Prima di inoltrarmi nell’esplorare a grandi linee una cronaca di questa guerra, penso sia di fondamentale importanza partire dalla seguente osservazione: è del tutto inaccettabile che un paese come la Russia, uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con diritto di veto ed in più potenza ufficialmente nucleare per aver esploso un ordigno prima del 1 gennaio 1967, possa permettersi di invadere ed addirittura minacciare l’uso di armi atomiche contro un paese che non ne possiede. Questo genere di comportamento, oltre ad essere moralmente deplorevole, di fatto sancirebbe la fine del Trattato di non proliferazione.

A rendere questa situazione ancora più riprovevole, il fatto che una nazione grande come la Russia se la prenda con un paese tanto più piccolo e debole. La Russia si estende infatti su 11 fusi orari ed è circa 23 volte più grande dell’Ucraina. La sua popolazione è di tre volte e mezzo superiore ed il suo Pil sfiorava due anni fa i 1660 miliardi di dollari contro i 131 miliardi di quello ucraino.

Antefatto:  il 6 gennaio del 2021, a due settimane dalla cerimonia di insediamento del nuovo presidente Joe Biden, una folla variopinta di facinorosi sostenitori di Trump irrompeva nella sede del Congresso, simbolo della democrazia americana: erano convinti che fosse stato derubato della sua vittoria elettorale. Vi furono 5 morti e 140 feriti. Tra le vittime, un agente di polizia.

Per molti i quattro anni di presidenza Trump avevano indebolito le strutture dello Stato e le sue istituzioni democratiche. Altri, più pessimisti, vedevano quest’episodio come un pericoloso avvertimento sulla fragilità delle democrazie liberali. Trump, dal canto suo, aveva annullato una conferenza stampa prevista in Florida e negato alla commissione investigativa l’accesso ai suoi documenti ufficiali. Appoggiato dalla sua base elettorale, egli restava convinto che l’elezione gli fosse stata rubata: decine di milioni di persone si erano infatti recate alle urne per dargli il loro voto, spesso con vero entusiasmo.

Il risultato finale delle elezioni aveva messo a nudo un Paese che mostrava di aver perduto le sue certezze. Da questa campagna elettorale era emersa una società profondamente divisa e radicalizzata da fratture non solo politiche, ma anche culturali. Diversi commentatori politici parlavano addirittura di una faglia che rischiava di minare l’integrità della nazione, oltre che di un attacco alla Costituzione e alla democrazia che aveva tradito lo spirito del paese e le sue aspirazioni a governarsi.

Di fronte a questa situazione il nuovo presidente si sarebbe dovuto confrontare con l’immensa sfida di ricucire le ferite del paese e restituire fiducia nel buon funzionamento delle istituzioni. Si trattava di riconciliare ed unire la nazione, sanare le divisioni all’interno del suo stesso partito, galvanizzando il suo elettorato. In breve, rimettere in piedi l’America, compito che lo avrebbe portato a concentrarsi innanzitutto sui problemi interni.

Di riflesso, egli avrebbe avuto anche un gran da fare in politica estera: in questo contesto e dopo quattro anni di amministrazione Trump, Biden doveva ripristinare l’immagine degli Stati Uniti e porre il tema della difesa della democrazia al centro della sua azione internazionale: si sarebbe affacciato al mondo appellandosi alla Storia e ai valori della democrazia americana.

Gli Stati Uniti avevano perduto parte di quell’aura e di quel potere di persuasione che li circondavano dal secondo dopoguerra. Non senza preoccupazioni, un certo numero di studiosi iniziava ad interrogarsi sulla decadenza delle grandi nazioni del passato e dei loro sistemi politici. Ai loro occhi vi erano in gioco equilibri di potenza, la diffusione nel mondo della democrazia e la capacità stessa degli Stati Uniti di rappresentare autorevolmente gli interessi dell’Occidente.

Nel corso di questi ultimi decenni era andata affacciandosi sulla scena internazionale un insieme di potenze autoritarie – definite revisioniste – che si erano impegnate in una sfida contro le democrazie liberali. I capofila di queste nazioni sono la Cina e la Russia, che hanno accolto con soddisfazione i segnali di debolezza provenienti dagli Stati Uniti e lo sgomento che andava crescendo nel resto dell’Occidente: la loro partita sarebbe quella di destabilizzarlo per impedirgli di contribuire efficacemente alla definizione dei futuri assetti mondiali e soprattutto ostacolare l’influenza americana. Tra di loro, più che di alleanza sarebbe il caso di parlare di intesa.

