In questi ultimi 10 anni, la cosiddetta Generazione Z marocchina è diventata un attore politico nuovo e difficile da inquadrare nelle categorie tradizionali. Non è una generazione rivoluzionaria in senso classico, ma è profondamente critica, politicizzata in modo informale e capace di mettere in discussione i fondamenti simbolici e sociali della monarchia marocchina, senza però sfidarla frontalmente sul piano istituzionale.

Per comprendere il suo agire politico bisogna partire da una constatazione centrale: non opera principalmente attraverso i partiti, ma tramite linguaggi culturali, social media e mobilitazioni episodiche. Si tratta di una politicizzazione diffusa, non organizzata ed in un contesto stabile ma socialmente fragile.

Il Marocco è una monarchia guidata da Mohammed VI, che mantiene un forte controllo sul sistema politico. Il sovrano non è solo capo dello Stato ma anche “Comandante dei credenti”, cioè autorità religiosa suprema. Questo gli conferisce una legittimità che combina politica e religione. A differenza di altri paesi arabi, il Marocco non ha subito quel collasso statale a seguito della Primavera Araba del 2011. Le manifestazioni del Movimento 20 febbraio portarono sì a riforme costituzionali, ma non riuscirono a cambiare la natura stessa del sistema.

La Generazione Z è cresciuta proprio in questo contesto: uno Stato generalmente stabile, ma caratterizzato da profonde disuguaglianze economiche, forte disoccupazione giovanile e limitata mobilità sociale. Tutto ciò ha prodotto una forma particolare di coscienza politica, meno ideologica e certamente più esistenziale.

La vera arena politica di questa generazione non è il Parlamento, ma internet. Il primo campo di azione, quindi, sono i social media come spazio politico principale con il risultato che piattaforme come Instagram, Tik Tok e YouTube sono diventate luoghi di critica sociale, denuncia e mobilitazione. E’ in questi spazi virtuali che si esprime una critica quotidiana contro disoccupazione, clientelismo, corruzione e disuguaglianze sociali.

Questa critica – va sottolineato – non assume sempre la forma di un’opposizione diretta alla monarchia. Prende infatti più spesso di mira l’apparato statale, la burocrazia e le élite economiche: una forma di politicizzazione indiretta, ma profonda. Il linguaggio utilizzato è nuovo, ironico, visivo e spesso sarcastico. Ai tradizionali discorsi politici vengono sostituiti da meme, video brevi e contenuti vitali.

Negli ultimi anni, il Marocco ha visto nascere proteste spontanee su questioni concrete sia locali che sociali. Queste, in breve, riguardano essenzialmente i temi del costo della vita, della disoccupazione, dei servizi pubblici e, non per ultima, anche dell’istruzione. Prese tutte assieme, le proteste si esprimono soprattutto con tre caratteristiche nuove. Sono innanzitutto spontanee, al di fuori e non organizzate dai partiti. In secondo luogo, hanno aspetti locali e non nazionali. Da ultimo, va sottolineato, non ambiscono necessariamente ad un cambio di regime e questo è un punto fondamentale. Questa Generazione Z non è apertamente rivoluzionaria, pur essendo profondamente critica. Questa caratteristica non la fa necessariamente orientata alla presa del potere: più che la rivoluzione politica, il suo obbiettivo principale è l’affermazione della dignità sociale.

Per decenni la stabilità del Marocco si è basata su un contratto sociale taciuto ma non per questo meno esplicito: la monarchia garantiva stabilità e gradualismo, mentre la popolazione accettava e acconsentiva all’idea di limiti politici. Oggi la Generazione Z  sta mettendo in discussione questo equilibrio tradizionale. Molti giovani marocchini, infatti, non credono più nelle promesse di mobilità sociale di un tempo ed agiscono non tanto tramite proteste di massa, ma attraverso un cambiamento culturale più profondo. Che questa scelta possa portare a qualche risultato sono le recenti statistiche sul tasso di scolarizzazione che indicano progressi da parte del Marocco.

Questo stato di cose porta a tre conseguenze politiche importanti: perdita di fiducia nelle istituzioni, aumento del desiderio di emigrazione e crescente distanza dallo Stato. A volerla vedere in un certo modo, non è errato pensare che la stessa emigrazione stia diventando una forma di protesta. Di nuovo, non si tratta di una rivolta contro lo Stato, ma di un rifiuto silenzioso del sistema.

Altro campo sul quale soffermarsi e tenere in considerazione è quello della politicizzazione culturale. Questa si esprime particolarmente in ambito musicale, soprattutto quello del rap marocchino, diventato uno dei principali strumenti di critica politica. Molti artisti esprimono le loro frustrazioni prendendo principalmente di mira la repressione, le ingiustizie sociali e la marginalizzazione. Data la sua attinenza con la realtà del paese, questa produzione culturale sta avendo un forte impatto sulla coscienza politica di questa generazione: non cerca di organizzare o preparare rivoluzioni, ma cambia il modo in cui i giovani percepiscono il potere. Per concludere, si tratta di una forma di politicizzazione lenta ma profonda nelle sue radici.

Come sovente si vede in frangenti simili, questa protesta, pur non cercando di cambiare il regime, ha un suo limite importante: quello dell’assenza di un’organizzazione. Questo è il punto debole dell’agire politico della Generazione Z marocchina. Sono assenti movimenti giovanili nazionali forti, partiti od organizzazioni politiche guidati da giovani e leadership riconosciute. Ovviamente, tutto ciò limita la capacità di mutare il malcontento in un concreto cambiamento politico. A farla breve, la Generazione Z marocchina è politicamente cosciente, ma debole istituzionalmente.

Di fronte a questo scontento, la monarchia marocchina ha scelto la via di una strategia efficace, combinando adattamento a repressione selettiva. Il che significa che non reprime indiscriminatamente scegliendo piuttosto di intervenire solo in caso di percezione di minacce dirette. Per ridurre il rischio di eventuali rivolte su larga scala, lo Stato promuove riforme limitate ed investimenti simbolici per mantenere la sua legittimità. La monarchia in questo ha mostrato una notevole capacità di adattamento. La trasformazione sarà quindi lenta.

Come detto in precedenza, questa Generazione Z non sta tentando di rovesciare lo Stato, ma sta trasformando il rapporto tra la società civile ed il potere. Si tratta di una trasformazione meno visibile, ma potenzialmente profonda. Il cambiamento principale, infatti, è soprattutto psicologico e consiste nella perdita della deferenza automatica verso l’autorità. Questo nella Storia è solitamente l’inizio di ogni trasformazione politica.

Per riassumere: l’azione politica della Generazione Z marocchina, pur non essendo rivoluzionaria nel senso classico è comunque significativa. Non si manifesta tanto attraverso partiti o rivolte, ma soprattutto tramite espressioni culturali, social media e proteste estemporanee. Una generazione disillusa che resta pur sempre critica e politicamente cosciente anche se non ancora organizzata. Nel breve termine, quindi, non rappresenta una minaccia diretta alla stabilità delle strutture dello Stato. Nel lungo periodo però sta cambiando il modo in cui percepisce il potere. Il passato insegna che è spesso così che iniziano i cambiamenti più profondi: non con una rivoluzione improvvisa e violenta, ma con una lenta trasformazione della coscienza collettiva.

Edoardo Almagià

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