I nodi della Guerra all’Iran sono giunti al pettine. E non dobbiamo meravigliarci se gli stessi che hanno troppo frettolosamente scommesso su di una conclusione chirurgica del conflitto oggi ci raccontano è tutto risolto con il raggiungimento di un accordo che costituisce solamente una cornice con una tela appena tratteggiata con il carboncino. ed è quindi tutta da completare. E non è detto che l’opera vada avanti. Tanti sono gli artisti impegnati con l’idea di raffigurare cose diverse.
Eppure, secondo alcuni vi sono già gli estremi per abbandonarsi al solito gioco su chi ha vinto e chi ha perso in questa terza Guerra del Golfo. Un gioco che interessa poco alle tante famiglie che hanno perduto loro cari in Iran e in Libano, visto come il Paese dei Cedri vi è stato tanto sanguinosamente coinvolto da Israele.
La domanda che conta è quanto il “rattoppamento” in atto possa considerarsi duraturo. E in questo c’è da considerare che, se di un qualche risultato si può parlare, nel frattempo, Netanyahu ha approfittato della situazione per non rispettare gli accordi su Gaza, per continuare a spogliare la Cisgiordania di sempre più ampi territori palestinesi ed invadere lo stato sovrano del Libano senza che la comunità internazionale intervenisse. Una vera e propria vergogna che ci riguarda direttamente come italiani – vista la sostanziale connivenza del nostro Governo – e l’altra forma di ignavia mostrata dall’Europa in generale, fortemente condizionata dall’atteggiamento della Germania che vive ancora forti complessi di colpa, guarda all’interscambio commerciale con Israele ed approfitta del disordine mondiale per riarmarsi.
Trump si salva dal “pantano” iraniano perdendo ancora una volta la faccia, checché racconti sul suo social. Scopre amaramente cosa significhi lasciare le briglie sciolte a Netanyahu e non considerare che Israele, sempre di più, si è trasformata da elemento di equilibrio nello scacchiere mediorientale – cosa che gli americani avevano sempre portato come giustificazione al loro sostegno indefesso a Tel Aviv nel corso dei decenni che ci separano dal 1948 – in fattore di oggettiva destabilizzazione della regione mediorientale.
Spingendo Trump in un intervento senza prospettive – sottovalutando il fatto che l’Iran si preparava da oltre 40 anni ad un tale appuntamento e che quell’intervento non poteva avere le stesse caratteristiche di quelli gestiti da Bush padre, nel 1991,e da Bush figlio nel 2003 – Netanyahu illudeva gli israeliani e il circolo della Casa Bianca che fosse possibile piegare l’intera regione alla propria potenza ma ottenendo, in realtà, l’effetto opposto.
Oggi, l’Iran non è domo. Forse gode nel mondo musulmano di una popolarità mai raggiunta prima, e i principati sunniti sono costretti a valutare tutti i limiti della difesa assicurata dagli Stati Uniti e del tentativo di giungere ad un autentico Patto d’Abramo.
La semplificazione insita nelle iniziali comuni strategie americane e di Netanyahu hanno via via portato Trump a considerare la necessità di giungere ad un accordo, non ad una guerra, con Teheran. Per una inattesa resistenza degli iraniani, quello che doveva essere un affare regionale è andato ben oltre ed ha finito per allargare il gioco coinvolgendo anche altri attori nell’area e non: anche quelli apparentemente lontani e silenti come la Russia e la Cina. Vorrà dire qualcosa che il mediatore più efficace si sia rivelato il Pakistan? E lo sconquasso mondiale provocato del semplice blocco dello Stretto di Hormuz? Un conflitto “glocal” – potrebbe dire qualcuno – perché giocato tutto localmente, ma con conseguenze che hanno coinvolto il mondo intero.
Il “capolavoro” diplomatico di Trump va forse valutato anche da questo punto di vista: gli USA non sono più gli unici ed esclusivi deus ex machina nel Medio Oriente. Decenni e decenni di diplomazia americana gettata all’ortica. Così come l’impegno per defenestrare Assad in Siria e costringere i russi a lasciare la loro imponente base militare nel paese. La tanto temuta e odiata “cintura” sciita è sempre lì, dal Golfo al Mar Mediterraneo. Ed altri pretendono di dire la loro, con più voce di prima, perché direttamente interessati e coinvolti.
Come già sottolineato due giorni fa (CLICCA QUI), emerge difatti il peso determinante delle cosiddette medie potenze. Tra queste la Turchia con Edogan capace di muoversi a cavallo tra gli altri paesi sunniti e l’Iran sciita, e consapevole del fatto di poter contare sul secondo esercito più forte della Nato. E così il quadro è in mutamento – e a seconda degli esiti concreti successivi alla firma dell’accordo prevista per dopo domani potrebbe ulteriormente arricchirsi di colpi di scena – con un’unica costante per noi imbarazzante. Quella di una Europa che continua a non volere assumere – come sarebbe ovvio – una posizione centrale nell’area mediterraneo – mediorientale sfruttando il proprio peso economico e diplomatico che sicuramente conta, talvolta, più di quello militare mal utilizzato. Ed è grave, cieco e senza prospettiva da parte dell’Italia il non avere sviluppato un azione in tal senso, in Europa. Riprendendo la nostra tradizionale politica di vicinanza e di “comprensione” per tutti gli attori della Regione. Uno dei tanti prezzi pagati ai limiti di Giorgia Meloni e delle sue alleanze preconcette con Trump e con Netanyahu.
La nostra Presidente del Consiglio ha parlato tanto del Piano Mattei. Ma senza mai studiare e ricercare la possibilità di farlo partire proprio dal Medio Oriente facendolo diventare una priorità dell’intera Europa. Culturalmente e politicamente, dunque, resta sempre scoperto il “fronte mediterraneo”, ma chiediamoci anche quanto noi stessi ne siamo i responsabili.
Giancarlo Infante