Questi regimi autoritari vedevano il mondo occidentale come inerte, sfiduciato e privo di certezze: le democrazie apparivano molli ed in stato di irreversibile decadenza e loro, al contrario, si sentivano con il vento del futuro in poppa. All’ombra di queste visioni del mondo si celavano antiche ambizioni imperiali, moderne logiche di potenza, interessi da difendere e opposte visioni della Storia.

Sviluppi successiviall’inizio del mese di gennaio dello scorso anno scoppiavano manifestazioni di protesta nel Kazakhstan, presto tradotte in uno scossone per quel regime che lo hanno costretto a chiedere aiuto ai paesi vicini. Per stabilizzare la situazione ed evitare ulteriori disordini sono poi arrivati in fretta dalla Russia carri armati e paracadutisti. Il Kazakhstan era una delle quindici Repubbliche sovietiche e considerato il paese più stabile della regione.

Con calma glaciale, il Presidente Kassym Tokaiev si era presentato in tv ordinando ai militari e alle Forze dell’ordine di sparare sulla folla. Con tono minaccioso aveva aggiunto che chi non intendeva arrendersi sarebbe stato eliminato senza preavviso: “Come si può trattare con dei criminali e degli assassini? Vanno annientati e lo faremo presto”. Era evidente che questa situazione presentava due aspetti, l’uno interno e l’altro regionale.

In quest’insieme di Repubbliche ex-sovietiche, che andavano dall’Armenia alla Georgia e all’Azerbaijan, senza escludere l’Ucraina e la Bielorussia, negli ultimi anni si erano viste emergere delle criticità. Era intenzione del presidente Putin tenere intorno a sé questi territori, oggi indipendenti: aveva risposto agli appelli di Tokaiev perché temeva che simili movimenti di protesta potessero sfuggire di mano, estendersi a macchia d’olio ed un giorno contagiare la Russia stessa. Non poteva che avere in mente le giornate di Piazza Maidan, da lui definite “un colpo di Stato”, che tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 erano riuscite a spodestare l’autocrate ucraino Yanukovich, politicamente vicino a Mosca.

 Verso una situazione pericolosala settimana successiva si incontravano a Ginevra una delegazione russa ed una americana. Al centro del dibattito, la crisi alla frontiera con l’Ucraina. Pur dichiarando che non avrebbe fatto concessioni, il governo russo escludeva la possibilità di un intervento militare. Ciò nonostante, per sottolineare la serietà dei suoi propositi manteneva un tono minaccioso quando, a otto anni dall’annessione della Crimea e dagli accordi di cessate il fuoco nella regione separatista del Donbass, le armi continuavano a farsi sentire.

Putin non voleva un’Ucraina ancorata all’Europa e legata all’Occidente, chiedendo inoltre che non entrasse nella Nato insieme alla partenza dei militari americani dalla Polonia e dai Paesi Baltici. In poche parole, recuperare la sua sfera di influenza ai confini occidentali della Russia e vedere rimossi i 60 mila soldati americani stanziati in Europa: si trattava di riscattare le umiliazioni che avevano fatto seguito al collasso dell’Unione Sovietica, all’invasione finanziaria dell’Occidente e poi bloccare l’allargamento della Nato a paesi un tempo parte dello spazio sovietico.

Da parte loro gli Stati Uniti dichiaravano inaccettabili le proposte russe ed insistevano sull’inviolabilità delle frontiere, l’integrità territoriale ed il rispetto della sovranità nazionale: se costretti, avrebbero imposto delle sanzioni. La politica delle porte aperte con Kiev doveva continuare, ma erano comunque disponibili ad un negoziato.

Aveva poi fatto seguito un vertice tra Stati Uniti, Russia e OCSE. Bruxelles era stata tenuta ai margini, non solo perché fragile e militarmente non decisiva ma anche perché la Russia, per affermare il suo status di grande potenza, aveva scelto la via del dialogo diretto con Washington. Alla fine non vi fu nessun accordo.

Restava l’impressione che Mosca, piuttosto che attaccare l’Ucraina, avrebbe voluto destabilizzarla per poi infilare un piede nel processo decisionale europeo e negoziare con gli Stati Uniti sulla sicurezza del continente. Ci si era fatti l’idea che il presidente Putin non intendesse annettere l’area del Donbass: gli sarebbe costato troppo. Più conveniente gli sarebbe stato mantenere sospesa la situazione per poi ritirarsi in cambio di un veto sull’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Malgrado le divergenze e l’assenza di risultati, restava aperta la disponibilità a proseguire il dialogo.

