Fino a che punto – fatta salva la legittimità formale di tale opzione – è politicamente corretto, con la propria astensione e, quindi, favorendo l’abbattimento del “quorum”, concorrere a cassare l’efficacia del voto referendario dei cittadini che, al contrario, vogliono esprimere il loro orientamento nel merito dei quesiti sottoposti alla valutazione della generalità dell’ elettorato?
Soprattutto quando l’astensione è intenzionalmente ed espressamente diretta ad annullare il referendum, non si configura una sorta di “furto di democrazia”?
Per chi – qualunque ne sia la motivazione – non intenda pronunciarsi nel merito, non sarebbe, invece, doveroso recarsi comunque alle urne, ritirare le schede, entrare in cabina e, se mai, votare scheda bianca? Cioè, mantenere fermo il personale diniego ad entrare nel merito del tema posto, eppure soddisfacendo il dovere di concorrere comunque alla vita democratica del Paese, anziché frapporle ostacoli?
Il dibattito, che si sta sviluppando in questi giorni che immediatamente precedono la consultazione referendaria di domenica prossima, é piuttosto surreale. Il confronto – si fa per dire: in effetti, è il solito scontro ad “alzo zero” – concerne sì i temi che i referendum sottopongono alla valutazione degli italiani, ma, verrebbe da dire, solo marginalmente o quasi. In effetti, ciò che più preme alle forze in campo è , piuttosto – attraverso
la questione relativa alla legittimità o meno del non-voto – la più o meno conclamata sfida politica che accompagna i quesiti sottoposti.
I referendum buttati lì a manciate già di per sé sono poco accattivanti. Anche perché, come succede per i quattro quesiti sul lavoro, sgranano l’argomento per parti separate e non consentono di formulare sul tema in questione un giudizio che sia organico e strutturato. A ciò si aggiunge spesso la difficoltà di lettura e di decrittazione dei quesiti, cosi come sono formalmente posti ed appaiono sulla scheda elettorale.
Ad ogni modo, si ritenga che il referendum abrogativo sia davvero o meno un rilevante istituto di partecipazione e di democrazia diretta, si condividano o meno le finalità secondo cui il referendum viene proposto e l’uso o l’abuso politico che vi si accompagna, si convenga o meno circa la bontà del tema affidato alla valutazione degli elettori, è, in primo luogo, necessario partecipare al voto.
Votare sempre e comunque è il presupposto fondamentale per la salvaguardia dell’ordinamento democratico. Il fatto che le destre – per di più nella veste di titolari della responsabilità di governo – invitino a disertare le urne è qualcosa di indecoroso e di letteralmente “incivile”. Soprattutto in un Paese che, già fortemente incline all’astensionismo, può sentirsi autorevolmente incoraggiato, quasi legittimato ad insistere e persistere in tale atteggiamento.
La destra ha paura del voto. Sa di pesare la metà della metà o poco più del potenziale elettorato attivo dell’intero Paese. E sa di dover affrontare, per la prima volta, dopo le politiche del settembre ‘22, una consultazione che è comunque, per quanto circoscritta a specifici quesiti referendari, di carattere nazionale. Non a caso, si arrampica sugli specchi.
Insomma, “quieta non movere” o, altrimenti detto, “non svegliare il can che dorme”. Meglio lasciare le cose come stanno. Chissà mai cosa c’è nella pancia di un astensionismo talmente vasto. Meglio invitare gli italiani a disertare e non correre il rischio che i referendum segnalino un qualche risveglio della passione civile degli italiani.
In fondo, per la destra, la bassa partecipazione al voto è una assicurazione, per quanto paradossale e sghemba, sulla vita e sulla propria sopravvivenza. Peraltro, per quanto si raggiunga o meno il “quorum”, sarà difficile negare, per gli uni o per gli altri, che il risultato che uscirà dalle urne, abbia, in ogni caso, un rilevante significato politico.
Domenico Galbiati