Epilogo triste della dispersione infruttuosa mentre i cattolici si trovano di fronte alla crisi della politica.

Calato il sipario delle dimissioni di Mario Draghi e dell’annuncio celerissimo del Presidente Mattarella della convocazione delle elezioni anticipate per il 25 settembre prossimo, siamo già immersi in una penosa campagna elettorale estiva che spingerà i partiti a rendere manifesti i loro programmi e, insieme, solleciterà gli elettori ad analizzare con più attenzione le ragioni della gravissima crisi politica in corso.

Certamente non sarà facile eludere i contenuti delle dichiarazioni di Draghi al Senato per misurare la distanza abissale tra le aspettative del Paese e il dibattito indecoroso che hanno orchestrato i senatori di tante diverse opzioni politiche: in sintesi si può rilevare il vasto consenso internazionale del governo italiano uscente unito all’allarmato sostegno delle forze imprenditoriali e sociali nazionali che non hanno influito minimamente sugli esiti della crisi politica.

Il quotidiano della CEI, l’Avvenire, aveva richiamato i contendenti alla responsabilità consigliando di sintonizzarsi con il Paese reale, quello delle famiglie, delle bollette energetiche, del Covid che non le abbandona, della paura incombente della guerra nel cuore dell’Europa, del lavoro che non c’è, dei giovani delusi e dimenticati. I tempi ci interrogano chiosava di recente la rivista mensile dell’Azione Cattolica rivolgendosi in prima istanza ai credenti che non potevano dimenticare gli insegnamenti e gli avvertimenti del magistero di Papa Francesco che aveva iniziato il suo Pontificato con la consapevolezza di un profondo cambio d’epoca mondiale segnato dalla crisi della globalizzazione, dai drammatici cambiamenti climatici e dalla “guerra mondiale a pezzi” foriera di migrazioni imponenti ormai planetarie. Dunque, il mondo cattolico italiano in che modo ha vissuto quella che il commissario europeo Gentiloni ha definito “una tempesta perfetta”? Sarebbe stato penoso rilevare che i cattolici fossero rimasti a guardare la crisi politica “alla finestra”. Invece, l’arcipelago cristiano ha mosso tutte le sue voci quasi in uno spirito sinodale schierandosi fermamente contro lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate considerate un vero e proprio affronto agli sforzi costruttivi del Presidente Mattarella, a lungo applaudito dal Parlamento nella seduta della sua rielezione. Eppure, le forze politiche di questo stesso Parlamento hanno, con motivazioni diverse, contribuito fattivamente alla caduta del Governo Draghi, sostenuto in origine da una vasta maggioranza detta dei “costruttori”, pronti ad affrontare le grandi questioni del Covid, della sfida europea del PNRR, della modernizzazione della pubblica amministrazione e, da ultimo, dell’invasione russa dell’Ucraina.

Non sono bastate le voci autorevoli di Parolin e di Zuppi, la discesa in campo dei gesuiti con le riflessioni e gli ammonimenti di Francesco Occhetta, ormai erede della migliore tradizione del pensiero politico di Bartolomeo Sorge. Ma la sensazione che si avverte dopo le dimissioni irrevocabili di Mario Draghi è che si stia vivendo l’epilogo triste della Seconda e Terza repubblica se si classifica quest’ultima  come quel tempo inaugurato dall’apocalisse del populismo e del sovranismo, esplosa nelle elezioni politiche del 2018. Da allora è successo di tutto: tre governi a maggioranza variabile, vistosi cambi di casacca tra i parlamentari, stordimento dei leader che erano stati i più vicini alla politica di Putin.

L’Italia è allora un Paese ingovernabile, e dunque inaffidabile a livello internazionale, e in particolare in Europa? Domanda cruciale che si associa all’annosa questione cattolica inaugurata con la diaspora del 1994 e del primo Governo Berlusconi.

Qualche storico ha già azzardato l’opinione che dopo la morte di Moro nel 1978 si sia aperta una lunga transizione che non accenna a risolversi in un rinnovato spirito di democrazia moderna e stabilizzata, illusoriamente evocato dalla pratica fallimentare del bipolarismo “forzato”. Dunque, aveva ragione il Cardinale Martini quando nel 1994 disse che non si poteva cedere all’indifferenza, che si doveva reagire perché era in gioco non la stabilità della Chiesa, ma la democrazia in Italia? Oggi cosa si dovrebbe dire in piena sinodalità mantenendo la memoria dell’avvertimento di Dossetti che ricordava ai cattolici che ci sono anche i peccati di omissione nella vita dei credenti?

Nella cruda realtà della crisi politica in corso appare lucida la lettura a suo tempo espressa da Campanini sulle pagine dell’Avvenire che chiosava deluso: i cattolici sono dappertutto ma in questa dispersione si dimostrano ininfluenti. Monsignor Gastone Simoni l’aveva chiamata profeticamente “la dispersione infruttuosa”. Eppure è nato un partito di ispirazione cristiana che si è chiamato Insieme fondando il proprio programma su precise opzioni europeiste, costituzionali e di lotta alle diseguaglianze sociali , collocandosi al centro dello schieramento politico nazionale. Demos, ispirato dalla pratica della Comunità di Sant’Egidio, ha celebrato quest’anno il suo primo congresso di partito orientato a sinistra e quindi collocato nel “campo largo” del PD di Enrico Letta. Altri politici cattolici stanno lavorando per ricostruire un centro che sembrava fino a ieri saldamente in mano a Berlusconi e a Forza Italia. Si potrebbe dire che esiste un grande fermento nell’arcipelago del movimento cattolico democratico che dovrà risolvere il nodo dell’impegno prepolitico e culturale, da preferire secondo i gesuiti alla militanza in un solo partito.

L’epilogo per alcuni tragico della crisi politica italiana non sembra portare molta acqua al mulino di Francesco Occhetta mentre riprende fiato l’intuizione del Vescovo Mario Toso per una nuova democrazia che non può escludere la fondazione di un nuovo partito popolare e democratico. Arrigo Miglio, vescovo noto dalle Settimane sociali dei cattolici, oggi cardinale, disse a Cagliari che aveva provato a favorire il dialogo tra i cattolici del sociale e quelli della morale rilevando però molta animosità degna degli storici guelfi e ghibellini.

Dunque, siamo giunti a un punto di svolta! Se ha ragione Campanini la secolarizzazione e l’individualismo, unitamente a una fede intimistica, avrebbero spinto i laici cattolici a un pluralismo compulsivo di opzioni politiche, cioè allo slogan “tutti liberi”, dunque ininfluenti. Oppure, dice bene Stefano Zamagni che bisogna mettere in pratica la “Fratelli Tutti” , riprendendo a fare cultura politica e entrando nel recinto della democrazia che non prevede solo bei discorsi perché, lo ricordava Moro, senza i voti e il consenso della gente non si può costruire “la migliore politica”, quella orientata alla costruzione del Bene comune. 

I tempi ci interrogano, dicevamo tra cattolici. Ma i tempi corrono e non c’è più tempo da perdere perché già molto è stato sprecato.

Antonio Secchi