Tramontato il bolscevismo, per molti osservatori il presidente russo voleva ergersi ad apostolo del glorioso passato della Russia. Trovandosi però a capo di una potenza non più all’altezza di quei tempi, egli aveva in ogni caso deciso di ridarle prestigio estendendo la sua impresa sulle regioni limitrofe.

Da qui la sua operazione dell’estate 2008 in Georgia, la graduale ripresa di una politica di potenza con l’intervento in Siria e Libia, l’annessione della Crimea, le pressioni sulla regione secessionista del Donbass, le manovre militari ai confini dell’Ucraina ed il suo appoggio a Lukashenko in Bielorussia e poi a Tokaiev nella recente crisi in Kazakhstan. Aveva forse in mente le parole di Brzezinski, Consigliere per la Sicurezza del Presidente Carter, che aveva affermato che senza l’Ucraina la Russia sarebbe stata una potenza diminuita.

Puntando sull’inerzia di Obama, che non era intervenuto in Siria dopo aver tracciato una “linea rossa” sui bombardamenti chimici e sull’immobilismo dell’Europa, Mosca aveva messo le mani sulla Crimea e poi fomentato una ribellione separatista nella regione orientale del Donbass. Di riflesso, l’Ucraina aveva spinto per un suo ingresso nella Nato.

Per risolvere le tensioni tra Kiev e i russofoni delle repubbliche di Donetsk e Lugansk, Russia, Ucraina, Francia e Germania diedero vita ai cosiddetti accordi di Minsk. I primi due paesi non fecero molto affinché questi venissero rispettati. Il Cremlino ha poi ritenuto che né Parigi, né tantomeno Berlino avessero fatto tutto il necessario per uscire dallo stallo. Per Putin tanto valeva trattare direttamente con gli Stati Uniti: il Presidente Biden aveva però fatto intendere che non avrebbe abbandonato l’Europa e che non vi sarebbe stato nessun accordo senza coinvolgere Bruxelles.

Quanto ai vertici politici e militari di Kiev, il timore non era tanto quello della possibilità di un’invasione da parte russa, quanto piuttosto che l’Europa potesse cedere di fronte a quelli che consideravano i bluff di Putin. Quest’ultimo mostrava i muscoli allo scopo di ottenere benefici politici: in breve, nessuna invasione in cambio di concessioni. Per mostrare la volontà di difendere il suolo patrio gli ucraini avevano risposto creando delle Unità di Difesa Territoriale.

Si aggrava la crisidopo un viaggio a Kiev e poi a Ginevra per incontrarsi con il suo omologo russo Lavrov, il Segretario di Stato Antony Blinken si fermava anche a Berlino per un incontro con il collega francese e quello britannico. Dopo il suo rientro a Washington si diffondeva l’impressione che quella ucraina fosse la crisi più grave dai tempi della guerra fredda: il Cremlino aveva indicato che l’Alleanza Atlantica doveva ritirarsi dalle Repubbliche Baltiche ed impegnarsi a non includervi mai l’Ucraina. La Bielorussia annunciava imminenti manovre militari congiunte con la Russia sul proprio territorio. In risposta, la Svezia dispiegava contingenti militari nel Baltico, il Regno Unito inviava armi anticarro a Kiev e gli Stati Uniti autorizzavano i Paesi Baltici a fornirgli armi di fabbricazione americana.

Da Mosca il Presidente Putin premeva sulla Nato affinché desse risposte concrete. Questa ribatteva che non avrebbe ceduto ma che sarebbe comunque rimasta aperta ad ulteriori trattative. Tra discussioni infruttuose e dialogo tra sordi, appariva sempre più urgente trovare una soluzione diplomatica.

Londra denunciava il tentativo da parte russa di sovvertire il governo ucraino per imporre una dirigenza di comodo. Il Premier Johnson rincarava la dose parlando di una nuova Cecenia e della possibilità di un conflitto violento, sanguinario e disastroso. Le autorità di Kiev si appellavano a Bruxelles chiedendole di restare unita di fronte alle provocazioni di Mosca e ringraziavano inoltre per gli aiuti e l’appoggio ricevuto, pur continuando a non credere in un’invasione russa. Dalla Russia partiva una richiesta di ritiro delle forze Nato dalla Romania e dalla Bulgaria.

