.

Il quadro, se non in termini di alleanze, almeno in quanto a flussi elettorali, risulterà più chiaro dopo i ballottaggi di domenica prossima, eppure sono già cominciate le operazioni di accasamento dirette a riconfigurare i due schieramenti, secondo la logica condivisa dagli uni e dagli altri, concordi nel confliggere su tutto, pur di convenire circa la conservazione di un rigoroso ed inossidabile bipolarismo, comodo e rassicurante per ambo le parti.
Riferisce, ad esempio, la stampa che Calenda e Renzi, nonché la Bonino e Toti starebbero avviando un’intesa diretta a configurare un polo centrale o centrista che sia, generosamente destinato a liberare Letta dall’abbraccio mortifero di Conte, subentrando o almeno aggiungendosi ai pentastellati nel cosiddetto “campo largo”, evocato dal segretario PD.

Con il rischio che quanto più largo sia, tanto più inclini a trasformarsi in quel “campo dei miracoli” dove il Gatto e la Volpe convinsero Pinocchio a seminare le monete d’oro, assicurandogli che avrebbero copiosamente fruttificato.
In sostanza, riproponendo – a seconda dell’ angolo di osservazione o dell’interpretazione preferita – o un simil-Ulivo oppure una variazione sul tema della “vocazione maggioritaria”, conservata nello spirito, adattata nella forma per evidenti ragioni di non autosufficienza del partito-guida oppure ancora una qualche acrobatica via di mezzo tra due esperienze “deja vu” e passate in giudicato, senza meritare una particolare menzione.

In quanto all’ astensionismo, si ritiene che sia un fatto fisiologico – ma così si esce dal seminato – dando per scontato che una caduta d’interesse per la cosa pubblica possa, addirittura, rappresentare un momento di crescita di una coscienza civile. Essa non necessariamente si impicca alle culture politiche in campo. Rifugge, anzi, dalla tradizionale tripartizione del sistema politico in destra-sinistra -centro e ricerca piuttosto altre modalità espressive del proprio impegno. E’ istruttiva in proposito l’ampia messe di sottoscrizioni che ha ottenuto una iniziativa sghemba come la raccolta di firme per il referendum in ordine al l’eutanasia.

Vi sono ambienti – una volta si sarebbe detto “poteri forti” – che non disdegnano, forse anche dentro l’attuale establishment politico-istituzionale, la crescita dell’astensionismo, quasi fosse l’occasione opportuna per
accompagnare, senza traumi, in maniera soffice e suadente, la democrazia rappresentativa ed il ruolo delle forze politiche e popolari verso una “dolce morte”, cosicché, quasi senza colpo ferire, si transiti  verso forme almeno di semipresidenzialismo.

E’ preoccupante, ma forse non altrettanto sorprendente, che vi siano osservatori sicuramente insospettabili che pare ritengano come, pur di salvaguardare l’ordinamento democratico, si debba entrare nell’ordine di idee di dover accettare una sorta di forma “contratta” di democrazia, piuttosto che resistere e difendere quel suo pieno dispiegamento che solo la effettiva centralità rappresentativa del Parlamento è in grado di assicurare.

Oppure, l’astensionismo non preoccupa le forze in campo, anzi viene a fagiolo, perché se il gioco dev’essere ristretto sostanzialmente a due contendenti predefiniti, tanto vale che sia limitato e circoscritto anche il campo di chi concorre al confronto, in modo tale che sia maggiormente ascrivibile, per quel tanto che si può, a ciò che ancora i partiti possono vantare in quanto ad apparato.

Per parte nostra riteniamo che il nodo centrale della nostra iniziativa e che, piuttosto, ben di più, corrisponde all’oggettivo interesse del Paese consista nella difesa rigorosa dell’ordinamento democratico, della sua forma rappresentativa e della centralità del Parlamento. Anziché rassegnarci ad un astensionismo crescente, dovrebbe essere responsabilità di ciascuna forza studiare strategie dirette a riassorbire la disaffezione crescente nei confronti della politica. E’ ancora possibile?

Sì, a condizione di ridare alla politica il credito e l’onore che merita, anzitutto rispettando l’elettore, ponendo ogni cittadino nella condizione di esprimere pienamente la sovranità che gli appartiene, ponendolo di fronte ad una pluralità di visioni e di opzioni politiche che rispondano alla ricca articolazione storica, culturale, sociale, civile di un Paese straordinariamente ricco, non omologabile agli schemi artefatti e precostituiti di un bipolarismo coatto che funziona come una camicia di forza che soffoca il respiro.

Domenico Galbiati