I dati OCSE sui salari reali nel primo trimestre 2026 ridimensionano drasticamente la proclamazione di successi da parte del governo italiano in materia di occupazione. Sì, le statistiche mostrano un aumento in valori assoluti del numero degli occupati, ma non raccontano il resto: la qualità del lavoro, la distribuzione generazionale, il potere d’acquisto.

Dietro la crescita apparente si nasconde una sistemazione interna” del mercato del lavoro, che gonfia figurativamente l’occupazione tra gli under 50, mentre lascia irrisolta la crisi profonda della forza giovanile. I giovani continuano a essere penalizzati da contratti precari, bassi salari e scarse prospettive di stabilità. È un’occupazione che cresce senza sviluppo, e che quindi non genera ripresa.

Secondo le Prospettive sull’occupazione OCSE 2026, nel primo trimestre dell’anno i salari reali italiani sono aumentati dell’1,3% su base annua, grazie alla bassa inflazione. Ma restano inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre 2021 — il divario più ampio tra le principali economie dell’OCSE. Un dato che parla da solo: l’Italia è il Paese dove il lavoro vale meno di prima, anche quando nominalmente cresce.

L’OCSE avverte che il recente rialzo dei prezzi dell’energia sta nuovamente spingendo l’inflazione verso l’alto e i salari reali verso il basso. E, anche ipotizzando un impatto limitato del conflitto in Medio Oriente, prevede per l’Italia un calo dello 0,9% dei salari reali nel 2026 e un aumento minimo, solo dello 0,2% nel 2027, a causa dei pochi rinnovi contrattuali e della persistente capacità inutilizzata del mercato del lavoro.

In sintesi: si contiene la crisi, ma non si prospetta una ripresa. Il lavoro cresce solo come numero, non come valore. E la politica che si vanta di aver “creato occupazione” dimentica che un Paese non si misura dal numero di contratti, ma dalla dignità di chi li firma.

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