In un crescendo, Kiev accusava Mosca di incrementare il numero di armi inviate ai separatisti del Donbass, gli Stati Uniti aggiungevano altri 200 milioni di dollari ai 450 milioni già stanziati in assistenza militare per le Forze armate ucraine e la Nato comunicava che in caso di attacco da parte russa non era comunque previsto l’invio di contingenti militari in Ucraina. Putin dichiarava di continuare a sperare in una soluzione diplomatica.

La situazione era la seguente: per l’Occidente non era concepibile che uno stato imponesse la propria volontà ad un altro, né tantomeno che lo aggredisse militarmente: avrebbe appoggiato l’Ucraina contro ogni sorta di aggressione. La Russia voleva invece dimostrare la sua forza diplomatica nell’orientare le scelte degli occidentali. La sua capacità di dialogare direttamente con gli Stati Uniti mostrava che il suo interventismo l’aveva portata ad essere nuovamente una superpotenza: l’aver portato gli occidentali al negoziato era visto come una vittoria. Molto meno convincente quando parlava di una volontà espansionistica della Nato.

Sarebbe utile ricordare che mentre il Presidente Putin era intervenuto in Georgia, Siria e Libia, invaso la Crimea e provocato una secessione nell’area del Donbass, l’Alleanza Atlantica non si era mai mossa. Quest’ultima aveva anche dichiarato che non avrebbe dislocato armi nucleari nei paesi dell’Europa Orientale, né accettato nuovi paesi come membri. Fra americani ed europei vi era adesso una forte unità di intenti e Biden si consultava regolarmente con i suoi alleati.

Restando eminentemente europea, questa crisi rendeva sempre più urgente trovare una soluzione che consentisse alle parti di uscirne a testa alta, anche perché all’Unione Europea serviva il gas russo così come alla Russia erano necessari i clienti occidentali.

Inizia il mese di febbraio: nella partita si inseriva anche il Presidente turco Erdogan proponendo una mediazione: oltre ad avere buoni rapporti con l’Ucraina, vi aveva anche sviluppato un partenariato di sicurezza e con la Russia, invece, collaborava in Siria, aveva acquistato i missili S400, importava gas dalla Gazprom ed aveva anche in fase di realizzazione congiunta una centrale nucleare ad Akkuyu.

Il Presidente francese Macron ed il cancelliere tedesco Scholz si erano recati separatamente in visita da Putin per resuscitare gli accordi di Minsk e ripristinare l’azione del formato Normandia. Poco dopo iniziavano le manovre congiunte tra Russia e Bielorussia: veniva comunicato che sarebbero durate dieci giorni ed avrebbero coinvolto qualcosa come 30 mila uomini. Annunciata anche una serie di manovre navali nel mare di Azov. Giungeva a Mosca anche il Ministro degli esteri inglese per un incontro con il suo omologo Lavrov. Quest’ultimo rimproverava l’Occidente di non prestare orecchio alle preoccupazioni del suo paese.

La Nato intanto rinforzava le sue posizioni nell’est Europa, mentre da Washington il presidente Biden chiedeva ai cittadini americani residenti in Ucraina di lasciare il paese. Il Ministro degli esteri russo ribatteva che “a poco servivano le minacce e gli ultimatum: non portano a niente”. Il balletto diplomatico non faceva che prolungarsi. Forse per costringere Putin ad uscire allo scoperto, il presidente americano comunicava che da un giorno all’altro la Russia avrebbe attaccato e che l’Occidente si trovava di fronte al pericolo di un’invasione.

Mosca ribatteva di non avere la minima intenzione di invadere l’Ucraina. Si trattava solo di una serie di normali esercitazioni militari per l’addestramento delle truppe  e nulla avevano a che fare con l’Ucraina. Tra visite, incontri, annunci e telefonate ogni parte continuava a giocare con le ambiguità: erano tutti allo stesso tempo pronti alla guerra e disponibili al negoziato.

A metà mese, lo Stato Maggiore russo comunicava l’inizio del ritiro dei contingenti che manovravano ai confini ucraini. A Mosca la Duma esprimeva il desiderio di indipendenza per le repubbliche secessioniste di Lugansk e Donetsk e lo comunicava al Presidente Putin: il problema ucraino veniva così fatto rimbalzare in Parlamento e 700mila passaporti russi venivano distribuiti con la scusa di proteggere i separatisti.

