Un percorso per rimettere la persona al centro
Con questo articolo apriamo un percorso di riflessione che ci accompagnerà nelle prossime settimane attraverso quattro domande: che cosa conta davvero nel progresso di una società? Di chi ci fidiamo? Come decidiamo insieme? Come governiamo il futuro?
Sono domande economiche, sociali e politiche, ma prima ancora domande sull’uomo. FareRete InnovAzione BeneComune promuove da anni questa comunicazione perché crediamo che il Bene Comune non sia un principio astratto: deve diventare cultura condivisa, partecipazione e criterio concreto delle scelte pubbliche e private.
Il filo che unirà questi contributi sarà dunque quello dell’Umanesimo civile: riportare la persona, la sua dignità e le relazioni al centro delle grandi trasformazioni del nostro tempo, provando anche a capire come tradurre i valori in scelte e i principi in risultati misurabili.
A cosa serve un’economia che cresce se non cresce, insieme ad essa, la possibilità delle persone di vivere bene? È una domanda tutt’altro che astratta. Riguarda il lavoro, le famiglie, le disuguaglianze, la qualità delle relazioni, la fiducia e, in definitiva, il compito stesso della politica.
Il recente Meeting di Rimini l’ha posta esplicitamente nell’incontro “Cosa c’entra l’economia con la felicità?”, mettendo a confronto Leonardo Becchetti, Renato Brunetta, Flavio Felice, Enrico Giovannini, Giorgio Vittadini e Stefano Zamagni. Il punto non è negare il valore della crescita economica o del PIL, ma riconoscere che essi raccontano soltanto una parte della vita di una società.
Possiamo produrre più ricchezza e, contemporaneamente, aumentare solitudine, precarietà, disuguaglianze e sfiducia. Possiamo diventare più efficienti senza diventare più giusti. È la distanza che Pier Paolo Pasolini aveva intuito distinguendo tra sviluppo e progresso: il primo può essere quantitativo, economico e tecnologico; il secondo riguarda la qualità umana del cambiamento.
È qui che l’economia civile offre una prospettiva preziosa. Il mercato non è necessariamente il luogo dell’egoismo, così come il bene comune non coincide con la negazione dell’impresa o del profitto. La vera questione è quale valore produciamo, come lo distribuiamo e quali relazioni generiamo mentre lo produciamo.
La persona, infatti, non vive soltanto di reddito. Vive di lavoro dignitoso, salute, sicurezza, riconoscimento, relazioni familiari e sociali, partecipazione, possibilità di progettare il futuro. E vive dentro comunità che possono rafforzare oppure indebolire queste possibilità.
Per questo tornano centrali i corpi intermedi: associazioni, cooperative, imprese responsabili, reti civiche, comunità territoriali. Non sono residui di una società del passato, ma infrastrutture sociali capaci di generare fiducia e di ricomporre quella distanza crescente tra individuo, mercato e Stato.
L’esperienza delle reti civiche insegna, però, che non basta mettere insieme soggetti diversi. Una rete genera valore quando produce fiducia, corresponsabilità, condivisione di competenze e capacità di trasformare le idee in azioni. È una concezione del “fare rete” nella quale le persone non sono semplici beneficiarie delle politiche, ma protagoniste della costruzione del bene comune.
Da qui nasce una seconda domanda: come misuriamo il progresso?
Se utilizziamo soltanto indicatori economici, rischiamo di considerare irrilevante proprio ciò che rende una società umana. Occorre affiancare alla misurazione della ricchezza quella della qualità delle relazioni, dell’equità, della partecipazione, dell’accessibilità ai servizi, della capacità delle persone di essere autonome e protagoniste.
È anche la direzione nella quale può inserirsi lo Humanization Impact Framework (HIF): non un’alternativa agli indicatori economici, ma il tentativo di aggiungere una domanda troppo spesso dimenticata nella valutazione delle politiche e dell’innovazione: quale impatto producono sulla persona?
Il Bene Comune, del resto, non è la somma dei beni individuali. Richiede solidarietà, partecipazione, sostenibilità e giustizia sociale, ma soprattutto la capacità di trasformare questi principi in scelte verificabili. È la prospettiva che FareRete InnovAzione BeneComune ha cercato di tradurre nella propria esperienza associativa.
Forse, allora, la felicità non deve diventare un nuovo numero da inserire nelle statistiche. Deve diventare una domanda politica.
Non chiediamoci soltanto quanto un Paese produce. Chiediamoci come vivono le persone mentre quel Paese cresce.
Perché lo sviluppo può aumentare le risorse disponibili. Ma il progresso comincia quando quelle risorse diventano opportunità, dignità, relazioni e futuro.
E questa è, prima ancora che economica, una scelta di umanesimo civile.
Mariapia Farese