Del resto, quando è troppo è troppo ed anche Giorgia Meloni sa che il troppo stroppia. Con ogni probabilità, in cuor suo, non può non ammettere come Trump abbia superato il segno. E per quanto abbia continuato a blandirlo, anche in ordine alla cattura di Maduro, sa bene di non potersi lasciar trascinare nel baratro di un conflitto addirittura interno alla NATO, a proposito della Groenlandia, sacrificando l’Italia all’isolamento.
Ovviamente non manca e non mancherà chi nel contesto, per forza di cose strutturalmente rissoso, della politica italiana – e forse non del tutto a torto – lamenterà la sua virata, da un giorno all’ altro, da una dichiarazione che, unica in Europa, la allineava platealmente a Trump, ad un pieno consenso alla posizione comune assunta dai Paesi europei sul tema della Groenlandia, finalmente in netto, deciso e dichiarato contrasto con il Presidente USA. Ma adesso, se teniamo all’ interesse generale del nostro Paese, non è qui il punto.
Il punto è un altro e pure le opposizioni devono farsene carico. E’ concorrere – tutti, maggioranza ed opposizioni – a trattenere, a pieno titolo, l’ Italia nel quadro europeo, evitando che la suggestione per Trump la spinga, oltretutto, nella scia delle tentazioni autocratiche che allignano pericolosamente, come fossero metastasi, anche negli ordinamenti istituzionali e politici di democrazie liberali consolidate. A costo di disarmare le parole di troppo che ambedue le parti del nostro schieramento politico concedono ad una propaganda che, pur di essere funzionale al consenso di parte, perde di vista il focus della questione in gioco.
Come già osservato in una precedente nota è tempo di passare dall’ invettiva al confronto, dall’ attestazione di affermazioni apodittiche ad una dialettica argomentata e riflessiva. Da un atteggiamento di ostilità preconcetta alla sperimentazione del concedersi una reciproca buona fede. Senza cedere nulla sul punto dei contenuti programmatici che non si condividono, ma separandoli dai versanti – a cominciare dal sostegno all’ Ucraina – su cui si può, si deve ed, anzi, già, di fatto, si conviene. Ed inscrivendo tra questi il tema dell’ unificazione politica dell’ Europa, nel senso proprio del termine, che nulla ha a che vedere con quell’ “Europa delle Nazioni” che, fin dalla metà del secolo scorso, stava a cuore, ad esempio, al revanscismo del generale De Gaulle.
Del resto, non possiamo – chiunque prevalga nella prossima consultazione politica generale – allineare e concedere l’ Italia alla cordata dei Paesi europei – le stesse Francia e Germania – che potrebbero, con la vittoria delle rispettive formazioni di destra, rappresentare un serio motivo di inciampo sul cammino verso un’ Europa finalmente unita.
In un certo senso, ci ritroviamo, su versanti opposti dello schieramento politico, nella stessa condizione che vide la Democrazia Cristiana impegnata a trattenere il partito comunista nel campo occidentale, al di qua della cortina di ferro. Anche oggi – soprattutto se in gioco è l’Europa – le forze moderate, anziché pronunciare anatema, hanno il compito di sostenere, spiegare e convincere anche la destra – ed, in particolare il voto d’opinione che vi si riconosce – come senza Europa saremmo perduti.
Domenico Galbiati