Intanto, si intensificavano gli scambi di artiglieria nel Donbass, con le due parti che si accusavano a vicenda. Di fronte al crescere delle tensioni il presidente Putin parlava di un aggravamento della situazione ed i leader separatisti delle due repubbliche consigliavano ai loro cittadini di cercare rifugio in Russia: si trattava di far credere un imminente pericolo di aggressione da parte delle truppe di Kiev, pronte a commettere un genocidio.

L’impressione che Putin voleva dare era di venire in soccorso alla comunità russofona del Donbass: si mostrava abile, in quanto ogni sua mossa gli consentiva di mantenere aperte le precedenti opzioni, creandosene sempre delle nuove per esaltare l’opinione pubblica. Lasciava gli avversari nell’incertezza per meglio condurre la propria partita.

In Ucraina la nazione si stringeva intorno al Presidente Zelensky e oltre metà della popolazione si dichiarava pronta a battersi contro la Russia. Per gettare acqua sul fuoco le forze armate di Kiev annunciavano di non voler passare all’offensiva ma che si sarebbero limitate a rispondere ai colpi di artiglieria dei separatisti che avrebbero colpito le aree da loro controllate.

La propaganda trasmessa dai media di Mosca persuadeva molti del pericolo di un attacco da parte delle Forze armate ucraine e che la Russia, in risposta, avrebbe fatto di tutto per salvare i separatisti del Donbass: secondo questa narrazione, la Russia nella sua storia non aveva mai attaccato nessuno, piuttosto si era impegnata a salvare tutti. Gli unici responsabili di queste paure erano gli ucraini ed i loro sostenitori americani. Così facendo, nella mente collettiva venivano riportati a galla ricordi di genocidi del passato. Rievocando l’era sovietica, in cui Kiev poteva considerarsi come la terza potenza nucleare al mondo, la Russia aveva oggi alle sue porte una superpotenza pronta ad aggredirla chiamata Ucraina.

 Mentre questa si preparava a vivere momenti difficili, alla fine della terza settimana di febbraio giungeva la notizia del riconoscimento da parte di Mosca dell’indipendenza delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk. Questi due distretti corrispondevano a poco meno della metà della regione del Donbass, il resto era sotto il controllo del governo di Kiev. Con questo annuncio veniva sancita la fine degli Accordi di Minsk.

Sottoscritto il 5 settembre 2014, sotto l’egida della Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, il Protocollo di Minsk era un accordo per porre fine alla guerra nell’Ucraina orientale. Includeva rappresentanti di Ucraina, Russia, Repubblica Popolare di Donetsk e Repubblica Popolare di Lugansk, oltre che la mediazione di Francia e Germania. Succeduto a diversi precedenti tentativi di cessare i combattimenti nella regione orientale del Donbass, l’accordo prevedeva un cessate il fuoco immediato, lo scambio dei prigionieri e l’impegno da parte dell’Ucraina di garantire maggiori poteri alle regioni di Donetsk e Lugansk. Nonostante abbia portato ad un’iniziale diminuzione delle ostilità, tuttavia l’accordo non è stato rispettato.

Con il riconoscimento da parte di Mosca dell’indipendenza delle due repubbliche, questi accordi sono da considerarsi decaduti e non più validi. Per Parigi e Berlino si era trattato di una doccia fredda, dato che di questi sono state le garanti. In risposta, a Bruxelles i ministri europei si erano riuniti per elaborare un piano di sanzioni che avrebbe previsto tra le altre cose, anche la mancata certificazione del gasdotto North Stream II e il proposito di sanzionare gli istituti bancari russi chiudendo al paese l’accesso al mercato europeo. Il Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, esprimeva l’intenzione di diversificare le fonti di approvvigionamento di petrolio e gas per diminuire la dipendenza energetica dalla Russia.

La giornata del 23: giungeva la notizia che il Senato russo aveva approvato l’invio di truppe in soccorso ai separatisti del Donbass. Per il presidente Biden si trattava dell’inizio di un’invasione. La Gran Bretagna rincarava la dose, ritenendo probabile che Mosca volesse impossessarsi di Kiev. Da parte ucraina si ordinava la mobilitazione dei riservisti per venire in aiuto alle Forze armate. Da Mosca si annunciavano “risposte decisive e dolorose” alle sanzioni occidentali e veniva poi ordinata l’evacuazione del personale diplomatico dall’Ucraina. In risposta, Kiev avvisava i suoi cittadini in Russia di rientrare nel Paese e proclamava lo stato di emergenza.

