C’è un disgusto profondo nel vedere una parte della destra italiana impegnata a difendere un uomo condannato per omicidio. Un gioielliere che non ha “respinto una rapina”, come si tenta di raccontare, ma che ha inseguito per strada due dei tre italiani -immaginiamo cosa fosse successo se fossero stati migranti, magari negri e pure islamici – che avevano tentato di rapinarlo e li ha uccisi. Una condanna chiara, limpida, definitiva: non un gesto di legittima difesa, ma una esecuzione, e confermata, fino alla Cassazione, per tre gradi di giudizio. Una responsabilità, tra l’altro, cui il condannato in questione è stato inchiodato senza alcun margine di dubbio dalle telecamere che hanno seguito la drammatica scena.
Eppure, oggi assistiamo allo spettacolo indecoroso di ministri, leader di partito e parlamentari che si affannano a proclamare la sua innocenza morale, a cercare attenuanti, a commuoversi perché “un anziano deve scontare la pena”. Una pena stabilita sulla base di una legge voluta proprio da Salvini quando era Ministro dell’Interno ma che oggi porta la stessa destra a stracciarsi le vesti.
Nel frattempo si specula sul caso per fare pressione sul Presidente della Repubblica, costretto a spiegare al Ministro della Giustizia Nordio — e indirettamente a Meloni, Crosetto e Salvini — come funziona davvero l’Istituto della Grazia. Un Presidente che deve ricordare ai membri del Governo che la giustizia non è un sondaggio, non è una diretta social, non è una gara di popolarità nel solleticare gli istinti più belluini, visto che siamo in uno Stato di diritto.
Ed abbiamo pure dovuto ascoltare il soggetto in questione chiedere a Mattarella di “mettersi le mani sulla coscienza” mentre lui non mostra un minimo di pentimento per avere fatto tanto crudelmente il “cow boy” diventando un rischio anche per altri ignari passanti. Si è richiamato alla concessione della grazia alla Minetti, dimenticando che lei non è un’assassina.
Assistiamo ad una corsa indecente a chi difende di più chi si fa giustizia da solo. Una gara tutta politico – elettorale a sostituirsi ai giudici, a riscrivere i fatti, a trasformare un omicidio in un atto eroico. Una gara che non nasce oggi: l’abbiamo già vista quando la Presidente del Consiglio accolse con tappeto rosso a Ciampino un condannato per omicidio negli Stati Uniti. Un gesto che ribaltava ogni principio di rispetto per la giustizia internazionale e la ricerca di giustizia da parte della gente comune. Ed anche il quel caso si volle raccontare una verità diversa da quella processuale che è pur sempre quella che resta come riferimento. Per tutti, ma soprattutto per chi è chiamato alla responsabilità politica.
È una competizione continua tra le fila dell’estrema destra. Con Vannacci, come megafono culturale, a costruire un “mondo alla rovescia”: dove chi viola la legge diventa simbolo, dove chi ammazza viene difeso come un patriota, dove chi è condannato diventa un martire politico. Una gara in cui si inserisce anche Antonio Tajani, a conferma della favola sul “moderatismo” e la ragionevolezza di Forza Italia.
Con quale ardire parliamo ai tanti giovani che si armano di coltelli per farsi giustizia da soli. Perché è questo che spiega i tanti ammazzamenti di cui quasi ogni giorno leggiamo sulle cronache.
E intanto la destra continua a presentarsi come paladina dell’ordine, mentre smonta pezzo dopo pezzo il principio più elementare della civiltà democratica: la giustizia non è vendetta. La legge non è un’opinione. La vita umana non è un dettaglio politico.
Ovviamente, noi ci auguriamo che un figlio o una figlia o un parente, della Meloni, di Salvini, di Crosetto o di Tajani. non finiscano colpiti per strada, o in una gioielleria, da qualcuno che ha deciso di farsi giustizia da solo.![]()