Come su queste pagine abbiamo largamente previsto e denunciato da anni, il bipolarismo maggioritario sta letteralmente consumando ordito e trama del tessuto democratico del nostro Paese e lo accompagna, via via, al collasso.

Considerando le cose con più pacata attenzione e senza una pregiudiziale acrimonia, si deve concludere che il forsennato scontro tra desta e sinistra che, apparentemente esalta il ruolo della politica nel discorso pubblico, in realtà non è altro che un’enfasi vuota. Infatti, mutate le forme, non è se non l’ininterrotta manifestazione di quell’ “antipolitica” che – seminata a piene mani, a metà degli anni novanta, nelle rughe e nei solchi spalancati della nostra democrazia, ripiegata su di sé e ferita da troppi comportamenti illeciti – continua a crescere come una gramigna inestirpabile.

L’ “antipolitica” di cui Berlusconi si è fatto vanto fin dalla sua prima discesa in campo, alla prova dei fatti – ma non era difficile capirlo da subito a chi avesse avuto una pur piccola infarinatura di cultura politica – si è rivelata un antidoto peggiore del male.

La vitalità plurale del Paese che pure si arricchisce sui mille versanti della società civile, viene presa in ostaggio, colonizzata e negata da culture politiche inaridite e sterili.

Il nazionalismo retrogrado della destra per un verso, la postura radicale e laicista della sinistra sull’altro fronte, non sono che tardive reminiscenze di culture politiche ottocentesche, le cui radici, da tempo divelte dal corpo vivo del Paese, sono essiccate al sole della storia ed oggi, almeno fin qui, sopravvivono solo in quanto parassiti che succhiano la linfa vitale di un paese, che, pur di scansarli, si allontana, sottraendosi al voto, da ogni personale corresponsabilità con un tale sistema. In altri termini, a maggior ragione questa destra e questa sinistra sono palle di piombo al piede dell’Italia, anche in quanto espressione esasperata di quella tradizionale “diade” destra-sinistra che, non solo da noi, mostra la corda a fronte di processi culturali e sociali che non stanno più al suo gioco.

Senonché, fatichiamo ad individuare nuove ed alternative categorie interpretative, a meno che l’errore stia esattamente qui, in questa pretesa organicista e tardo-moderna di voler a tutti i costi imbragare la Storia. Anziché inchiodare l’Italia al palo di ideologie logore, dovremmo saper cogliere dove soffia il vento di un nuovo spirito del tempo, quali istanze sociali, quante domande di valore umano solleva e verso tale cammino distendere le vele della libertà, della giustizia, dell’eguaglianza, della solidarietà, della comuna appartenenza ad un popolo. Al contrario, siamo inchiodati all’antipolitica, il virus peggiore, il più devastante di cui un ordinamento democratico possa soffrire.

Ma perché “antipolitica”? Per l’elementare, lapalissiana ragione secondo cui la politica è fatta per unire, senza omologare; per portare le differenze ad una sintesi ragionevole che non le sopprima, ma le valorizzi in una reciproca integrazione; per costruire non compromessi di potere, ma mediazioni alte e virtuose, toccando quel punto eminente in cui interessi divergenti, pur si compongono nell’ interesse generale del Paese. Esattamente il contrario di quel che avviene nel nostro sistema politico, fondato sulla reciproca delegittimazione delle parti, cosicché in uno scontro furioso, una parte esclude dal suo orizzonte la metà del Paese che le è avversa, l’altra parte fa altrettanto sull’altro fronte e tutte e due assieme investono le loro fortune sull’esasperazione delle differenze piuttosto che sulla loro composizione.

Più antipolitica e maggiore ostracismo al pluralismo di così non si può immaginare. Per questo destra e sinistra, assieme, sono, in questo momento, alfieri dell’antipolitica. E sciaguratamente neppure lo sanno.

Domenico Galbiati

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