E’ abbastanza evidente come per Zelensky la porta si sia fatta sempre più stretta. Deve fare buon viso a cattivo gioco al Piano di Trump. E’ costretto a vedere quanto l’intervento degli europei riuscirà a fargli diventare la trattativa con Putin meno dolorosa possibile.
E’ un dato di fatto che l’Ucraina non ha più il sostegno di prima. Le dichiarazioni ufficiali sono quelle iniziali, ma la popolazione è fiaccata agli inizi del quarto inverno di guerra che fanno sentire ancora di più le conseguenze delle distruzioni delle infrastrutture essenziali.
Si sta per riproporre l’esperienza vissuta con l’abbandono dell’Afghanistan da parte delle forze americane ed europee agli inizi della Presidenza di Joe Biden? E sulla base di questo spettro costringere alla resa? L’allora inquilino della Casa Bianca diede corso ad una decisione del suo predecessore Trump e mantenne le promesse fatte in campagna elettorale. Fu tutto una lacrima di coccodrillo tra gli europei che pure sapevano da un pezzo come sarebbero finite le cose. I pianti per il povero popolo afghano, in particolare per le donne, non ci impedirono di lasciare anche noi quelle martoriate terre di nuovo in mano ai talebani.
C’era un “peccato originale” da scontare. Cioè quello della pretesa di esportare la democrazia – come fatto in Iraq – oltre che l’eliminazione di Bin Laden e le sue ridotte forze di al Qaeda. Gli stessi uomini che l’Occidente aveva armato fino ai denti – ed addestrato – nella Jugoslavia da cui era necessario estirpare Milosevic.
In oltre 30 anni non è cambiato molto e con la giaculatoria dei “valori” dell’occidente, siamo andati avanti subendo, nel bene e nel male, ma più nel male, il mutamento quadriennale degli equilibri interni agli Stati Uniti e l’incapacità dell’Europa di delineare una propria strategia mondiale.
Anche in Ucraina si sconta un “peccato originale” riassunto da Papa Francesco con la famosa sintetica frase dell’abbaiare della Nato alle porte della Russia. Dagli impegni presi con Gorbachev di non mutare gli equilibri euro – asiatici, dagli incontri di Pratica di Mare, dall’allargamento del G7, e persino della Nato, a Mosca, siamo giunti alle possenti esercitazioni fatte con frequenza ai confini di quello che comunque resta un gigante, ancorché in una profonda crisi identitaria dopo la fine dell’Impero sovietico. Ed ovviamente, restano incancellabili le enormi responsabilità della Russia, così come quelle delle fazioni estremiste di entrambi gli schieramenti contrapposti in Ucraina.
Putin ha la responsabilità di aver violato il Diritto internazionale in maniera palese e sanguinoso. A queste violazioni si è risposto con pochissimi e deludenti tentativi di mediazione. Ricordiamo tutti l’inutile viaggio del Presidente Macron a Mosca confinato all’estremo del bianco e lunghissimo tavolo di Vladimir Putin. Ma anche un passaggio di trattative che si rivelò infruttuoso ad Istanbul nel marzo del 22 subito dopo il ripiegamento delle truppe d’invasione russe verso il Doneckij bassejn, da noi conosciuto come Donbass. Un momento in cui, forse, ancora esisteva la possibilità di limitare i danni e la perdita totale dei territori, oggi, fermamente in mano russa.
Si contava allora, però, su alcuni punti che si sono poi mostrati fallaci. L’isolamento mondiale della Russia e il collasso della sua economia. Al momento restano, in realtà, sole le ricchezze sequestrate agli oligarchi moscoviti, ma troppi i pareri discordi, anche in punto di diritto, per passare alla loro confisca definitiva per pagarci, almeno, un po’ delle ingenti risorse necessarie ad assicurare l’adeguata difesa ucraina. A quel tempo non mancavano, persino, i vagheggiamenti sulla prossima, prevedibile fine del “regime” di Putin. Insomma, la risposta rimase esclusivamente affidata ai campi di battaglia. Però, senza raggiungere quella “vittoria” dell’Ucraina su cui si spesero anche eminenti politici italiani.
Donald Trump ha sempre voluto chiudere questa guerra, a tutti i costi. L’ha ostinatamente considerata cosa dei democratici americani e degli europei. Cercando di non lasciarla tracimare fino diventare motivo di rottura radicale con Putin, ne ha fatto comunque, occasione di affari. E consistenti, come quelli relativi alle Terre rare e agli acquisti delle armi statunitensi, pagate dagli europei. Minimo costo, massimo vantaggio. Come confermò il siparietto – tra lo spiritoso e il drammatico – da lui messo in scena con Macron allorquando dal Presidente francese si sentì ricordare come gli aiuti più consistenti all’Ucraina fossero venuti dall’Europa. Cosa che Trump non fu in grado di smentire.
In questi giorni, l’opzione diplomatica sembra riprendere più corpo, come mai avvenuto prima. Ed l’obiettivo minimo, adesso, è quello di riuscire a far pagare a Kiev il prezzo meno alto possibile sia in termini di cessione di territori, sia, soprattutto, per la sua sicurezza futura. Che, in qualche modo, è sicurezza anche per l’Europa. La cui parte settentrionale, da Polonia agli Stati baltici, vive molto più spasmodicamente il rischio di una possibile Russia intenzionata a ritrovare il peso perduto con la fine del regime sovietico.
Non si può pensare di rimediare ad un errore seguendolo con la scelta tra altri due, che sempre errori potrebbero rivelarsi. Come sarebbero quelli di continuare ad oltranza una guerra che ha già spopolato l’Ucraina trasformata, oramai, in un solo immenso campo di battaglia, dal fiume Dnepr a Leopoli ed ai vicini confini con la Polonia; ma neppure ripetendo l’ingloriosa fuga da Kabul.
Si tratta di non perdere l’occasione che un fortemente emendato Piano Trump faccia riacciuffare in extremis l’occasione che nei quasi quattro anni di guerra è stata troppo spesso lasciata cadere e cioè la ricerca di una soluzione – destinata probabilmente a portarsi dietro per molto tempo insolute tante questioni -attraverso il confronto, per quanto esso possa essere duro e, ahinoi, lungo.
Giancarlo Infante