Una meritoria ostinazione a mantenere aperto il dialogo tra la Russia e i paesi del l’Europa occidentale è stata, nel corso degli ultimi due tragici mesi, la connotazione principale della linea seguita dal Presidente francese Macron. Una linea le cui ragioni sono evidenti. Non solo perché il dialogo, e non la demonizzazione dell’avversario, è la condotta naturale di ogni democrazia, se vuole effettivamente essere tale e quindi rispettare la naturale aspirazione di ogni popolo a vivere in pace. Ma anche perché, nel caso specifico dell’Europa di oggi, solo se la Russia non viene marginalizzata, esclusa dalla cooperazione tra le Nazioni del vecchio Continente, o peggio considerata una entità ostile, queste possono evitare la totale satellizzazione da parte dell’America. Ed andare con un minimo di autonomia alla ricerca del proprio destino.

Ragioni di politica interna, e ragioni elettoralistiche, hanno però, negli ultimi giorni, interferito con la linea del Presidente francese. In particolare nel corso del dibattito televisivo con Marine Le Pen, la candidata che gli si oppone nel voto di Domenica prossima, 24 Aprile.

Non è stata un’epica battaglia. E neanche una battaglia che si possa considerare decisiva. Anzi, Lo scontro faccia a faccia si è risolto, questa volta, con una sostanziale parità. E questo per due motivi: il primo dei quali era che Macron partiva indebolito nella ricezione da parte di un pubblico già maldisposto verso di lui dalla cattiva, anche se quasi obbligata, gestione della pandemia.

Ma il secondo motivo è stato più importante, ed è stato che nel dibattito egli ha fatto sì che si sia parlato soprattutto dei presunti legami tra la candidata del Rassemblement national e il Presidente russo. E che quindi la figura di Putin abbia finito per essere trattata, anche in Francia nel modo assai poco diplomatico con cui viene presentata, nei truculenti discorsi di Biden. Sia pure se in termini meno stucchevoli. Come quella non di un avversario con il quale confrontarsi, ma come quella di un nemico da abbattere insieme alla le Pen,

Un dibattito fuori tema ?

Tutto ciò, per il pubblico francese, ha reso poco interessante il dibattito. I temi trattai sono stati considerati relativi ad un evento – la guerra in Ucraina – che appare a carattere eccezionale rispetto ai problemi interni che dovranno essere affrontati dal nuovo Presidente – chiunque esso sia – dalla “sorella latina” nei prossimi cinque anni. Come temi legati a fattori esterni di cui i Francesi, come peraltro anche gli Italiani, ancora non percepiscono (o forse, sgomenti, rifiutano di accettare) l’enorme gravità. Ed hanno fatto si che gli spettatori fossero delusi per l’eccessivo spazio riservato, nel dibattito, alla politica estera; anzi probabilmente ancora di più per il fatto che – per cercare di mettere in difficoltà la Le Pen, da sempre considerata almeno una “simpatizzante“ di Putin. più o meno per le stesse ragioni che hanno sino a pochi giorni fa determinato la linea diplomatica dello stesso Macron – quest’ultimo, nel dibattito, ritornasse continuamente sulle questioni internazionali.

Ciò che, ancora Mercoledì sera, interessava davvero i Francesi era la situazione interna, l’economia. E questa va male. E va male soprattutto fuori Parigi, come si era capito, grazie al movimento dei gilet gialli, già prima che esplodesse la pandemia. E come oggi è diventato ancora più chiaro, a causa dall’aumento del prezzo della benzina, in parte già verificatosi e in misura ancora superiore atteso per i prossimi mesi.

Certo! Il movimento dei gilet gialli non esiste più, criminalizzato, come è stato, da una menzognera offensiva mediatica e schiacciato con una brutale repressione poliziesca. Sono scomparsi, o quasi, gli improvvisati leaders di allora, alcuni dei quali erano certamente più promettenti delle anonime truppe parlamentari del macronismo, ed è diminuito il numero di chi esplicitamente osa condividere le lamentele di allora.  Ma le ragioni che provocarono quello spontaneo movimento sono tuttora presenti.

E poi, per farvi fronte, se mai gli venisse a mente, neanche Macron ha più un suo movimento. Perché questo è stato in parte distrutto dalla sua stessa deriva autoritaria, manifestata soprattutto attraverso il ricorso sistematico all’articolo 49.3 della Costituzione, per imporre le leggi da lui volute all’Assemblea Nazionale, anche quando questa non è maggioritariamente d’accordo.

Il missile e il laboratorio

E’ in questo quadro piuttosto deprimente – che coincide per di più con una temperie internazionale in cui all’esibizione da parte russa di missili sempre più potenti fa seguito, guarda caso, l’incendio dal tetto alle fondamenta del centro di ricerca in cui si svolgeva gran parte della progettazione di tali e simili sistemi d’arma – che i Francesi saranno chiaramente chiamati a votare.

Già nel primo turno di queste elezioni presidenziali l’astensionismo è stato altissimo, attorno a un quarto degli aventi diritto, e domenica prossima potrebbe essere ancora più significativo, dato il rischio che chi ha votato Macron per pigrizia, o per consolidato rigetto delle origini ideologiche della Le Pen e di suo padre, non vada alle urne. Dando cioè per scontato che si ripeta, come è comunque probabile, il copione delle precedenti elezioni presidenziali, di una vittoria di Macron. Anche se, questa volta, con un margine probabilmente più ristretto. E che avrà per di più reso più debole l’arma diplomatica sinora a sua disposizione: quella di un dialogo costante con Putin.

Il capitale politico e la rappresentatività del prossimo inquilino dell’Eliseo saranno dunque piuttosto bassi.  E questo sarà un fattore negativo – per le ragioni già dette – non solo per la Francia, ma per tutta la “Vecchia Europa” ad ovest di Visegrad. Tanto più in quanto aumenterà l’astensionismo; spesso deliberato come espressione di un atteggiamento e di un giudizio politico.

Al primo turno, come dicevamo, questo fu attorno a 25%, il che, ad un osservatore italiano, può sembrare in definitiva non eccessivamente alto. Però pochi Italiani immaginano come, in Francia, venga calcolata la partecipazione elettorale: sulla base non del numero dei cittadini adulti, bensì su quello dei cittadini che si sono registrati per votare.

Perché nella “patria dei diritti dell’uomo” non basta essere cittadini per essere elettori. Bisogna, come in America, registrarsi. E questi non lo fanno tutti. Non lo fa, soprattutto, un grandissimo numero di immigrati, e di discendenti di immigrati di seconda e terza generazione. I quali probabilmente non voterebbero mai Le Pen, ma che hanno buone ragioni per non trovare di loro gusto neanche Macron. Tranne forse, quell’ostinazione, ostentata almeno sino a pochi giorni fa, a tenere aperto il dialogo con l’avversario di una partita sempre più drammatica e pericolosa.

Giuseppe Sacco