Come sempre dev’essere alla loro età, i ragazzi morti a Crans-Montana, che abbiamo sepolto in questi ultimi giorni, erano talmente pieni più vita da non poter nemmeno concepire l’idea della morte.

E guai se non fosse stato così. Si può solo tacere, ammutolito. Non si è trattato di una fatalità. Neppure di una “singolarità”, cioè, di un evento per definizione irripetibile, in quanto dovuto ad un concerto di tali e tante con-cause da essere quasi impossibile che possano contestualizzarsi, tutte assieme, ancora una volta, in un’altra occasione.

L’incuria colpevole delle istituzioni sul piano delle norme di sicurezza e dei controlli. Il sistematico azzardo dei responsabili di un locale concepito e condotto solo in funzione di una bramosia del denaro e di una massimizzazione del guadagno, che nulla concedono al rispetto della vita e dell’incolumità delle persone che vi vengono ospitate, spesso forzando, oltre ciò che è lecito e ragionevole, la stessa numerosità degli accessi. Forse anche una certa connivenza tra chi opera a livello istituzionale ed ambisce ad incrementare l’attrattività del luogo e chi, a quel punto, si sente autorizzato ad approfittarne.

A Crans-Montana hanno trasformato una festa in una bara di fuoco. E’ crudo dirlo, ma rendiamoci conto che, con una temperatura che pare abbia raggiunto i seicento gradi, abbiamo assistito ad una cremazione in vita. Una cosa orrenda che nessuno di noi – immaginiamo un genitore – può neppure immaginare.

I giovanissimi che abbiamo perso ed anche i sopravvissuti gravemente feriti, che recheranno per sempre queste ferite nell’anima e nel corpo, resteranno per sempre i “ragazzi di Crans-Montana”, destinati ad essere i testimoni e la memoria vivente di una tragedia che ha a che vedere con tutti noi, talmente è, in ogni caso, emblematica del mondo che ci è dato vivere.

Non abbiamo forse assistito ad un vero e proprio “sacrificio “umano”? Come succedeva nei cruenti e diabolici riti di arcaiche religioni del sangue, fondate sul sacrificio del “capro espiatorio”. A noi resta una domanda. Cosa ne facciamo delle nostre più generazioni?

Migliaia e migliaia di coetanei hanno partecipato – nel senso profondo del “prendere parte” e del “riconoscersi “
negli amici deceduti – alle esequie di questi giorni. E forse è da loro che viene a noi un ammonimento ed una lezione.
In un mondo spavaldo e violento, votato alla forza, privo di umanità e di compassione, la loro commozione, così vera e palpabile, ci dice, parafrasando San Paolo, nella lettera ai Corinzi: “Quando sono debole, allora sono forte”.

Volesse il Cielo, in questo tempo disumano e feroce, tempo di ferro e di fuoco, che siano i nostri giovani a rammentarci – se mai lo avessi saputo – che la forza della vita sta nella consapevolezza del limite e non in quel miraggio dell’onnipotenza in
cui rischiamo di cadere.

Domenico Galbiati

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