Alle Nazioni Unite il Segretario Generale Guterres ammoniva sul pericolo del momento e lanciava un appello in nome dell’umanità. Il Presidente Putin si dichiarava pronto ad aprire un dialogo per trovare una soluzione alla crisi in corso, ammonendo però che gli interessi e la sicurezza del suo Paese non erano negoziabili. Partivano nel frattempo una serie di attacchi informatici a danno dei siti del governo ucraino, del ministero degli Esteri, del Parlamento e di alcune banche.

Il Presidente Zelensky avvertiva che in Ucraina si stava decidendo l’avvenire della sicurezza europea. Dal lato occidentale partiva la richiesta di garanzie immediate di sicurezza e si parlava della possibilità che la città di Mariupol, distante circa 20 km dal fronte del Donbass, diventasse un obbiettivo: con il suo porto e le sue industrie è un importante polmone economico lungo la via che unisce la regione secessionista alla Crimea, annessa da Mosca nel 2014.

Il Segretario della Nato, Jens Stoltenberg, annunciava la mobilitazione di uomini, navi ed aerei per difendere lo spazio dell’Alleanza e mostrarne l’unità. Dichiarava inoltre di sostenere le aspirazioni di libertà e democrazia dell’Ucraina e di rifiutare la violazione dello stato di diritto.

E’ guerra: la mattina di Giovedì 24 Febbraio l’Ucraina si svegliava in stato di guerra.

Il Presidente Putin aveva dato l’autorizzazione per un’azione militare nel Donbass promettendo di rispondere a chi si fosse messo di traverso. Ai militari ucraini chiedeva invece di deporre le armi ed arrendersi. Da Washington, la Casa Bianca esprimeva la sua più ferma condanna per questa aggressione ingiustificata e lamentava “le gravi sofferenze e le perdite catastrofiche che ne sarebbero seguite”. Venezuela, Nicaragua, Cuba e Siria offrivano il loro pieno appoggio al presidente russo. Più prudente la Cina.

Per Stati Uniti, Nato ed Unione Europea si era trattato di un colpo molto grave: calpestando il suo desiderio di libertà, democrazia e sovranità nazionale era stato attaccato il paese più grande d’Europa. Autorizzando quest’attacco contro una nazione indipendente, Putin tentava di ridisegnare col sangue le frontiere dell’Europa. Per questo atto non vi era nessuna giustificazione.

Mentre si sentivano esplosioni nei centri portuali di Mariupol e Odessa così come pure nella città di Kharkiv, la seconda più grande del Paese, dalle Nazioni Unite giungeva direttamente la richiesta al presidente Putin di porre fine alle ostilità e dare un’opportunità alla pace. Nessuno era certo di cosa stava accadendo: carri armati russi intanto attraversavano posti di frontiera, si vedevano volare elicotteri e continuavano a sentirsi esplosioni. Arrivavano notizie di attacchi sulla capitale, su Dnipro e Lutsk mentre le operazioni sembravano estendersi sul tutto il territorio.

Da Kiev, il Presidente Zelensky lanciava un appello al popolo russo chiedendo di fermare la guerra prima che fosse troppo tardi: “Spetta a voi cittadini dire qualcosa se il governo rifiuta di sedersi con noi e dialogare”. Da parte sua e anche dal ministro della Difesa arrivava un appello alla calma diretto alla popolazione e la richiesta di non uscire di casa: così però non è stato e file di macchine iniziavano ad abbandonare i grandi centri abitati.

Si formavano code di fronte a banche, farmacie e negozi di generi alimentari. Veniva inoltre legalizzato l’acquisto di armi da parte dei civili. Alle Unità di Difesa Territoriale veniva dato il compito di difendere le città mentre le Forze armate avevano l’ordine di difendere le frontiere. Gli scopi dell’attacco russo restavano sconosciuti: era infatti abitudine di Putin non rivelare le sue intenzioni. Voleva creare incertezza e da lui giungeva solo l’avviso che per chiunque avesse interferito vi sarebbero state “conseguenze mai viste prima nella Storia”.

Gli Stati Uniti proponevano nuove sanzioni da calibrare secondo l’evolversi degli eventi, restava però il fatto che Washington non sarebbe entrata in guerra contro la Russia. Putin aveva utilizzato i negoziati per guadagnare tempo e mentre tutti pensavano che la guerra fosse definitivamente scomparsa dall’Europa, ecco che improvvisamente ne scoppiava una attentando alla pace e ai suoi equilibri.  (Segue)

Edoardo Almagià