C’è un tratto ormai ricorrente nella comunicazione politica di Giorgia Meloni: la capacità di trasformare ogni occasione pubblica in un’autocelebrazione dei presunti successi del Governo e, allo stesso tempo, in un attacco preventivo contro nemici immaginari. L’ultimo esempio è la sua dichiarazione trionfale sullo “stato di salute dell’Italia”, accompagnata dall’ennesimo “no alla patrimoniale”, fatta dinanzi ai rappresentanti dei commercianti. Un rifiuto gridato con forza, come se qualcuno stesse davvero proponendo di mettere le mani nelle tasche degli italiani. Ovviamente, nessun cenno ad una evasione e ad una elusione delle tasse da parte di molti che fanno parte di categorie privilegiate.
Il punto, però, è che nessuno sta parlando di una patrimoniale nel senso caricaturale che la destra evoca. Non c’è un piano per tassare la prima casa, né per colpire i risparmi delle famiglie. Non c’è un disegno occulto per impoverire il ceto medio. Quella che Meloni definisce “patrimoniale” è in realtà un’altra cosa: la richiesta di affrontare le disuguaglianze fiscali, che sono ormai disuguaglianze sociali e politiche. E che rappresentano un doppio danno alla visione costituzionale dell’Italia come Repubblica democratica fondata sul lavoro e che concepisce le tasse come una partecipazione al Bene comune.
La Costituzione è chiara, infatti: tutti devono contribuire alla spesa pubblica in base alla propria capacità contributiva. Non è un principio ideologico, è un principio di civiltà. Eppure, oggi accade l’opposto: il lavoro dipendente e le pensioni arrivano a essere tassati oltre il 40%, mentre la rendita non produttiva continua a godere di trattamenti più che di favore. Allora, non si tratta di colpire i patrimoni familiari, ma di chiedere un contributo maggiore a chi vive di rendita, non produce valore e beneficia di un sistema che scarica il peso fiscale su chi lavora, magari in condizioni di precarietà e sotto pagato.
La destra, invece, continua a mistificare. Trasforma la parola “patrimoniale” in uno spauracchio, un fantasma agitato per difendere interessi ben precisi: parassitari, corporativi, consolidati, che non vogliono essere toccati. Perché la vera questione in ballo non è una tassa straordinaria: è l’equità fiscale. E le domande sono semplici e radicali: se sia giusto che chi vive di lavoro paghi più di chi vive di rendita; se sia accettabile che le grandi transazioni finanziarie, le plusvalenze, i patrimoni immobiliari sterminati restino ai margini del prelievo fiscale mentre il ceto medio viene spremuto.
Non si tratta di tassare la prima o la seconda casa: si tratta di tassare i grandi patrimoni immobiliari e finanziari, quelli che generano rendite senza creare lavoro. Non si tratta di colpire i risparmi: si tratta di colpire le rendite speculative, le operazioni finanziarie ad alta redditività, le plusvalenze milionarie che oggi sfuggono a un’imposizione proporzionata.
E mentre il governo continua a ripetere che “non metterà le mani nelle tasche degli italiani”, l’Istat ci ricorda un dato che dovrebbe far tremare i polsi: il 10% della popolazione possiede il 60% della ricchezza nazionale. Viviamo un livello di concentrazione della ricchezza che ci avvicina sempre più al modello americano, quello che la destra dice di voler imitare senza mai dichiararne le conseguenze sociali. Così è chiara qual è l’alternativa alla “patrimoniale” evocata come uno spauracchio dalla destra, davvero espressione delle disuguaglianze che vanno a vantaggio di pochi.
Siamo diventati un Paese dove il lavoro è tassato come un lusso e la rendita come un diritto acquisito. Dove chi produce valore sostiene il sistema, e chi accumula ricchezza spesso se ne disinteressa. Anzi, ha interesse a ridurre i costi dell’intervento sociale, in particolare in campo sanitario diventato oramai una prateria su cui galoppano i “cow boy” della sanità privata. Siamo diventati un Paese dove la politica, invece di affrontare il nodo della giustizia fiscale, preferisce costruire narrazioni rassicuranti e nemici immaginari – a dispetto di dati che parlano chiaro e di continui fallimenti di un Governo nato per sostenere il ceto medio e che, invece, oggi è espressione di una sommatoria di corporazioni interessate solo a mantenere i propri margini di profitto.
La verità è che l’equità fiscale non è una patrimoniale. L’unico modo per ricostruire un’Italia è quello di assicurare che sia davvero democratica, fondata sul lavoro e non sulla rendita. Ed è proprio questo che la destra non vuole discutere: perché significherebbe toccare gli interessi di chi, oggi, il sistema lo controlla.
Dopo quattro anni di governo che ha mancato tutte le promesse fatte con troppa leggerezza, Giorgia Meloni continua con lo stesso disco rotto e cerca i facili applausi promettendo, di nuovo, di abbassare le tasse e di occuparsi del ceto medio. Pensa che c’è la siamo dimenticata alla pompa di benzina dove giura a di cancellare le accise…
Giancarlo Infante